La scuola muore di democrazia

Di Tempi
25 Gennaio 2007
Se tutto ha lo stesso valore, perché darsi la pena di insegnare? E cos'è il valore se non una sana, ragionevole "discriminazione"? Finkielkraut e Lafforgue in cattedra

La Peep, un’associazione di genitori del liceo Louis-le-Grand, il più prestigioso degli istituti scientifici parigini, l’8 gennaio scorso ha organizzato un incontro sul tema “Scienza e lettere: verso un nuovo umanesimo”. Per discuterne sono stati invitati Alain Finkielkraut, noto filosofo e saggista, professore al Politecnico, e il matematico Laurent Lafforgue, docente all’Institut des hautes etudes scientifiques, membro dell’Academie des sciences e vincitore della Medaglia Fields, l’equivalente per la matematica al premio Nobel. In queste pagine pubblichiamo ampi stralci della conferenza.

Moderatore. Quali sono i rapporti che oggi possono e devono esserci tra le discipline scientifiche e letterarie?

Laurent Lafforgue. È evidente che per fare matematica è necessario dominare la lingua. E dominarla con una conoscenza della sua struttura, cioè della grammatica. Conoscenza che oggi manca a molti studenti nelle università e anche nelle “grandi scuole”. D’altra parte sono stato spinto a interrogarmi sulle cause di quella che definisco come la distruzione della scuola. Tra queste cause per me c’è lo scientismo. Per scientismo intendo la rappresentazione dell’uomo come se fosse un meccanismo. Nel quadro scolastico questo si manifesta con la sostituzione progressiva di quella che un tempo era chiamata conoscenza, rimpiazzata da quelle che vengono definite competenze. L’ipotesi che faccio è che dietro a questa sostituzione c’è un’idea di uomo visto come una specie di computer che va programmato. Dunque gli si insegna questo o quel compito o funzione. Quando avete un computer e volete fargli fare qualcosa di preciso dovete programmarlo. Quello che stava dietro all’insegnamento del sapere era invece l’idea che la conoscenza è un nutrimento dello spirito, vivo, e che a partire da quel nutrimento si potesse fare altro. Questo modello è stato screditato e oggi si considera implicitamente che una persona che entra nel mondo del lavoro deve aver imparato alcune cose in modo ben preciso. Allora ci si chiede se bisogna studiare il latino. O se nella scuola elementare si debba insegnare a fare di conto sapendo che oggi esistono le calcolatrici tascabili.

Alain Finkielkraut. “Due culture”. Questa espressione è stata utilizzata per la prima volta in modo fragoroso da un fisico inglese, Charles Percy Snow, negli anni Cinquanta. Snow allora fece sensazione sostenendo che in univeristà esistono due ambiti totalmente separati l’uno dall’altro, addirittura antagonisti: quello dei letterati e quello degli scienziati, che si guardano di traverso con un reciproco disprezzo. Gli uni hanno l’avvenire nel sangue, gli altri hanno lo sguardo rivolto al passato. La tesi di Snow si voleva descrittiva e oggettiva ma dava comunque il vantaggio “politico” agli scienziati, perché vogliono risolvere i problemi umani e sono impegnati in quel grande progetto moderno i cui pionieri, Galileo, Cartesio, sono già lontani: conoscere, rendersi padroni e signori della natura per migliorare la sorte degli uomini. I letterati invece guardano alle loro spalle. Bene. Roland Barthes nei suoi ultimi seminari ripeteva questa frase straordinaria: «Non so se Dio esiste ma non avrebbe mai dovuto inventare nello stesso tempo l’amore e la morte». Dio ha inventato l’amore e la morte nello stesso tempo, e in effetti dunque c’è la letteratura. Oggi non siamo più allo scontro, ma a una specie di divisione dei ruoli. Siamo in una specie di dualismo che si è espresso per la prima volta in modo molto vigoroso in un rapporto del 1985 del College de France: Proposte per l’insegnamento dell’avvenire. Questo rapporto proclamava l’unità della scienza e la pluralità delle culture. La scienza avrebbe il monopolio dell’universale. Le culture, invece, dicono ognuna un modo di essere, individuale o collettivo. Sono delle rappresentazioni, delle espressioni. Dunque non possono pretendere lo stesso realismo della scienza. Insomma, le scienze sociali sono intervenute per mettere in qualche modo sotto tutela quelle che un tempo erano definite les humanités (gli studi umanistici, ndr). A questi ultimi si darà una definizione meno gloriosa e le scienze sociali sorveglieranno la letteratura (e magari anche la filosofia) per mostrare che essa deriva da una collettività storica e non può in nessun caso pretendere la verità. Sorveglianza che evidentemente si vuole etico-politica. Perché infatti si deve conciliare l’universalismo inerente al pensiero scientifico e il relativismo che insegnano le scienze sociali? Per evitare ogni etnocentrismo. Per evitare che chi studia gli autori greci pensi che delle civiltà che non hanno conosciuto la Grecia siano meno interessanti della loro. Per aprirsi all’altro. Per lottare, come si dice oggi, contro il razzismo. La traduzione un po’ sommaria di questo dualismo sarebbe: la verità dalla parte della scienza, l’antirazzismo dalla parte del razzismo. Il paradosso di questa divisione dei ruoli tra universalismo riservato alla scienza e relativismo insegnato dalle scienze umane (dunque la letteratura messa sotto tutela) è che oggi ci si trova privati di ogni possibilità di criticare l’industria culturale. Che si presenta come una cultura tra le altre, come criticarla allora? In nome di quale criterio e di quali valori ? Il relativismo, che un tempo aveva giustamente l’obiettivo di porre fine all’arroganza dell’industria occidentale, serve oggi come alibi, in Occidente, all’industria culturale. Questo è il paradosso. Chiaro che in questo quadro diventa difficile insegnare. Perché se la cultura non è che un mezzo d’espressione tra gli altri, una specie di folklore, e se il valore va messo tra parentesi in favore di un relativismo aprioristico, perché darsi tanta pena? Perché una cosa piuttosto che un’altra? E se giustamente Lafforgue incrimina lo scientismo, un’ideologia che viene dalla scienza ma non è scienza, come incriminare invece un valore come la democrazia, alla quale teniamo e che ciononostante deve essere almeno parzialmente rimessa in causa? Oggi la scuola muore di democrazia. Questo non vuol dire che la scuola deve essere classista, ma che la scuola oggi, come la cultura in generale, è sottomessa al solo criterio dell’uguaglianza. Uguaglianza di tutti e uguaglianza tra le opere. Uguaglianza di tutti i modi d’espressione. Ecco perché non s’insegna il valore. Ecco perché troppo spesso lo studio dei “generi” e delle “figure” poetiche rimpiazza lo studio delle opere. Dunque questo relativismo che le scienze umane insegnano è sostenuto da un’idea d’uguaglianza divenuta folle. Un’idea di uguaglianza che vuole dominare tutto. Se cultura deve esserci vuol dire che esiste una gerarchia. Una gerarchia tra le opere. Non si può considerare la cultura senza porsi la domanda sul valore. E cos’è il valore? è “discriminazione”. è capacità di discriminare. è imparate a discriminare, giudicare. Capite bene che il termine “discriminazione” oggi non ha che un significato univoco. Oggi “discriminazione” è quella cosa contro la quale si deve lottare. In ogni caso. Come si pronuncia la parola si è già sull’attenti, pronti a lottare. Ed è certo che bisogna lottare contro le discriminazioni. Però si deve lottare anche per mantenere una possibilità di discriminare. Ma l’idea democratica di oggi è ostile a questa lotta, da cui la potenza di quella divisione dei ruoli stabilita dal rapporto del College de France. Da una parte vi si dà la scienza, universale, dall’altra vi si spiega che c’è un’infinita varietà di forme d’esistenza, di modi di vita e di gusti. Di conseguenza, più siete sensibili a questa varietà di gusti, più siete sicuri di non escludere nessuno. Così, in nome della lotta all’esclusione si esclude la cultura.

Lafforgue. Quello a cui dobbiamo far fronte è la rimessa in discussione del valore della cultura da parte di persone che dovrebbero difenderla. Mi trovo di fronte ad Alain Finkielkraut, che l’anno scorso mi ha invitato alla sua trasmissione del sabato mattina (Répliques, sulla radio France Culture, ndr) in compagnia d’Alain Viala, il responsabile dei programmi di francese. Bene, Viala è un grande professore universitario e insegna alla Sorbona, a Oxford e non so più dove. Prima di incontrarlo ho guardato un po’ i libri che ha scritto. Per esempio, ne ha scritto uno su Racine dal titolo La strategia del camaleonte. Il camaleonte è Racine, che, si spiega nel libro, era un arrivista e altre affettuosità del genere. Può essere interessante spiegare queste cose. Come è interessante sapere che la redazione dei nuovi programmi di francese è stata affidata ad Alain Viala che distrugge in Racine un monumento. Intendiamoci, quello di Viala su Racine è un lavoro univeristario assolutamente legittimo, ma perché affidare la redazione dei programmi di francese a qualcuno che si diletta nel distruggere un monumento della nostra letteratura, rimettendo così in causa il valore della nostra letteratura? Qui sto attaccando un uomo di lettere ma posso confidarvi che domani sarò a una riunione dell’Academie des Sciences, dove la domanda che ci si pone è se si debba ancora insegnare a far di calcolo nella scuola elementare, e so che sarà come andare in guerra perché mi troverò di fronte a degli accademici delle scienze che trovano noioso far imparare agli allievi l’addizione, la moltiplicazione, la sottrazione e la divisione. Per me la domanda che si pone oggi è estremamente brutale ed è quella sull’autodistruzione della cultura. Dell’autodistruzione della scienza. E dell’autodistruzione della ragione.

Moderatore. Quale conoscenza possiamo trasmettere in una società che è così preda del relativismo?

Finkielkraut. Se la scuola fosse semplicemente confrontata a una sfida o a una minaccia esterna si potrebbe quasi essere ottimisti. L’esempio di Racine è molto interessante: [secondo Viala] lo scrittore che voi considerate un genio è uno stratega piuttosto sordido. Si potrebbe dire altrimenti: queste verità che credete universali non esprimono che una realtà storica particolare. Dunque si comincia con la critica. D’altronde è un discorso che si sente molto. Si dice che l’importante è insegnare il sapere, non di trasmetterlo, specie per le nostre discipline “molli” che non hanno una verità assoluta. Ebbene, si dice che bisogna insegnare agli allievi lo spirito critico. Si comincia alle elementari, con lo spirito critico. Un po’ d’insolenza è importante, anche se non è davvero quella che manca. Soprattutto, questo si esprime a detrimento di qualcosa d’altro: l’autorità. Nessuna sottomissione all’autorità. Non si è mai davvero riflettuto su ciò che fa coppia con l’autorità: la fiducia, non la sottomissione, la fiducia. Ci sono stati dei classici fino a quando c’è stata questa fiducia. è quello che dice Borges: «Classico è il libro che le generazioni umane leggono con un fervore preliminare e una misteriosa lealtà». Invece no: spirito critico! Dopotutto perché Madame Bovary? In nome di cosa? Allora bisogna che risponda alla domanda: perché sono stato straziato e sconvolto da quel rapporto del College de France e dal ruolo che le scienze sociali vogliono attribuirsi? Perché è importante parlare del valore di un’opera rispetto a un’altra? Perché leggere è essere letto. è questa l’esperienza della lettura. Serve per capire qualche cosa di se stessi e del mondo nel quale si vive. Non soltanto qualcosa del mondo storico o della classe alla quale si appartiene, ma qualcosa del fenomeno umano. Capire il fenomeno umano. Questo non è di competenza dell’ideologia scientista, di questa ossessione della modernità che voleva risolvere il problema umano sul modello di ciò che si credeva essere scienza. La letteratura ha mantenuto l’esigenza della comprensione del fenomeno umano. Fenomeno umano? No, ci viene spiegato, non si tratta del fenomeno umano, ma di un fenomeno sociale, datato, che cambia eccetera. Mi scuso ma devo fare un’altra citazione che ho trovato recentemente in Alain (pseudonimo del filosofo Émile-Auguste Chartier, ndr): «Nei fatti l’esperienza piove su tutti. Tutti sono ugualmente bagnati ma non ugualmente istruiti». Cosa ci rende “istruiti”? Quelle che un tempo venivano chiamate les humanités. Abbiamo bisogno di questo. Niente eviterà di bagnarsi ma almeno potremo essere istruiti. è anche questo che in effetti ci permette e ci offre la cultura, che bisogna continuare a dire al singolare nonostante il ricatto umanitario che pesa su di noi quando lo facciamo. è questo che bisognerebbe rimettere all’onore nell’insegnamento, ma un certo spirito democratico lo rifiuta. L’esempio di Viala è molto pregnante. Il problema non è la democrazia in sé. “è tempo che l’idea del simile si generalizzi a tutti gli uomini e che tutti gli uomini siano uguali in dignità”. Il problema è che dietro questa aspirazione assolutamente legittima può dissimularsi qualcosa (questo è Nietzsche ad avercelo insegnato) che lo è meno: il risentimento. La scuola rischia di essere seppellita da una democrazia del risentimento. In fondo, ciò che anima un ricercatore che parla di razzismo può essere nobile, ma il movimento d’insieme è di uno straordinario risentimento contro questa gente che, ci viene spiegato, è molto più intelligente di noi. Per aver fiducia bisogna avere umiltà. Ma fiducia, umiltà, e anche ammirazione, sono virtù che la democrazia fa fatica a praticare. Preferisce il rispetto. Il rispetto è magnifico. Tu mi rispetti, io ti rispetto, noi ci rispettiamo. Tutti si rispettano. Altrimenti si rischia di prendere una testata. Magnifico. Tutto si equivale e tutto si livella.

Lafforgue. Mi sembra che quello che è in gioco è, in fondo, l’umano. Allora, quando oggi si pone la domanda, immediatamente si è tentati di cercare una definizione: «Già, ma cos’è l’umano? Definite quello che è proprio dell’uomo». Ora, solo quello che è oggettivo è suscettibile di ricevere una definizione. Nell’uomo, nella persona, c’è senza dubbio qualcosa che non è oggettivo. è come se ogni volta che si oggettivasse qualche cosa si mettesse da parte l’umano e lo si facesse fuggire. Come uscire da questa situazione? L’uomo credeva di essere a casa propria nella letteratura, per esempio, ed ecco che arriva un discorso che pretende squalificare la letteratura e che in gran parte ci riesce. Non cedo a questo discorso ma mi limito a osservare che nei programmi scolastici la letteratura è grandemente squalificata rispetto al posto che aveva nelle epoche anteriori. Che fare? Devo rispondere che non ho la soluzione. Torno a quello che dicevo all’inizio: siamo di fronte a problemi filosofici ai quali non sappiamo rispondere. Ci mancano le parole, e lo dico come matematico che in modo costante cerca di dire cose per le quali le parole gli mancano. Quello che so è che comunque dobbiamo affrontare il problema. E che la condizione indispensabile per affrontarlo è lo studio. Come Finkielkraut sono anch’io sconvolto dall’attuale situazione. Per molto tempo in Francia abbiamo avuto delle scuole molto buone, e in particolare un’ottima scuola elementare. Oggi il sistema scolastico è talmente degradato che non c’è speranza di raddrizzarlo così, di colpo. Anche con la miglior politica possibile ci vorrebbero decenni. Questo vuol dire che la cultura, il sapere, la possibilità di raccontare questi problemi filosofici che rimangono soggiacenti non potrà venire che da un piccolo “resto”.
testo raccolto da Gianluca Arrigoni

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