La scuola oltre il vuoto di senso

Di Giancarlo Tettamanti
15 Dicembre 2020
Identità cristiana e aggancio sociale. Entrambi sotto il tiro di una secolarizzazione, di una laicizzazione, che preme affinché di “cristianesimo” resti il meno possibile.

Nel mondo si sta moltiplicando la discriminazione dei cristiani e le loro iniziative spesso considerate soggette a derisione, colpevolizzate come antidemocratiche e frutto di un proselitismo clericale. Si cerca di limitarne l’azione e la stessa presenza. Non va taciuto che tutto ciò sta emergendo anche nel nostro Paese, non mancano epiteti a loro diretti e si sta facendo di tutto per mettere i cristiani in margine alla società. Non è una novità constatare che il mondo e le società stanno cambiando, ciò che preoccupa è che la direzione del cambiamento volge al peggio.

«Dio è il primo problema. Sembra banale dirlo, ma è così. La nostra civiltà è tentata dal suicidio, dalla morte, dall’autodistruzione perché ha perso di vista il significato, il fine, la dignità dell’uomo. Annunciare Dio e annunciare la salvezza dell’uomo è la stessa cosa: perché é la luce di Dio che illumina il senso della vita e della morte umana. Ma attenti: le nostre preoccupazioni non devono essere quelle dell’uomo di marketing, che si domanda quale prodotto abbia più successo. Noi non dobbiamo proporre altri “consumi”, altri feticci, altri idoli: ma al contrario, strappare all’uomo quelli che ha già…. Dobbiamo imparare a vivere la “differenza”, mantenendo al contempo un contatto con l’insieme del Paese, permeato della cultura secolarizzata oggi maggioritaria. Se sapremo vivere questa “identità” e insieme questo “aggancio”, credo che potremo vivere l‘alba di una nuova evangelizzazione» (Jean-Marie Lustinger).

Ecco: identità cristiana e aggancio sociale. Entrambi sotto il tiro di una secolarizzazione, di una laicizzazione, che preme affinché di “cristianesimo” resti il meno possibile. Da qui – come ultima istanza – quella formulate da alcuni parlamentari e anche di alcuni consiglieri locali: la richiesta di togliere l’insegnamento della religione dalle scuole, una richiesta non nuova che ebbe a prender corpo sin dagli ultimi anni dello scorso secolo, ipotizzata dall’allora ministro Luigi Berlinguer, poi accantonata, ma il cui seme sembra stia per rigenerarsi. Si vorrebbe cancellare tutto ciò che riguarda la tradizione religiosa della nostra comunità nazionale.

Non è una novità che il mondo sta cambiando, e la direzione verso cui va è quantomeno preoccupante. Tuttavia non sembra inutile evidenziare che ogni processo educativo, se vuole essere tale, deve confrontarsi con tutti i fattori che rappresentano aspetti di formazione e di crescita personale; quindi anche il fattore religioso, che comunque è insito in ogni persona. Anche la scuola, quindi, deve giustificarsi sulla base della propria concezione dell’uomo a cui fa riferimento, da cui deriva la propria logica operativa: deve definire, cioè, quella che viene chiamata la propria “antropologia”, intesa come teoria dell’uomo, nella sua natura, ossia nella sua struttura e nelle sue dinamiche.  La scuola è chiamata a confrontarsi con la concezione religiosa, quella concezione che  “rimanda  alla verità e alle verità del messaggio cristiano, e alla sua provata validità” (Aldo Agazzi). Quindi, è vera educazione se e perché vera è la religione cristiana.

La scuola è “luogo di formazione integrale attraverso l’assimilazione sistematica e critica della cultura” ; essa infatti è luogo privilegiato di promozione integrale mediante l’incontro vivo e vitale con il patrimonio culturale. Patrimonio che non si identifica con il “sapere”, o quantomeno non esclusivamente con il “sapere”, ma principalmente con “l’essere”. Cioè l’abilitazione (se così si può dire) a vedere, giudicare e affrontare la realtà. Il tutto secondo criteri di riferimento precisi, che sono criteri  di valutazione anche religiosi.

In quest’ottica, i poli dell’azione della scuola statale e paritaria  – tutte scuole della comunità nazionale – si identificano  nella necessaria realizzazione di una corretta sintesi fra fede, cultura e vita, mediante la quale la cultura (in senso lato) acquista il suo posto privilegiato nella vocazione  integrale dell’uomo, ciò che riguarda chi è, donde viene e dove và. “L’uomo, quale essere  pensante, non può fare a meno di cercare il vero. Ciò specialmente oggi comporta convivere con un conflitto permanente tra la ricerca della verità e il rispetto delle coscienze. Da ciò i silenzi omissivi. Ma gli educatori – geniori e insegnanti – non possono esimersi da certe responsabilità come quelle, appunto, di parlare dell’essenziale” (Jean Guitton).

Se ciò è vero, allora è vero anche il motivo delle perplessità circa l’affermazione che la scuola deve evitare l’insegnamento religioso. In questa visione, vanno analizzate e considerate  le curiosità che muovono a formulare la domanda: in ultima analisi, che cosa intendiamo per identità? L’identità non è forse la dimensione esistenziale da cui nasce il proprio giudizio sulla vita e sulla realtà? Non è forse un giudizio conseguente ad un leale ed aperto confronto: ma confronto e dialogo a partire da quale posizione precisa? Non è forse la tradizione Cristiana che è fondamento della nostra intera comunità nazionale? Ne consegue una pretesa fuori luogo l’affermazione secondo cui nella scuola va tolto l’insegnamento della religione: un colpo di sole e un eclissi culturale da parte di quanti continuano a ritenere inutile, fuorviante, discriminante tale insegnamento e gli stessi atti che ne testimoniano la presenza.

L’insegnamento della religione nella scuola è “insegnamento culturale”, scelto liberamente, frutto di una indagine e di una elaborazione scientifica di alto livello” (A. Maggiolini). D’altro canto c’è da chiedersi qual è il concetto di cultura che i negazionisti hanno. Orbene: la cultura italiana fonda le proprie radici nel cristianesimo. Banalizzare l’insegnamento del cristianesimo, e della religione cattolica, nelle scuole è certamente frutto di insipienza culturale. Ma questo, in ultima analisi, risulta essere l’obiettivo: cancellare le tradizioni del nostro popolo, ignorare lunghi periodi storici, impedire che l’umanesimo cristiano possa influenzare la formazione dei nostri giovani motivandola con concrete ragioni di vita. “Il valore liberante della Verità costituisce una buna notizia per tutti coloro che vogliono essere liberi per davvero. La Verità è l’unica via per trovare il cammino della vera libertà” (Carlo Maria Martini).

Il permanere, pur con modalità diverse, questa ipotesi discriminante, sarebbe la scelta peggiore in rapporto al bisogno di cultura e di educazione di tutti. Considerare lo studente, da qualsiasi tradizione provenga, privo della coscienza religiosa, del fattore radicale della propria posizione umana e della propria attitudine culturale, che attende di essere coltivata, sviluppata, verificata, mai disattesa, è errore profondo. Un assetto costituzionale confacente a queste esigenze deve prevedere un insieme di insegnamenti – religiosi culturali e morali e sociali – inseriti nell’area delle discipline comuni. In questo caso verrebbero realmente affermati i principi di vero pluralismo, misurato sulla consistenza delle tradizioni culturali presenti nel paese, e di sana laicità dello Stato e della scuola, la quale sarebbe esaltata proprio dal garantire a tutti le condizioni di un processo formativo non parziale. 

Da qui anche il rammarico nel constatare come non sia pensabile che si possa educare l’amore al vero, la passione per la propria cultura, il convincimento della propria fede e la dedizione alla libertà se non mettendo  l’alunno/studente nella condizione di conoscere e di giudicare il senso degli avvenimenti, delle decisioni e delle prospettive che più determinano il suo destino, impegnandolo ad intervenire consapevolmente e in coerenza con la propria idealità – qualsivoglia essa sia – nella dinamica dei processi che tale destino costruiscono.

Su questi argomenti, dobbiamo tutti riflettere. C’è in gioco il modo di concepire la scuola – laica e cattolica – e la propositività culturale ed educativa che tale istituzione ha di aiutare una corretta crescita mediante una educazione-formazione orientata alla pienezza umana. Fuori da questa prospettiva, non solo si favoriscono relativismo pedagogico e scetticismo culturale, ma si mortifica pesantemente e colpevolmente il pluralismo culturale ed esistenziale, nonché la stessa nostra millenaria tradizione. Tradire l’elemento più potente di aggregazione delle varie genti della penisola, è atto disdicevole. Il comune possesso della fede cristiana e del suo radicamento, almeno implicito, nelle menti, nei cuori e nelle coscienze, è stato elemento incollante delle varie realtà nazionali. Molti tra i frutti più nobili e preziosi maturati tra noi dallo spirito umano in tutti i campi – del pensiero, della poesia, dell’arte, la stessa fioritura di una cultura arricchente ogni modalità di esistenza, di elaborazione concettuale, di esperienza estetica, di vita – hanno portato e portano incancellabili i segni della loro origine dalla visione cristiana. Trascurare e discriminare tutto ciò, è certamente conseguenza di una progressiva insipienza culturale e di una estrema povertà umana.

Foto Ansa

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