La settimana 14
«Il re è nudo, anzi no, vestito è vestito, ma veramente male». Uno che, per ingenuità o incoscienza, si lasci scappare che il re è nudo lo trovi sempre. Uno che abbia il coraggio di dire che un acclamato arbiter elegantiae in realtà non abbia punto gusto, e che lo argomenti con cognizione di causa, lo si incontra più raramente. Noi poveri consumatori di gazzette che abbiamo sostituito la preghiera mattutina con la lettura dei giornali, Dio con gli idoli, potremo raccontare di avere visto, dopo la caduta degli Dei, anche quella di un più modesto ma fastidioso idolo: Enzo Biagi. Piccola soddisfazione, direte. Sì, ma gran sollievo psicologico, come quando nelle notti estive riuscite a schiacciare al buio la zanzara che vi ronza intorno alle orecchie rovinandovi il sonno.
Una critica finale
È successo che Giuliano Ferrara ha scritto sul Foglio un editoriale da lui stesso definito una «critica schietta e irredimibile, per così dire finale», trenta righe che aprono definitivamente gli occhi sulla sostanza del Biagi-pensiero e della Biagi-professione. L’antefatto che spiega il duro editoriale di Ferrara è una lettera firmata da 41 giornalisti di Panorama nella quale si esprime solidarietà a Biagi e Montanelli colpiti, a parere dei firmatari, uno dalle ingiurie di un corsivo di Ferrara e l’altro da una vignetta di Forattini apparsi su Panorama del 30 marzo. Ferrara aveva scritto che, al posto di Biagi, si sarebbe sputato in faccia da solo dopo aver fatto un’intervista come quella di Biagi a Montanelli a Il Fatto. Di fronte a questa solidarietà che sembra, come certa carità, pelosa, Ferrara si è sentito in obbligo di spiegare: «Attenzione. Biagi non è un censore del potere, ma il suo più untuoso rappresentante. Cercate nella sua storia professionale, tutta intera, un atto rischioso, un gesto di passione, un’inchiesta seria. Non troverete niente… Non è solo una questione professionale, però. Biagi è un uomo psicologicamente polveroso, un attaccabrighe furbo e isterico, uno che celebra se stesso pubblicando libri che sono un monumento al tedio, alla mediocrità». Biagi, continua Ferrara «da molti anni sequestra per contratto sette minuti di servizio televisivo pubblico, si finge cronista rispettoso e imparziale, solitario nemico dei potenti, così attira nel suo trappolone, cioè nella sua commediola ipocrita, tutti gli sciocchi che hanno problemi di visibilità… E che fa? Bastona l’opposizione dalla tv del governo. In un paese che ha il problema di abbassare i toni di una campagna elettorale disgustosa, il Biagino si iscrive al Partito Combattente della Diffamazione e pretende di ammannirci la favola servile secondo cui quello che sta all’opposizione, se va al governo, nessuno lo toglie più di lì. Ci tratta da bambini scemi e mortifica il valore della democrazia».
Il re (della serie B) è nudo
Esagerato? Chi pensasse che l’uscita di Ferrara sia dovuta a un eccesso d’ira in una campagna elettorale particolarmente accesa si sbaglia. La storia del Foglio documenta sin dall’inizio l’insofferenza per una forma di giornalismo considerata mortificante. Il 10 febbraio 1997 un editoriale del Foglio dei Fogli iniziava così: «Caro Biagi, possiamo rispettosamente chiederle di ordinare al suo avvocato di smetterla? Siamo un po’ stufi di ricevere telefonate intimidatorie, di essere coinvolti in scenatacce e altre malmostosità da Viale del Tramonto. È vero citiamo dai suoi pezzi il fior fiore, ogni settimana, racchiudendolo nello scrigno del “Biagino”, ma dov’è la cattiveria? Perché adire le vie legali? (…) Via, le luci della ribalta sono ancora e sempre accese su di Lei (…) da cinquant’anni Lei ci regala del buon giornalismo popolare con motti che fanno la felicità dei negozi di barbiere e pensierini rubacchiati sapientemente qui e là ed esposti in compendio (…) Che vuole di più dalla vita: Lei è il re della serie B e non le basta? Ma che ha dottore caro, perché non ci lascia in pace con le nostre poche decine di migliaia di copie, perché vorrebbe mettere gli schiavettoni a una rubrica rispettosamente ironica e ironicamente rispettosa?». L’editoriale del Foglio in risposta alle firme di solidarietà dei giornalisti di Panorama terminava con una promessa: «Fate bene a solidarizzare, e preparatevi a nuovi appelli». Ferrara, non sia anche lei come gli idoli, che promettono e non mantengono.
Enzo Biagi
Biagi Enzo, classe 1920, emiliano. Comincia la professione giornalistica nel 1938 nel Resto del Carlino filo-fascista. Partecipa alla guerra partigiana con le brigate Giustizia e Libertà. Nel 1945 entra a Bologna con le truppe anglo-americane. Dal 1952 al 1960 è direttore di Epoca. Scriverà su La Stampa, Corriere della Sera, La Repubblica, Il Mattino, Panorama, L’Espresso, Oggi, Gente, ecc. A metà anni Cinquanta comincia a lavorare per la Rai. Nel 1961 diventa direttore del Telegiornale (allora unico). Fra il 1962 e il 1994 realizza 20 cicli di trasmissioni televisive giornalistiche; dal 1995 è titolare de Il Fatto, striscia quotidiana giunta alla settima edizione. Ha 80 anni, ha scritto 74 libri.
Giuliano Ferrara
Ferrara Giuliano, 49enne, romano. Figlio del senatore comunista e corrispondente da Mosca de L’Unità Maurizio Ferrara. Dirigente della Fgci, poi dal 1973 responsabile dell’organizzazione del Pci nelle fabbriche a Torino. Scrive su L’Unità, Rinascita e Reporter. Alla fine del 1984 inizia a scrivere sul Corriere della Sera. Si avvicina a Bettino Craxi. Nel 1987 debutta in tivù. Sue trasmissioni sono Linea rovente, Il testimone, L’istruttoria e Radio Londra. Fra il 1989 e il 1994 è europarlamentare socialista. Nel 1994 è per sei mesi ministro dei Rapporti col Parlamento nel governo Berlusconi. Nel 1996 fonda il quotidiano Il Foglio, che dirige tuttora. Fra il ’98 e il ’99 è stato direttore di Panorama.
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