La settimana 15
«Questa notte siamo entrati nello stabilimento della Monsanto di Lodi… abbiamo versato vari litri di benzina in più punti, piazzando congegni incendiari a tempo. Multinazionali, come la Monsanto, spadroneggiano prepotentemente imponendo le loro logiche di dominio assoluto su tutte le forme di vita, depredano e affamano la popolazione, distruggono le rimanenti autonomie contadine… avvelenano il pianeta da decenni, con prodotti tossici». È il testo di rivendicazione dell’attentato del 4 aprile scorso, recapitato dagli “ecoterroristi” all’Ansa di Milano. Parole che non sarebbero spiaciute a Trofim Lysenko, l’agrobiologo prediletto da Stalin responsabile a metà degli anni ’30 della chiusura alla “genetica borghese di Mendel e Morgan”, contro i “kulak della scienza”, che portò la Russia alla fame. Con qualche strascico nell’Italia degli anni ’50, quando anche il Pci organizzava un’infamante propaganda contro tutti i biologi italiani – guidata da Emilio Sereni. Gli è che l’Italia delle condanne del “cibo di Frankenstein”, delle mucche pazze e del pericolo elettrosmog, temi cari a certa stampa, offre ancora un terreno molto fertile alle manipolazioni ideologiche.
Non possiamo non dirci verdi?
Eugenio Scalfari, dalle colonne di un Venerdì di Repubblica dedicato alla sopravvivenza nel periglioso mondo moderno, ha rivelato la linea editoriale del suo gruppo: «Oggi dovremmo essere tutti verdi». Non a caso Repubblica del 29 marzo (pochi giorni prima dell’attentato alla Monsanto), denunciava “l’invasione clandestina del paese da parte di sementi transgeniche che penetrerebbero in tutta la catena alimentare, finendo per contaminare i campi coltivati tradizionalmente”; e chiudeva col più amato catastrofista dei salotti liberal Usa, Jeremy Rifkim (noto per aver previsto la “fine del lavoro” nella società capitalistica, mentre oggi i paesi più sviluppati, come l’America, sono quelli col maggior numero di occupati): «l’azienda (Monsanto) è arrivata ad assoldare i Pinkerton per impedire ai contadini del Sud del mondo di ripiantare i suoi semi, costringendoli a riacquistarli anno dopo anno». Ma il quotidiano di Piazza Indipendenza è anche tra i più sensibili avversari di quel “riscaldamento globale” che ridurrà la Terra a un immenso deserto. Parola del “paladino dell’ambiente” Lester Brown, fondatore del Worldwatch Institute cui Repubblica dedica ampio spazio. In realtà è dal 22 aprile 1970, la prima “giornata della Terra” – nonché data di compleanno di Nikolaj Lenin – che il “paladino dell’ambiente” Lester Brown si dedica all’arte di predire sciagure: il suo bollettino The State of the world (uno strano libro apocalittico che ogni anno pubblicizza l’edizione dell’anno successivo), è nato nel 1974 annunciando la scomparsa dei pesci del mare e la fine della pesca (la cattura di pesce complessiva sul pianeta intanto è quadruplicata); poi l’esaurimento dell’acqua dolce, la deforestazione, l’estinzione di piante e animali, l’imminente fine del petrolio (nel 1984: attualmente abbiamo riserve petrolifere per i prossimi 3-4 secoli) e una carestia globale causata dalla sovrappopolazione (nel 1996: ma dalla fine della II guerra mondiale ad oggi se la popolazione è raddoppiata, la produzione di cibo è triplicata).
La lobby del “partito ambientalista mondiale”
Nemico giurato di Repubblica è George W. Bush, reo di non aver voluto firmare gli accordi di Kyoto sulle emissioni inquinanti. Vittorio Zucconi (Repubblica 31 marzo) ha ricordato il suo legame con quelle lobby del petrolio decisive per il sostegno elettorale. In effetti, dietro certi avvenimenti, l’ombra delle lobby è più di un sospetto. Il caso “riscaldamento globale” ad esempio ha avuto inizio con una serie di articoli del New York Times, capace di determinare quello che “è notizia” per il resto degli Usa (e non solo), che nel settembre 2000 segnalava lo scioglimento del Polo a causa delle emissioni di CO2 (“The Polo Nord is melting”). Già il 22 aprile 2000 il NYT aveva criticato la petizione di 19,000 scienziati che denunciano la completa infondatezza di queste teorie per mano del suo reporter William K. Stevens. Intanto un rapporto dei fondi erogati all’Epa (la potente Environmental Protection Agency americana) parla di quasi 7 milioni di dollari assegnati dalla compiacente amministrazione Clinton ai gruppi che sostengono il negoziato sul clima, come il Natural Resources Defense Council, il Climate Institute, e il World Resources Institute. Mentre influenti fondazioni hanno aperto un flusso cospicuo di denaro a favore di questa campagna. La Pew Charitable Trusts (patrimonio 4 miliardi di dollari) ha finanziato con oltre 10 milioni di dollari la National Environmental Trust, per mobilitare attivisti e formare l’opinione pubblica su tematiche verdi. E di nuovo sul NYT è stato pubblicizzato il “Turning Point Project”, campagna contro il Wto e il “global warming” dei gruppi ambientalisti radicali, sia locali che “globali”, come i Friend of the Earth e Greenpeace (con un budget di 100 milioni di dollari l’anno) finanziati da potenze come la Mac Arthur Foundation, la Pew Charitable Trusts, la Mott Foundation, la Rockefeller Foundation e da Ted Turner. È paradossale, ma l’ex compagno di Jane Fonda, proprietario di un simbolo della globalizzazione quale la Cnn, è tra i massimi finanziatori del “popolo di Seattle”. Compresa la Ruckus society, fondata nel 1995 e legata ai gruppi anarchici mascherati vicini a John Zerzon e Ted Kaczynski (l’assassino noto come “Unabomber”), organizzatrice del Direct Action Network (DAN), la rete che addestra commando di 10-15 uomini per azioni di resistenza alla polizia e sabotaggio, oltre alle strategie di comunicazione coi media.
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