La settimana 17

Di Tempi
26 Aprile 2001
Il Presidente e il CorSera nel paese delle cazziate

Se non avete ancora capito perché non si può fare a meno di leggere il Corriere della Sera, procuratevi l’editoriale di Ferruccio De Bortoli del 23 aprile e incorniciatelo. Si tratta in tutta verosimiglianza di appunti – sotto forma di intervento del Direttore – di una conversazione con un Presidente della Repubblica che si prepara all’ainvestitura a premier di Silvio Berlusconi e che anche nel titolo (“Le regole per una scelta”) suggerisce la legittima preoccupazione che ha il nostro Capo dello Stato per la nuova situazione politica che si creerà dopo il 13 maggio. De Bortoli spiega il senso dell’appello di Ciampi «per la sicurezza dei singoli e dei partiti», riporta l’auspicio presidenziale che il Paese ritrovi «un clima di fiducia e serenità», ripete l’invito ai due schieramenti a moderare i toni del confronto politico. Ma quel che c’è di nuovo e di straordinario (specie se connesso con le dichiarazioni di Gianni Agnelli sulla pusillanimità dell’armata rutelliana) nell’editoriale del direttore del CorSera è il riferimento ai «commenti acidi internazionali» sulla situazione italiana «rimasticati e poi strumentalizzati specie dalla sinistra, a fini interni, con un provincialismo deteriore». La frase di Berlusconi sull’omicidio D’Antona «è infelice» per il vertice di Via Solferino, ma non è nemmeno una lontana eco della «barbarie» evocata da Massimo D’Alema e neppure evoca i toni della intemerata nei confronti dei consiglieri del Cavaliere letta martedì sul Foglio di Giuliano Ferrara. È invece un capolavoro di diplomazia delle “istituzioni”, le quali mandano a dire che «siamo convinti che la Casa delle libertà possa legittimamente governare il Paese» e parlano assumendo come praticamente certa la notizia del «suo probabile governo». Non mancano ovviamente i segnali al premier in pectore, il quale per trovare quei buoni uffici presidenziali che gli potrebbero venir utili in sede internazionale, deve in fretta far mente locale sulle sue proprietà e risolvere il conflitto di interessi (più che privatizzando la Rai come consiglia Il Foglio, forse vendendo Mediaset, chissà forse a Murdoch o chissà forse ad imprenditori di casa).

Bravo Adriano, ma non cazziare invano
Comincia stasera – e con ogni probabilità ripeterà il successo di “Francamente me ne infischio” – il nuovo show di Adriano Celentano: tra i temi forti biotecnologie e ambientalismo, da sempre cavallo di battaglia del Molleggiato. Sarà uno spettacolo degno di un abile comunicatore, quale il leader del Clan ha dimostrato largamente di essere. Ma l’intrattenimento piacevole e la brillante provocazione mediatica non vanno confusi con l’osservazione scientifica e la verifica di laboratorio. Il rischio è quello di stare al gioco dei troppi “ecologisti dalla pancia piena”, fautori di quell’insolito credo che vorrebbe un ritorno alla “natura”, ma non impedisce ai suoi adepti di vivere dei benefici garantiti da tecnologie e globalizzazione. Prendiamo il cibo transgenico, che Giuliano Ferrara difenderà davanti al ragazzo della via Gluck («Mi piace tutto ciò che rappresenta un miglioramento della natura da parte dell’uomo», ha dichiarato l’Elefantino sull’ultimo Venerdì di Repubblica): la crociata contro gli ogm sarà pure una causa romantica, «ma le biotecnologie sono riuscite a sfamare 1 miliardo di persone: senza ogm chi profetizzava carestie mondiali avrebbe avuto ragione», dichiara a Tempi il prof. Thomas De Gregori, uno dei massimi esperti di economia dello sviluppo, docente alla Houston University, Texas. «E poi cosa significa naturale? Anche le catastrofi sono naturali, così come le epidemie. Dante Alighieri, Leonardo da Vinci non sono un fenomeno naturale, e in India vi potrebbero giurare che spingere un risciò è meno naturale di guidare l’automobile». Gli è che l’ecologismo fondamentalista in Italia ha terreno fertile. Lo dimostrano le sparate di Willer Bordon e di Pecoraro Scanio, ora riprese da Romano Prodi. Un atteggiamento ben più pericoloso delle «derive xenofobe e secessionistiche» rimproverate al rustico Umberto Bossi, (come giustamente sottolineava Il Foglio). È il tentativo di far convivere gli antipodi, di sposare genericamente ogni “giusta causa”, dai pacifismi agli ecologismi, e rivestirla di buoni sentimenti, tipico dei “progressisti” dell’Ulivo. Una proposta culturale che ricorda gli “-ismi” descritti da Soloviev quando preannunciò l’epoca degli “Stati Uniti d’Europa” e dell’Anticristo, «un convinto spiritualista, un ammirevole filantropo, un pacifista impegnato e solerte, un vegetariano osservante, un animalista determinato ed attivo», infine un tollerante assertore del “soggettivismo morale”. O l’aguzzino Gletkin in “Buio a mezzogiorno” di Arthur Koestler: «L’esperienza insegna che alle masse deve essere data per ogni processo difficile e complicato una spiegazione semplice, facilmente afferrabile». Cioè una delle “verità facili” di W. Munzenberg, geniale consulente per la comunicazione di Stalin – a lui si devono il termine “utili idioti”, le marce pacifiste, gli appelli di solidarietà e l’idea di penetrare i paesi occidentali conquistandone i “ghetti”: da cui l’appoggio di Stalin al movimento per l’omosessualità e la libertà dei costumi in Inghilterra, l’attacco all’individualismo capitalista e la difesa della minoranza afro-americana negli Usa, il pacifismo e l’anticolonialismo in Francia. Munzenberg, finito come molti in disgrazia, venne “suicidato”. Impiccato ad un ramo di quercia. Un albero dalle radici sorprendentemente profonde nel giardino della politica italiana.

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