La settimana 28

Di Tempi
12 Luglio 2001
Tyson e Vasco. La prova che non siamo animali

Nessuna polemica fra Tettamanzi e Cl

Non c’è nessun conflitto in corso fra l’arcivescovo di Genova card. Dionigi Tettamanzi (nella foto in alto), sostenitore della manifestazione e del manifesto di critica al G8 da parte di 80 associazioni cattoliche, riunite sotto il nome di «Sentinelle del mattino», e Comunione e Liberazione, che a quella manifestazione non ha aderito. Lo ha precisato lo stesso cardinale: «Non ci sono polemiche con le associazioni cattoliche che non hanno aderito a questa iniziativa – ha risposto ad un giornalista che lo sollecitava sull’argomento entrando nel teatro dove si svolgeva l’incontro. Ognuno si sta mobilitando come meglio pensa di fare. Tutti i cattolici sono chiamati ad impegnarsi rispettando i modi di agire di ognuno. Non ci sono quindi risposte da dare a Cl». Tettamanzi, vicepresidente dei vescovi italiani, ha anche precisato che i cattolici «non sono contro la globalizzazione, ma per una globalizzazione umana e umanizzante, con la partecipazione libera e responsabile di tutti, anche degli “ultimi”».

Affamati made in Ulivo per Socci

La manifestazione dei cattolici anti-globalisti a Genova? Un vero flop per quel che riguarda la partecipazione, che non è arrivata alle 3mila unità. La fame nel mondo e il debito estero non sono stati sufficientemente combattuti negli anni Novanta? Governava l’Ulivo mondiale, e si è visto. Antonio Socci, una delle “menti” del manifesto anti-antiG8 firmato anche da Gianni Baget Bozzo e Piero Gheddo dal titolo “Non conformatevi”, prosegue la sua polemica con le «Sentinelle del mattino» e i loro sostenitori sulle colonne de Il Giornale. «… i promotori avevano annunciato esplicitamente – scrive nell’edizione del 10 luglio – che sarebbero arrivati a Genova “i ragazzi di Tor Vergata” che al Giubileo dell’anno scorso erano due milioni: la distanza fra due milioni e tremila (è lo 0,1 per cento) dà la percezione del totale fallimento». E commentando i mancati impegni internazionali del ’96 contro la fame nel mondo: «Perché queste sigle cattoliche e questi vescovi non protestarono ai tempi dei governi Prodi, D’Alema e Amato, quando venivano fatte queste scelte? Perché non protestarono quando i governi dell’”Ulivo mondiale” rispondevano picche all’appello del Papa che chiedeva il condono del debito del Terzo mondo in occasione del Giubileo?».

Pontecorvo a Genova sognando un’altra Algeri

Coerente con la missione che si è autoassegnato di «difendere la tivù pubblica dalla politica», Roberto Zaccaria ha reclutato una trentina di registi di sinistra per filmare avvenimenti, proteste e manifestazioni a Genova nei giorni del G8. Fra essi Gillo Pontecorvo, l’autore de La battaglia di Algeri, film culto dei terzomondisti degli anni Sessanta. In un’intervista rilasciata sulla Stampa a Lietta Tornabuoni (che esordisce definendolo «grande regista, uomo colto, cosmopolita e costruttivo») dice: «il popolo di Seattle e le sue azioni possono essere un modo di ribellarsi alla prevalenza schiacciante dell’economia e del capitalismo selvaggio». Ha chiosato Angelo Panebianco su Il Corriere della Sera l’indomani a proposito dell’intervista: «Un documento interessante: plauso per il popolo di Seattle, non una parola sugli orrori prodotti nel XX secolo dalla ideologia cui lo stesso Pontecorvo fino a ieri aderiva».

Inossidabile Iron Mike

Riccardo Romani, Corriere della Sera del 4 luglio, racconta da Las Vegas di un incontro ravvicinato con il pugile più cattivo del mondo, finito in galera per stupro, aggressione, violenze. Tyson continua ad allenarsi per un mondiale che forse nessuno gli concederà di disputare e intanto ingoia la sua giornaliera dose di Prozac che il giudice gli ha imposto per tenere sotto controllo la sua angoscia esplosiva: «L’ultima prigione di Mike Tyson – scrive Romani – è una piscina, dieci stanze da letto, una cantina con vini da due milioni a bottiglia e una gabbia per le tigri ammaestrate grande come un monolocale in centro a Milano». Ma Iron Mike è proprio quella belva lì? «Se dovessi dar retta a tutto quello che scrivono di me, sarei già diventato pazzo. Anzi pazzo lo sono già. È ovvio che vogliono ridurmi allo stato di buffone. Sto cercando di costruirmi una buona immagine. Non sarò pugile per sempre, devo accettare le regole della società. Resto pieno di conflitti, sono un uomo solo, senza amici. Ma capisco che è difficile essere amico di Mike Tyson. Il desiderio più grande? Niente di particolare se non quello che i miei figli non credano davvero che sono un animale». Grande Iron Mike. Più intelligente e filosofo di John Dewey, il gran padre bianco dell’ormai sfasciatissimo sistema educativo Usa, oggi in Italia grazie alla riforma Berlinguer, secondo cui l’uomo dovrebbe rassegnarsi a fare da concime allo «Stato», perché «abbandonare la ricerca della realtà e del valore assoluto e immutabile è la condizione per impegnarsi in una ricerca più vitale, la ricerca dei valori che possono essere condivisi da tutti perché connessi alla vita sociale». Qualcuno gli invii, all’Iron in gabbia, The religious sense, Mgr. Luigi Giussani, ed. Mc Gill-Queens, University Press, Montreal, Canada.

Siamo soli? Vediamoci

Pare che Vasco Rossi abbia ricevuto una lettera di un fan che tempo fa lo intervistò anche per Tempi. Gli ha riscritto quello che il Tyson del rock aveva messo nero su bianco e che il fan aveva letto sul depliant che gli avevano dato all’entrata ai concerti di Torino e di Roma: «… e siamo soli in uno stupido hotel, soli di fronte a noi stessi, soli, nella ricerca di “quell’equilibrio”, soli, nella sofferenza, soli, nella gioia, si può condividere una casa, una capanna, non uno stato d’animo… si può essere più soli a letto con qualcuno che dorme di fianco che in uno stupido hotel… e allora la felicità dov’è? Già dov’è… questa felicità!?! Conoscere se stessi, stare bene con se stessi. Prima di tutto ammettere la propria solitudine, accettare questa condizione…». Gli ha scritto il fan: «Fermati qua Vasco, non dirmi che accettare questa condizione significa rassegnarsi a “nascere, vivere e morire soli”. Era così per me e tu sei forte perché sei sincero e sai che la solitudine è la cosa più evidente che c’è, nel senso che è il momento in cui scopri che non c’è nessuno che possa rispondere al bisogno più grande che hai. Quale che sia non lo so ancora bene, ma so che un’amicizia comincia quando si lascia la porta aperta. È successo a me che mi sbattevo da una storia all’altra e che non è che c’era tanta allegria, alla fine. Mi conosci, no? Ti ricordi che ti ho detto di una certa compagnia, cristiana. Non è questione di “dipendenza dagli altri”. Mica sono scemo, lo sai. Sentimi, vale la pena di non rassegnarsi a quello che diceva la mamma di un tale di un romanzo di Faulkner: “la ragione per cui si nasce è per imparare a restare morti tanto tempo”. Perché non ci rivediamo? Un abbraccio Samu».

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