La settimana 38
Viva il dialogo interreligioso, ma senza religioni!
La Chiesa è tornata a far notizia, e un pochettino anche paura. Tutto è cominciato, come ricorderete, con la sbronza mediatica da Giornata mondiale della gioventù, di fronte alla quale all’inizio lo stupore la fece da padrone, ma tosto editorialisti, opinionisti, filososi, filosofi-sindaci, politici e corrispondenti delle rubrica “lettere” dell’Espresso lanciarono l’allarme contro il ritorno del fondamentalismo cattolico. Il trend si è radicato in un batter d’occhi: tralasciata ogni altra possibile prospettiva, la Chiesa è tornata a essere esclusivamente una “istituzione politica”, cioè un’istituzione che lotta col mondo per il potere e al cui interno si lotta aspramente per il potere. Da qui la reazione alla pubblicazione della “Dominus Iesus”, giudicata minacciosamente intollerante dall’intellighenzia laicista italiana per la sua dichiarazione “circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa”. Tra i laici ha fatto eccezione Giuliano Ferrara, che sul Foglio ha pubblicato il testo integrale del documento pontificio e poi su Panorama ha argomentato sostanzialmente così: viva il cardinal Ratzinger, se vengono meno le differenze tra le religioni in nome di un malconcepito ecumenismo, vengono meno le religioni stesse e conseguentemente il dialogo tra loro.
Giocarsi la tiara sui musulmani
Scemato l’effetto Ratzinger, le laiche antenne esorcizzanti il rimontante integralismo si sono prontamente ridrizzate al levarsi della voce del cardinale Giacomo Biffi, il quale, presentando a Bologna la sua nota pastorale “La città di san Petronio nel terzo millennio”, ha offerto non richiesti consigli allo Stato italiano sulla gestione dei flussi migratori: “Lo Stato privilegi gli immigrati cattolici”. Che si trattasse di una voluta, volutissima, provocazione l’hanno sottolineato solo Andrea Tornielli sul Giornale e il già citato Ferrara sul Foglio. I più hanno abboccato e si sono distinti, con varie sfumature, nella denuncia del razzismo insito nelle parole del cardinale. Il “la” all’interpretazione “vera”, e perciò condita di dietrologia, è venuto dalla chiusura del pezzo di Luigi Accattoli (che pur laicista non è) sul Corriere della Sera di venerdì 15 settembre: “Biffi ama il paradosso e per una battuta sarebbe capace di giocarsi il Papato. Con le parole dell’altroieri sull’‘invasione’ islamica si è solo giocato – ma non è la prima volta – la simpatia di buona parte degli stessi ambienti ecclesiastici. Il silenzio mantenuto ieri da tutte le fonti della Cei ne è una riprova”. (La Cei interverrà, per bocca del suo presidente cardinale Camillo Ruini, lunedì 18 settembre, esprimendo comprensione per il problema sollevato da Biffi). Ma le parole chiave sono state pronunciate: “giocarsi il Papato”.
“Voglio una Chiesa ostellinata”
Il giorno dopo, sabato 16 settembre, ci pensa Piero Ostellino a spiegare che la Chiesa non è in realtà preoccupata né dell’insegnamento nei suoi seminari della giusta dottrina (Ratzinger) né del problema dell’integrazione con gli immigrati islamici (Biffi), ma che “in Vaticano e dintorni è cominciata la campagna elettorale in vista della successione a Giovanni Paolo II”, siamo insomma alla “vigilia di una guerra di movimento”. A Ratzinger risponde il cardinal Carlo Maria Martini e a Biffi monsignor Francesco Gioia. Professandosi “aspirante credente” Ostellino si premura di dire alla Chiesa come debba conformarsi per poter ottenere la sua adesione: primo, favorisca questo “singolare pluralismo teologico”; secondo, freni “la recrudescenza dell’integralismo religioso e del clericalismo politico”; terzo, limiti la religiosità alla sfera “interiore, liberata dal controllo dell’apparato ecclesiastico”, la sganci “dalla rigidità dei dogmi non ultimo quello dell’infallibilità del Papa”. S’è dimenticato di chiedere anche “fimmine, sigarette, caffè e pasta cull’agghiu (con l’aglio)” come recita il tormentone di un nostro collaboratore tutte le volte che gli chiediamo se vuole qualcosa al bar. Ma non ha tralasciato di ricordare che – seguendo l’esempio dei protestanti – la Chiesa si dovrebbe preoccupare di porre “le fondamenta del liberalismo politico ed economico” nonché “i presupposti del capitalismo e del mercato”. Invece gli uomini di Chiesa, sordi ai richiami di Ostellino, sono occupati “soprattutto se non esclusivamente” in una “lotta di potere per il controllo di quella straordinaria istituzione ‘politica’ che è la Chiesa”. Le carte sono scoperte.
Per fare il Papa ci vuole un Re
A questo punto giunge il “terremoto in Vaticano” (La Stampa, 17 settembre), anzi, il “‘ribaltone’ in Vaticano” (Repubblica). Così viene letta la nomina di monsignor Giovanni Battista Re alla Congregazione per i vescovi. Marco Politi, sul giornale fondato da Eugenio Scalfari, spiega che “così Wojtyla cambia i giochi del Conclave”. La nomina di Re completerebbe una “linea di trinceramento” che darebbe a “tradizionalisti e curiali” il controllo del prossimo Conclave. Giovanni Paolo II avrebbe rotto “la tregua giubilare scompaginando gli equilibri” interni alla Chiesa. “Tregua” si usa per definire una temporanea e concordata sospensione delle ostilità, della guerra. Politi non precisa, come Ostellino, se sia “di movimento” o di posizione, ma guerra è. Non si è qui così ingenui da pensare la Chiesa immune da queste tentazioni, ma si è altrettanto realisti per poter con tranquillità osservare che una controffensiva mediatica, e in grande stile, è ripartita. Agli uomini di fede tocca anche il compito di difendere (col candore delle colombe e l’astuzia dei serpenti) gli spazi e le possibilità dell’annuncio che solo sta a cuore alla Chiesa e nel quale è la sua ragion d’essere.
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