La settimana 49

Di Tempi
08 Dicembre 2000
Se Cossiga, Chirac (e Ratzinger) sospettano che l’Europa dell’asse Roma-Berlino somiglii un po’ all’ex Ddr, gli europei non piangeranno se il vertice di Nizza sarà un flop. E tradimenti di un Sogno

A Nizza, concludendo la Conferenza Intergovernativa apertesi all’inizo dell’anno, i 15 litigheranno sicuramente fino a domenica 10 sulla riforma dei Trattati che dovrà adeguare l’Unione Europea all’ampliamento di se stessa.

Eurodivisi. Su tutto
Sul sistema di voto, si cerca di riequilibrare le esigenze dei Paesi più popolosi, che esprimono un numero di voti maggiore, e quelle di quelli più piccoli, che conservano un forte peso specifico. Quanto ai Commissari — il “gabinetto” del “governo” europeo presieduto da Romano Prodi —, c’è chi vuole ridurne il numero e chi invece ne propone la rotazione. E infine Nizza potrebbe sancire il principo dell’“Europa a due velocità”: alcuni Stati procederanno più speditamente di altri nell’integrazione delle loro politiche estere e di difesa. La divisione fra i 15 non potrebbe regnare più sovrana di così. Le divergenze fra Germania e Francia lo indicano chiaramente. Berlino accusa Parigi di sacrificare l’Europa alla ragion di Stato interna. Ma Parigi sembra rispondere che, essendo fino a ora accaduto esattamente il contrario, è il momento buono per smetterla. Di rincalzo, gli Stati più piccoli (difesi dalla Svezia) avversano una ridistribuzione del potere che ne ridurebbe drasticamente le prerogative, Londra non vede di buon occhio alcuna integrazione né a due né a una velocità, e molti (anche fra i Paesi grandi) già temono quella ristrutturazione della Commissione (composizione e numero dei membri) che potrebbe penalizzare indistintamente un po’ tutti, a fortiori gli Stati più popolosi. Mene tecniche o questioni di fondo? La seconda delle due, se è vero com’è vero che la revisione dei Trattati comunitari sta portando al pettine il nodo irrisolto di tutta la matassa: la natura della rappresentanza politica nella UE, la questione della (mancanza di) democrazia al suo interno, la perdita di sovranità degli Stati membri. Gerhard Schröder lo sa, ma procede nell’utopia europeistica che ignora popoli e cittadini. Jacques Chirac se n’è accorto e sta ripiegando su più miti consigli.

Il (buon) consiglio del Gran Picconatore
Un esempio aiuta a chiarire. A Nizza si teme l’impatto dei facinorosi “di Seattle” e quindi il prefetto della cittadina sulla Costa Azzurra ha pensato bene di sospendere temporaneamente le vigenza del Trattato di Schengen — quello che permette la libera circolazione di uomini, merci e servizi nei Paesi della UE —, onde scongiurare il pericolo del terrorismo (il Belgio si è recentemente autosospeso da Schengen per riprendere il controllo sulla piaga dell’immigrazione clandestina e Alleanza Nazionale ha chiesto un provvedimento simile per l’Olanda, grande produttrice di ecstasy). Morale della favola: costa pochissimo giocare all’europeismo spinto quando il mondo dorme, mentre quando ci sono problemi veri (il sale della vita) occorre immediatamente revocare tutto. Chirac e Schröder se ne sono accorti, ma l’uno fa realisticamente dietrofront mentre l’altro procede imperterrito. E allora la differenza torna a farsi politica, fra Sinistra e Centrodestra. Due hurrà quindi per Francesco Cossiga che, sul Corriere della Sera del 4 dicembre, inquadra la questione stigmatizzando le “tentazioni” tedesche “sull’Europa sostenute dall’egemonismo del cancelliere Schröder, in fedeltà al suo antico anti-occidentalismo, anti-atlantismo e anti-europeismo nutrito di malcelata simpatia per le esperinze politiche e culturali della ex Ddr, quindi tiepido, a dir poco, nei confronti dell’unificazione tedesca. Ormai la mia unica speranza risiede non nel governo del mio paese ma nella saggezza dell’amico Jacques Chirac cui mi auguro si affianchino Josè Maria Aznar e il governo spagnolo”. E, ovviamente sottinteso, il prossimo governo italiano di Silvio Berlusconi.

Quell’inutile e ideologica Carta
Prima vittima del vertice di Nizza? La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che sa di nulla e che non entrerà nei Trattati. E che è irreligiosa e indifferente alla famiglia, come dice il cardinal Joseph Ratzinger, Prefetto della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede. Essa non prevede strumenti di difesa giuridica dei valori che dice di proclamare e, in un’ansia di egualitarismo astratto e senza rispetto dei fattori essenziali costitutivi di una qualsiasi comunità umana, omologa le coppie di fatto e quelle gay alla famiglia tradizionale, facendo assurgere la diversità a norma e la norma naturale a cascame di una tradizione priva di razionalità. Così facendo, ha detto Ratzinger, la Carta europea esce “dal solco di tutta la storia morale dell’umanità”, operando il “dissolvimento dell’immagine che l’uomo ha sempre avuto di sé”. Ratzinger rafforza insomma quanto già denunciato il 22 ottobre scorso dai membri del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa riuniti a Lovanio, in primis il cardinal Gottfried Daneels, arcivescovo della diocesi di Bruxelles-Malines e primate della Chiesa cattolica belga. A proposito della Carta, un mese fa osservavamo (Tempi n. 42): “Tanta teoria e pochi contenuti precisi, un polpettone stile New Age tenuto insieme da dichiarazioni del tipo: ‘I popoli europei nel creare un’unione più stretta hanno deciso di condividere un futuro di pace fondato sui valori comuni’.” È proprio vero allora: Ratzinger ci legge. Parola di foto(montaggio).

Il caso Sogno
A suo tempo Violante fu bravo perché, senza prove, sbattè in gattabuia un partigiano antifascista reo di anticomunismo per il solo fatto di aver un giorno pensato: “Beh, se da noi arrivano al potere i comunisti, se arrivano anche per via formalmente democratica (come in molti casi è stato all’Est, come Adolf Hitler fece in Germania), io torno in montagna — come nella nota canzone su studenti, braccianti e operai anticomunisti di Budapest 1956 — e vendo cara la pelle. Perché amo l’Italia”. Ed è di questa Italia che Sogno parla in Testamento di un anticomunista. Dalla Resistenza al “golpe bianco”, scritto con Aldo Cazzullo (Mondadori, Milano 2000). Chissà se, prima di citarlo e di stracciarsi le vesti, le mammolette impaurite che ora lo fustigano (riferimento voluto al bell’editoriale di Giuliano Ferrara su Il Foglio del 4 dicembre) lo hanno letto. L’eroe della Resistenza scrive nel suo Testamento qual è il suo vero Sogno: quello di un’Italia fatta di “occidentali”, cioè di “tutti coloro che credono nella nazione italiana, vogliono l’Unione europea e la pacifica collaborazione internazionale, ma non intendono annullare l’identità dello Stato italiano in un impossibile Stato unitario europeo, né in un indifferenziato internazionalismo. Dunque tutti i risorgimentali laici e cattolici del Polo: i liberali, i repubblicani, i socialdemocratici, i cattolici occidentali, i radicali, i nazionalisti di An, che sono una larga maggioranza nel Paese e, se questa fosse una vera democrazia, dovrebbero esserlo in parlamento e nella volontà costituente”.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.