La settimana 51
Come mai i giornali non ne hanno parlato?
Nella rubrica curata da Sandro Magister nel sito Espresso-Kataweb leggiamo: “Questa volta il cardinale Carlo Maria Martini non ha sfondato. Il suo annuale discorso politico della vigilia di sant’Ambrogio ha goduto sulla stampa di una eco modestissima, nonostante lo straordinario peso delle cose dette. O meglio. Proprio per le cose che ha detto. Un capitolo del suo discorso, il cardinale Martini l’ha dedicato all’Islam. Non l’ha chiamato per nome. Ma il riferimento era trasparentissimo. Ebbene, sullo spinoso problema posto dall’immigrazione musulmana il “progressista” Martini ha sostenuto tesi pienamente concordi con quelle del “reazionario” cardinale Giacomo Biffi. Sì, proprio le tesi biffiane che lo scorso settembre scatenarono una tempesta di polemiche indignate, anche dentro la Chiesa cattolica”. Ecco, di seguito, cosa ha detto il cardinale di Milano.
Il cardinal Martini sulla “Carta dei Diritti dell’UE”
(Tratto dal capitolo 2 di “Famiglia e politica”)
“L’impressione dominante oggi è quella di una famiglia respinta sempre più nel privato. Tanto che ci si domanda: dopo secoli di riconoscimento sociale ed univoco del ruolo della famiglia, sarà possibile oggi, senza suscitare conflitti o accuse di intolleranza, riproporre quell’istituto nei suoi valori tradizionale e pur sempre attuali, cioè come famiglia basata sul matrimonio, su un rapporto stabile e duraturo tra uomo e donna, aperto alla fecondità? Il problema non si poneva un tempo, quando questa struttura veniva recepita come un fatto di ‘natura’ e, in quanto legge naturale riconosciuta, non esigeva dimostrazione. Oggi si ha l’impressione che la concezione tradizionale, romana e cristiana, della famiglia possa essere tutt’al più una tra le varie forme di convivenza alternative e che essa appartenga alle scelte puramente religiose. In questo senso viene lasciato alla Chiesa il compito di strutturare al suo interno l’impianto di una pastorale familiare cristiana. Nemmeno la recente ‘Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea’, pur permeata dall’idea cristiana di persona, osa sbilanciarsi in una definizione, tanto meno univoca, di famiglia. E – con il suo dettato che distingue tra ‘diritto di sposarsi’ e ‘diritto di costituire una famiglia’ – può prestarsi a legittimare forme di convivenza alternative. E’ possibile che la divergenza tra le varie concezioni e legislazioni nazionali europee al proposito abbia reso difficile una dichiarazione univoca e che perciò la Carta lasci ad altre sedi il dibattito. Perciò, anche se la Carta non pregiudica di per sé il ruolo tradizionale della famiglia, tuttavia, insinuando altre possibilità, rende inevitabile, almeno a livello delle singole società nazionali, un confronto politico serrato su questa istituzione. E’ un confronto al quale non ci si può sottrarre e che auspichiamo possa condurre a una argomentata riproposizione e condivisione del valore fontale della famiglia in ordine all’essere e al bene-essere della società intera”.
Il cardinal Martini sulla “Sfida della società multietnica”
(Capitolo n°5 di “Famiglia e politica”)
A produrre una sempre più variegata gamma di modelli familiari concorre l’irruzione tra noi della società multiculturale e multireligiosa, che in alcuni casi tocca in maniera rilevante anche l’istituto della famiglia e del matrimonio. E’ vero che spesso la civiltà e il diritto proprio di tradizioni religiose e civili diverse dalla nostra sono molto meno compatti e monolitici di quanto appaia a prima vista. Tuttavia in alcuni mondi religiosi resta la costante, che si configura come uno spinoso problema, della sovrapposizione di religione e politica e della immediata derivazione del diritto positivo da istanze puramente religiose. Se è vero che il matrimonio, presso probabilmente la maggioranza delle culture, fa perno, alla stessa stregua del nostro costume civile e giuridico, sul consenso delle parti contraenti, tuttavia in vari casi emerge, come costitutiva del costume e della legislazione, una disparità di diritti e di doveri tra uomo e donna e un rilievo decisivo conferito alla fede religiosa in rapporto allo status giuridico coniugale e familiare. Al profilo della disparità di diritti sono da ricondurre prassi come il diritto dell’uomo ad avere contemporaneamente più mogli; il diritto, sempre del marito, al ripudio unilaterale della moglie; il diritto solamente maschile di esercitare la potestà sui figli ecc. Al profilo della fede religiosa si riconnette per esempio la prassi dello scioglimento automatico del matrimonio in caso di conversione del coniuge ad altra religione, la possibilità di sottrarre la custodia dei figli alla madre quando si ha il fondato sospetto che essa possa crescerli in un’altra religione, l’impedimento alla successione in caso di differenza di religione ecc. Di qui potrebbero nascere molteplici elementi di contrasto con il nostro codice civile. Su questo fronte si richiede perciò un accorto discernimento. Il matrimonio e la famiglia sono il cuore stesso di una civiltà, lì è custodito il nucleo più intimo di una cultura e di una tradizione che fa tutt’uno con la nostra identità collettiva. La doverosa, cordiale apertura al pluralismo delle culture e dei modelli familiari deve convivere con la cura di custodire principi e valori di portata universalistica, retaggio della nostra tradizione europea e occidentale. Solo l’esercizio di tale discernimento può metterci al riparo, per un verso, dal relativismo-sincretismo, per altro verso, dalle derive dello Stato etico. Nel primo caso si favorirebbe l’emergere di un individuo decontestualizzato, sradicato da ogni patrimonio culturale e dunque in balia dei più diversi modelli di convivenza, tutti posti indifferentemente sullo stesso piano. Nell’altro caso avremmo di fronte comunità ‘blindate’, inclini ad assolutizzare, sino alla pretesa di imporli agli altri, i propri modelli di convivenza. Che è cosa diversa, ripeto, dal dovere di vagliare con cura la compatibilità dei vari modelli familiari con quel nucleo di principi e di valori, di matrice illuministica e cristiana, cui non possiamo e non dobbiamo rinunciare. L’illuminismo e il cristianesimo, pur essendo entrati storicamente in contrasto, col tempo hanno prodotto una sintesi preziosa che fa perno sulla dignità della persona umana e sul carattere inalienabile dei suoi diritti fondamentali, quelli confluiti nella Dichiarazione universale del 1948. E’ in nome di essi e non dell’occidentalismo e di una sua pretesa superiorità che il nostro ordinamento, in materia di matrimonio, non può recepire acriticamente taluni istituti di un diritto matrimoniale diverso che sminuiscano il principio dell’uguaglianza, della pari dignità sociale e della libertà religiosa. Si potranno e si dovranno mettere a punto, anche in tema di matrimonio e famiglia, modelli di integrazione giuridica atti a propiziare o sigillare, a livello di diritto positivo, i processi di integrazione sociale con comunità di tradizioni differenti. Sempre però nel quadro di quegli irrinunciabili diritti fondamentali della persona, misconoscendo i quali, verrebbero meno le precondizioni stesse della possibilità di una giusta integrazione, che rispetti le identità e favorisca la comunione. Dialogo e convivenza sono possibili se e solo se tutti si conviene su un solo ma decisivo punto: e cioè che l’altro da me, ancorché diversissimo, è, come me, persona, cioè soggetto libero e titolare, in radice, di eguale dignità e dei medesimi diritti che gli competono appunto in quanto persona. Può sembrare poco, ma in realtà qui, in nuce, sta tutto intero il patrimonio della nostra civiltà e la sua vocazione universalistica”.
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