La settimana 8
Claudio Cappon, il nuovo direttore generale della Rai, ha quarantotto anni. Non sappiamo se è il più giovane direttore generale della radiotelevisione di Stato, certo lui ci tiene a far sapere che gli piace bruciare le tappe: “A trentasei anni ero già direttore” ha detto compiaciuto a colleghi dirigenti passeggiando in un corridoio di via Mazzini. In effetti lo era, il suo curriculum è tutto interno a società del gruppo Iri e nelle direzioni Finanza, Controllo e Ispettorato. È stato direttore centrale per la programmazione e il controllo di Italstat, la società in cui finì Ettore Bernabei dopo la gloriosa stagione alla Rai. Buona scuola. E buon viatico verso i piani alti che il suo mentore ben conobbe.
Direttore generale Rai…
La figura di Bernabei, la sua storia, permette di capire che cos’è il direttore generale della tv di Stato. È il ruolo in cui si accentra il vero potere, un motore immobile intorno a cui ruota tutta l’azienda che decide delle sue sorti molto di più che non il consiglio di amministrazione. Si ricorda infatti “la Rai di Bernabei”, “la rai di Agnes”, “la Rai di Letizia Moratti”, la “Rai di Celli”, identificando l’azienda con il suo direttore generale (unica eccezione la “Rai dei professori”, per indicare una gestione che doveva avere l’immagine di una svolta, di un cambiamento, ma se, al di fuori degli addetti ai lavori, chiedete al telespettatore medio il nome di uno solo di quei professori verificherete immediatamente quale fu la loro incidenza). Alla Rai Cappon era stato chiamato da Pierluigi Celli il 12 marzo 1998 per sedere sulla poltrona di vicedirettore generale con delega alla finanza, e come uomo di fiducia di Celli veniva considerato. Tale era la fiducia che il direttore generale riponeva nel suo vice che gli chiese di sedere nei consigli di amministrazione di molte di quelle società create dalla Rai, e dalla Rai controllate, in cui è stata parcellizzata la struttura di viale Mazzini. In quei consigli di amministrazione Cappon, ora che è direttore generale, siede ancora e il fatto sembra un po’ anomalo. Ambienti della presidenza della Commissione di Vigilanza parlano di un “conflitto di interessi che tecnicamente viene definito immanente. Aggirabile, sempre tecnicamente, dal fatto che Cappon può astenersi dalle votazioni”. Ma, fanno notare, dovrebbe invece dimettersi “e non risulta che finora abbia annunciato di volerlo fare”.
…e tutto il resto
Ecco quali sono le società in cui il direttore generale della Rai è presente nella doppia veste di controllato e portatore di interessi e indirizzi del controllore: è membro del Cda di Rai Way, società che possiede l’hardware, cioè gli impianti di trasmissione (è strategica per lo sviluppo soprattutto nel campo delle nuove tecnologie); è membro del Cda di Rai Cinema, società incaricata delle produzioni cinematografiche finanziate dalla Rai; è membro del Cda di Rai Trade, società che si occupa della vendita dei diritti di produzione Rai (dallo sport ai documentari, dal varietà alla fiction); è presidente del Cda di Rai New Media, sub holding controllata dalla Rai che nei piani di Celli doveva controllare altre società con l’obiettivo della quotazione in Borsa; e infine è membro del Cda della Sipra, società che per la Rai raccoglie qualcosa come 2.500 miliardi di pubblicità all’anno. Va detto che molte di queste società sono state pensate e create dall’ex direttore generale Celli e che nei loro consigli di amministrazione siedono anche altri cosiddetti Celli boys, Cappon era appunto considerato uno di questi. Il progetto non è suo, ma potrebbe essere lui a goderne i frutti.
L’uomo che non pranza mai con i suoi fornitori
Persa la sua partita in Rai, e in navigazione verso la spagnola Telefonica, Celli è stato sostituito da un vice nei confronti del quale forse il presidente Roberto Zaccaria ha peccato di sottovalutazione. Zaccaria cercava un uomo con un livello di autonomia inferiore a quello manifestato da Celli. Se pensa di averlo trovato in Cappon vuol dire che ha frainteso alcune sue manifestazioni. La riprova viene sempre dai corridoi di viale Mazzini, dove con stupore fanno notare che “il ragioniere nel suo primo discorso al top management ha nientemeno che citato Roosevelt”, e, più perfidamente, riportano una battuta che ha gelato il presidente. Ma per capirla occorre una premessa e un antefatto. Premessa: Celli, che non era un uomo di prodotto e forse un po’ ne soffriva, era solito frequentare occasioni conviviali con produttori-autori, piegandosi anche a qualche piccolo diktat. Ne è un esempio il pranzo pianificato da tempo con Adriano Celentano a Milano, invitati Celli, Zaccaria e Beretta (Rai1), in occasione del nuovo programma del Molleggiato. Cambiando il direttore generale tutti hanno pensato che fosse necessario cambiare solo il nome del segnaposto al tavolo dei commensali. Pare invece che il nuovo direttore generale abbia fatto gentilmente e gelidamente sapere: “Io non vado a pranzo coi miei fornitori”.
L’agitazione di Zaccaria
Difficile dire se e quanto resisterà, soprattutto se cambieranno gli assetti politici del paese, assetti dei quali sembra comunque molto più preoccupato il suo presidente, che, viste chiuse tutte le porte dall’altra sponda, si è dato a un attivismo ulivista senza precedenti, nella speranza di una (improbabile?) conferma di fronte a una (improbabile?) vittoria del centrosinistra alle prossime elezioni.
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