La ‘sicurezza’ del Monumentale
Cimitero Monumentale di Milano, un pomeriggio di sole sbiadito, giorno feriale, poca gente nei viali. I passi sulla ghiaia sono veloci. S’inoltrano i vivi oltre la facciata del Famedio, oltre i bordi gialli di fiori disposti per le feste dei morti dall’amministrazione municipale. La morte borghese del Monumentale si presenta onorabile e onorata, imponenti le tombe della grandi famiglie milanesi di fine Ottocento. Altari, rupi, cappelle, piramidi di marmi sontuosamente scolpiti, e, sotto, nomi evocativi di solide fortune, di robusti patrimoni tramandati di generazione in generazione, di cementificio in setificio, a fondare la grande industria del Nord, e pare nel silenzio di sentire echi di antiche turbine, macchine, telai. Avanzi ancora, penetrando nel ventre dell’isola che galleggia immota dentro Milano. I tuoi passi soltanto, e l’acqua che dalle fontane rumoreggia. Intorno, nessuno. Nessuno fra le tombe orgogliose dei cavalieri e dei commendatori, degli onorevoli e dei senatori; dei professori illustrissimi e dei principi del foro, nessuno, talmente, che sobbalzi all’eco del fischio di locomotiva dai binari di Porta Garibaldi, oltre il muro – oltre il confine – e insegui con nostalgia il fruscio sui binari del tram 33, che t’immagini, appena fuori, sul viale, carico di gente che torna a casa, pieno di vivi. Qui, in fondo ai campi oltre alla Necropoli, dove ti sei spinto, l’edera striscia indolente sui gradini delle cappelle di nobili famiglie, ne copre con le sue reti le porte, o avviluppa le tombe fino a soffocarle, più né il nome, né l’anno, solo nodi di rami avvinghiati.
L’oblio del tempo, certo, ti dici a cercare di giustificare quella strana ansia che comincia a stringerti, e non te solo, giacchè camminano davvero un po’ troppo veloci i rari visitatori. Il tempo, o le speranze fasulle riposte in quegli onori – cappelle di famiglia imponenti, altere come mausolei; e tutti commendatori, generali, granduchi, eccellenze, nobildonne, eroi, i sepolti, a cui si giurò imperituro ricordo con caratteri ormai illeggibili, cancellati dalla pioggia e dagli anni. Sulla tomba di Luigi Giussani, al Famedio, sta scritto solo: «Oh Madonna, tu sei la certezza della nostra speranza». Come l’àncora che cercavi in quel vuoto, in quella speranza desertificata di illusi – da cui, alle cinque, le sirene del Monumentale chiamano fuori i vivi, avvertendo che è l’ora.
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