La signora della guerra

Di Newbury Richard
22 Gennaio 2004
Dalla battaglia delle Midway ai kamikaze di Baghdad. Oltre all’intelligence, serve la fortuna. Lo dice lo storico John Keegan

uando doveva nominare qualcuno generale, la prima cosa che Napoleone chiedeva era: «è fortunato?». E Von Moltke, il creatore dell’esercito prussiano diceva: «Non c’è un solo piano che sopravviva ai primi cinque minuti di scontro con il nemico». La “nebbia della guerra” avvolge tutto e, non per niente, il quartier generale della Cia si trova a Foggy Bottom (letteralmente “fondo nebbioso”), in West Virginia.

I PRECETTI DELLO SPIONAGGIO
Sir John Keegan è il più autorevole storico militare inglese, autore di numerosi best-seller, tra cui La grande storia della guerra (Mondadori 1994). Attualmente direttore della sezione questioni della difesa del Daily Telegraph, è stato senior Lecturer di storia militare al Royal Military College di Sandhurst e ha insegnato a Princeton e Vassar. La domanda che pone Keegan, sulla base della sua conoscenza enciclopedica, è questa: «Quanto è utile l’intelligence in guerra?» e, in particolare, nel caso di una guerra contro il terrorismo? Il lavoro di intelligence prevede cinque fasi fondamentali: 1) Acquisizione di informazioni per mezzo di humint (spie) o sigint (intercettazione di comunicazioni) e sorveglianza visuale. 2) Riferimento delle informazioni con la maggiore tempestività possibile, dato che la loro validità è molto breve. 3) Esame delle informazioni: sono affidabili? «Leggere la corrispondenza di una persona non significa necessariamente sapere che cosa ha in mente», disse una volta un Segretario di Stato americano. 4) Interpretazione, che spesso è piuttosto un lavoro di ispirata congettura, giusta o sbagliata che sia. 5) Utilizzo pratico; qui la regola generale deve essere «nessuna valutazione di intelligence rimane perfettamente valida quando la si mette in pratica».
Dopo avere descritto a grandi linee la storia dell’intelligence dagli antichi egizi fino alla guerra d’indipendenza americana, Keegan si sofferma su sei casi specifici. Il primo è il “cieco” e telepatico inseguimento di Napoleone da parte di Nelson per tutto il Mediterraneo, fino alla distruzione della flotta francese nella battaglia del Nilo. L’importanza di ottenere conoscenza locale è dimostrata dalla vittoria di sorpresa ottenuta da “Stonewall” Jackson nella valle dello Shenandoah durante la guerra civile americana. Viene poi discusso come l’avvento dei sistemi radiotelegrafici di intelligence ebbe un notevole impatto sulla guerra navale durante i due conflitti mondiali, anche se è stata poi la concreta vittoria nelle battaglie navali contro gli U-boat a decidere il destino della guerra. Allo stesso modo, persino dopo la decifrazione del codice Enigma, a Creta la conoscenza anticipata della situazione non servì a nulla né quando i paracadutisti tedeschi combatterono con frenesia suicida né quando il generale Freyberg, al comando dei suoi neozelandesi (che Rommel considerava le truppe migliori al mondo) pensò che l’attacco principale sarebbe venuto dal mare. Anche i tedeschi erano convinti che lo sbarco in Normandia fosse un diversivo per il vero sbarco a Calais, e le conseguenze furono per loro disastrose. La Battaglia delle Midway, per mezzo della quale la marina americana riprese il controllo del Pacifico nel 1942, fu in definitiva vinta sia grazie alla fortuna che alla decifrazione di Magic, il codice giapponese, dato che la flotta di portaerei del Sol Levante fu scoperta soltanto quando un aereo americano, giunto al limite del suo raggio d’azione, osservò un cacciatorpediniere giapponese che, dopo aver inseguito un sottomarino Usa, ritornava ad unirsi con il resto della flotta, che si trovava a ottanta chilometri di distanza.

SENZA GLI “ATTRIBUTI”, L’INTELLIGENCE NON SERVE
In realtà, la pre-conoscenza non rappresenta una protezione. L’ultimo rappresentante del califfato abbaside, che al Qaeda sogna di restaurare, ebbe senza dubbio qualche presentimento del destino che lo aspettava a Baghdad nel 1258, quando si arrese come un codardo al mongolo Hulagu e ai suoi strangolatori. Le democrazie europee si mostrarono concilianti con Hitler «facendo i gentili con il coccodrillo nella speranza di essere mangiati per ultimi», come disse Churchill, e sopravvissero soltanto grazie all’intervento dell’Impero britannico e della Repubblica americana. Ancora una volta l’Europa, di fronte alla minaccia di vedersi tranciata l’arteria dei suoi rifornimenti petroliferi da un pericolo chiaro e imminente, si è messa a sbandierare ai quattro angoli del mondo tanto la sua ricchezza quanto la sua debolezza, cercando nello stesso tempo, nella Convenzione europea, di mettere le proprie mani sull’autosufficienza petrolifera dell’Inghilterra e di licenziare da condottiero il suo salvatore passato e presente: gli Stati Uniti.
Nonostante tutte le prove e gli avvertimenti del loro comandante in capo della marina (il quale era stato addetto navale a Washington), i giapponesi non erano forse convinti che avrebbero potuto attaccare l’America e sopravvivere?

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