La Siria di Assad mette a tacere le ultime speranze democratiche

Di Eid Camille
24 Maggio 2007

Alcuni paesi si dilettano a reprimere ogni minima libertà di espressione, incuranti dei diritti più elementari dell’uomo. Lo scorso 13 maggio un tribunale di Damasco ha condannato a tre anni di carcere lo scrittore Michel Kilo e l’attivista Mahmud Issa, accusati di aver «offeso il sentimento patriottico e sobillato gli impulsi confessionali». Kilo e Issa erano stato arrestati nel maggio 2006, assieme ad altri nove attivisti tra cui il noto avvocato difensore dei diritti umani Anwar al Bunni, condannato il 24 aprile scorso a cinque anni di prigione. Il 10 maggio un altro dissidente, Kamal Labwani, è stato condannato a 12 anni di carcere per «contatti con un paese straniero con l’obiettivo di incitarlo ad attaccare la Siria», allusione agli Stati Uniti.
Il giro di vite avviene a pochi giorni dal referendum fissato per domenica prossima (27 maggio) sulla candidatura di Bashar al Assad alla presidenza e che assicurerà all’attuale presidente un secondo mandato al vertice dello Stato. Referendum, abbiamo detto, e non elezione. Perché ancora oggi in Siria il popolo è chiamato a rispondere con un “sì” o un “no” all’unica candidatura presentata dal “partito guida della società”, il partito Baath. La colpa dei dissidenti condannati è quella di aver creduto fino in fondo alle promesse fatte nel 2000 dallo stesso Bashar. Tutti avevano confidato in un cambiamento in senso democratico malgrado il perfetto stile monarchico con cui è avvenuta la successione fra padre e figlio. Nel suo discorso di investitura l’allora 34enne Bashar aveva lasciato intendere che la strada della liberalizzazione dell’economia, della libertà di stampa e del multipartitismo era ormai tracciata. Ora, la maschera è definitivamente gettata. camilleid@iol.it

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