La smoking gun di Castro
A L’Avana l’11 aprile scorso è stata eseguita la condanna a morte per fucilazione di tre uomini accusati del sequestro di un traghetto passeggeri, avvenuto il 2 aprile, con l’intento di raggiungere la Florida. Dalla nota stampa pubblicata sul Granma, quotidiano del regime cubano, si legge che in ragione del «carattere molto pericoloso» e «della condotta degli accusati», i tre principali responsabili del sequestro, Enrique Copello Castillo, Barbaro Leodan Sevillan Garcia e Jorge Luis Martinez Isaac, «più attivi e brutali, sono stati condannati alla pena capitale e giustiziati». Quattro compagni sono stati condannati all’ergastolo, uno a 30 anni di prigione e altri tre a pene detentive comprese fra 2 e 5 anni. Il sequestro ebbe un epilogo negativo per i suoi autori perché il traghetto rimase a secco a 45 chilometri dalle coste cubane. Dopo che l’imbarcazione era andata alla deriva per 24 ore, i sequestratori si erano arresi alle autorità cubane, senza che ai 50 ostaggi fosse stato torto un capello. Commentando tali fatti, Granma ha sostenuto che i ripetuti sequestri «sono la grave conseguenza dallo stimolo ricevuto dal Governo degli Stati Uniti con il suo atteggiamento, deliberato ed infame, di concedere impunità ai sequestratori» che non esitano a ricorrere a «ripugnanti metodi terroristici, minacciando di assassinare gli ostaggi che cadono nelle loro mani». Intanto, la sera prima, ma a Strasburgo, l’Europarlamento votava una risoluzione in cui veniva condannata l’ondata di arresti e le sentenze espresse contro l’opposizione e la stampa indipendente a Cuba. Nel testo adottato il Parlamento ha chiesto alle autorità del paese di liberare subito i detenuti e di cessare di ostacolare i diritti umani e ha sottolineato che «la liberazione immediata di tutti i detenuti e la fine di questi arresti arbitrari avrebbe costituito un segnale chiaro e molto positivo riguardo alla volontà del governo cubano di impegnarsi in un dialogo politico con l’Unione europea e di concretizzare l’adesione di Cuba all’accordo di Cotonou». Infine, adottando un emendamento dei gruppi Ppe, Eldr e Uen, il Parlamento prega inoltre il Consiglio e la Commissione di «continuare ad agire per promuovere un’evoluzione positiva del regime di Fidel Castro, fondata sui principi universali di rispetto dei diritti umani e dei valori democratici». Considerando che gli arrestati sono principalmente accusati di reati come il dissenso espresso nei confronti della politica ufficiale dell’isola e la pratica del diritto della libertà di espressione e che sono pertanto accusati, in virtù della legge 88 sulla Difesa dell’indipendenza nazionale, di attività sovversiva; considerando che la libertà di espressione è un diritto fondamentale per l’uomo; considerando che i processi risultano essere sommari e i giudizi svolti senza le minime garanzie processuali e giurisdizionali e che le pene chieste e inflitte vanno dai 20 anni di carcere, all’ergastolo, alla condanna a morte; ritenendo che nessuna legge possa limitare il diritto di libertà di espressione e, in nessun caso, possa condannare a pene detentive le persone che esercitano tale diritto e ritenendo che la libertà di espressione, di organizzazione e informazione sia uno dei fondamenti di tutti i sistemi democratici, ci permettiamo la possibilità di scegliere come più umano e civile il “deliberato e infame” metodo degli Stati Uniti, madre di tutti i vizi del ricco Occidente, di “concedere impunità ai sequestratori”, nel tentativo di salvaguardare un aspetto irrinunciabile della convivenza umana e anche dell’amministrazione della giustizia: la libertà. La libertà di credere, la libertà di esprimersi, la libertà di operare per un futuro migliore, la libertà della democrazia. Ci permettiamo, inoltre, di condividere la posizione del Parlamento europeo quando si dichiara «vivamente preoccupato per i numerosi arresti effettuati a Cuba, dove più di 70 attivisti dei diritti dell’uomo, oppositori politici, intellettuali, giornalisti indipendenti, promotori del progetto Varela, aderenti ad altri gruppi cubani favorevoli alla democrazia e sindacalisti sono stati imprigionati dopo il 18 marzo 2003» e ci permettiamo, ancora, di sostenerne le richieste e le indicazioni, formulate nella risoluzione del 10 aprile 2003, come condizioni irrinunciabili per considerare Cuba un Paese finalmente civile e democratico. Un’ultima considerazione: in Irak si cerca ancora la “pistola fumante”, a Cuba ha appena sparato.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!