La speranza che non delude
«L’uomo non è solo ciò che mangia, l’uomo è esigenza di significato; ha bisogno di dare un senso al dolore, alla sofferenza e alla morte con cui chiunque deve confrontarsi, cristiani e non cristiani». Monsignor Rino Fisichella, rettore della Pontificia Università Lateranense e vescovo ausiliare di Roma, commenta così, a pochi giorni della sua uscita, la Spe salvi di Benedetto XVI, rintracciando una risposta concreta al problema antropologico della società contemporanea: l’esigenza di significato scritta in ogni uomo. «La nostra società – continua – è una società alla quale Dio non è legato, nella quale Dio non è riconosciuto e in cui davanti a Dio si rimane indifferenti. La sfida dei cristiani è riportare il Vangelo dentro la cultura e dentro la società. C’è un’espressione dell’enciclica che dice che chi ha speranza vive diversamente da chi non ha speranza, si pone di fronte ai problemi della vita in maniera diversa: di fronte al problema di non riuscire ad arrivare alla fine del mese, a causa di un’economia ristretta, di fronte alla sofferenza, di fronte al dolore. Bisogna sfatare l’idea che noi cristiani andiamo alla ricerca della sofferenza. Noi, però, abbiamo il compito di dare una risposta alla sofferenza. Ci sono dei momenti della vita in cui si soffre molto, fisicamente e spiritualmente. E non possiamo evitare di confrontarci con queste situazioni».
Benedetto XVI afferma che il pensiero del XIX e del XX secolo è, ultimamente, un ateismo. Cita pensatori come Horkheimer e Adorno, Kant e Marx. Come spiega questo richiamo al pensiero filosofico tedesco?
Questi autori non sono solo grandi nomi della cultura e della tradizione tedesca, ma hanno oltrepassato i confini della Germania. Hanno creato cultura ed espressioni culturali che hanno determinato in maniera forte gli anni 60 e 70. Era evidente che di fronte al grande tema della speranza il Papa si dovesse confrontare con quelle situazioni che hanno limitato il desiderio dell’uomo alle pure condizioni materiali, al materialismo. Nell’uomo c’è uno spirito. Credo che il Papa abbia voluto esemplificare per dire che in ogni persona c’è il desiderio di Dio. Insomma, l’uomo non è ciò che mangia. E non può essere ridotto nemmeno ad una serie di imperativi. C’è bisogno d’infinito, di uno spazio che allarghi i confini della ragione e del cuore. D’altronde, questa esigenza di infinito, di uno spazio “oltre” non può essere sottaciuto da parte di nessuno.
Parlando dell’interpretazione della Lettera agli Ebrei, il Papa identifica la speranza con la fede. E ci tiene a precisare che l’interpretazione protestante non è quella esatta. Perché?
Il Papa mostra il valore dell’esegesi dei testi sacri che vanno accolti e interpretati nella loro pienezza. In questo riferimento c’è un richiamo ad andare al senso dell’esegesi più recente, ma mostrando l’interpretazione che di questi testi è stata fatta dai padri della Chiesa e dai maestri della spiritualità. Il richiamo alla tradizione dei vescovi serve per dire che ci deve essere un’attenzione importante quando si traducono i testi sacri. Il Papa richiama al valore profondo della tradizione, anche e soprattutto se si vuole utilizzare un linguaggio accattivante, altrimenti si rischia di tradire il senso profondo di ciò che si voleva trasmettere. È il grande problema dell’ermeneutica dei nostri giorni: capire se, cambiando il termine, si riesce a conservare la verità contenuta nel termine stesso. Deve porsi una grande attenzione nel cambiare i termini, perché così facendo si rischia di tradire la verità che essi veicolano.
L’enciclica è stata consegnata a Bartolomeo I, non a caso, nel giorno della festa di Sant’Andrea, fondatore e patrono della Chiesa di Costantinopoli. In che modo la sua diffusione potrà favorire il dialogo ecumenico?
L’ecumenismo vive di gesti significativi come può essere l’incontro tra il Papa ed il Patriarca di Costantinopoli, quali possono essere i dialoghi teologici. In questo senso, anche la consegna di un documento come l’enciclica può essere interpretato come un gesto significativo cui attribuire importanza. D’altra parte, l’enciclica è espressione del magistero del Papa e ha una peculiare autorevolezza, poiché per il suo tramite il Pontefice indica ai cattolici le linee fondamentali cui attenersi. L’enciclica è un richiamo ai fondamenti comuni dei padri della Chiesa e della spiritualità e ai temi teologici condivisi. Il grande problema della speranza è un problema antropologico e riguarda ogni uomo e ogni donna, non soltanto i cattolici o i cristiani. Tocca da vicino ognuno, ma i cristiani sono in grado di dare una risposta più carica di senso.
Il martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin viene preso ad esempio per parlare «dell’agire e del soffrire come luoghi di apprendimento della speranza». Nella nostra società, invece, ci si ribella al dolore e alla sofferenza. Pensiamo alla battaglia in favore dell’eutanasia. Questo documento può essere utile a ripensare al significato positivo del dolore?
è d’aiuto perché dà una risposta al problema del dolore e della morte. Il dolore, la sofferenza e la morte attraversano la vita, ne fanno parte. Sono conseguenza del limite e del peccato. Già all’inizio di questo documento c’è la frase chiave: «Nella speranza siamo stati salvati». Già la tradizione epicurea aveva provato a dare una risposta, ma quello sforzo si era concluso in un’incapacità ad andare oltre. Perché un bambino, che non ha fatto nulla, dovrebbe soffrire? Bisogna guardare al problema con uno sguardo più ampio, in cui raccogliere la propria esigenza di senso. Il dolore e la sofferenza possono trovare risposta nella preghiera, che è una scuola in cui ognuno si deve immettere per dare significato a ciò che affronta nella vita. Quando si prega non ci si ritira dalla storia; la preghiera è purificazione, è un momento indispensabile per incontrarci con Dio, ed è un timone importante su cui far leva, per attingere le risorse per affrontare le situazioni che abbiamo davanti. Il problema della sofferenza è un problema che interpella chi cerca, chi ha bisogno di una risposta, di un senso. La risposta non può e non deve essere quella dell’eutanasia. La prima speranza che dobbiamo dare è non soffrire. La scienza e la medicina devono fare di tutto, trovare tutte le strade per evitare la sofferenza (penso alle cure palliative e alla terapia del dolore). E le persone non devono essere lasciate sole nella loro malattia e nel loro dolore, ma avere sempre una persona vicina che gli ricordi in qualsiasi momento che è amata, che glielo sussurri a parole o che glielo faccia capire semplicemente tenendole la mano.
L’enciclica è ricca di metafore.
Tra le metafore che il Papa usa c’è quella in riferimento a Gesù pastore e a Gesù filosofo. Gesù filosofo che appare già nei primi scritti dei cristiani. Il filosofo è colui che ricerca la verità. E Cristo è colui che ci presenta la verità, la verità che Lui ha rivelato e che viene da Dio stesso. Il pastore, invece, viene citato al momento del giudizio che toccherà ad ognuno. Le metafore colpiscono per il significato profondo che possiedono. Il miele, ad esempio, è il simbolo della dolcezza; l’aceto è il simbolo della sofferenza. A Gesù sulla croce viene offerto l’aceto. È un linguaggio fedele alla verità di sempre ed è in grado di comunicare, in maniera simbolica e profonda, l’amore e la speranza cristiani.
Francesco Rositano
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!