La Stalingrado di Rocco
Le cronache politiche hanno dipinto la due giorni che ha anticipato il rinvio del voto di Strasburgo per l’insediamento della nuova Commissione Ue come una straordinaria prova di forza del Parlamento, «un nuovo ‘68» per dirla con Michele Santoro o addirittura «la vittoria del Quarto Stato» stando alla sobria metafora utilizzata da Fausto Bertinotti. Insomma, il Leviatano è stato sconfitto dalla democrazia rappresentativa e antifascista di un manipolo di europarlamentari-Lancillotto. Ma, non essendo tutto il mondo la Repubblica, bisognerebbe ogni tanto dire anche la verità. O, almeno, provarci. Vediamo un po’, allora, di tratteggiare un quadro il più possibile realistico e aderente alla realtà. Martedì e mercoledì della scorsa settimana su Rocco Buttiglione si sono concentrate pressioni concentriche che avrebbero steso un toro, a partire dal primo tentativo compiuto da José Barroso per sbloccare l’impasse venutasi a creare a Strasburgo ottenendo dal commissario italiano il famoso “passo indietro”. Nulla da fare, tanto più che stranamente Buttiglione nelle stesse ore aveva ricevuto segnali decisamente contrapposti a questo da alte cariche istituzionali e dagli stessi eurodeputati di riferimento. Martedì sera (26 ottobre), vigilia del voto, infatti, il leader centrista è stato raggiunto al telefono dal capogruppo del Ppe, Hans Poettering, che senza la minima esitazione gli chiedeva di non arretrare di un solo millimetro, potendo contare sulla forza d’urto dei Popolari in caso di scontro aperto. Una pista tedesca, quella di Poettering, seguita a stretto giro di posta da Angela Merkel, leader della Cdu e da Edmund Stoiber, governatore della Baviera e leader della Csu. Entrambi non avevano dubbi: Buttiglione non solo non doveva dimettersi, ma doveva affrontare l’aula fino all’estrema ipotesi del voto negativo. Ambienti bene informati di Strasburgo parlavano di un chiaro segnale in tal senso da parte delle alte cariche dell’episcopato bavarese, intervenute in prima persona per bloccare il putsch anti-cattolico posto in essere dalle avanguardie del Pse con i socialdemocratici di Schroeder in prima fila. Tre inviti alla resistenza decisamente pesanti, cui è seguito l’atto formale dell’Assemblea del Ppe che, riunitasi per decidere il da farsi nella tarda serata di martedì, aveva optato a maggioranza per la linea della fermezza: Buttiglione deve restare. In tal senso, ovvero come un chiaro segnale di determinazione, va quindi letta la telefonata fatta al termine della riunione dallo stesso Hans Poettering a Silvio Berlusconi: il Ppe è deciso a difendere il commissario italiano fino all’epilogo della vicenda, qualunque esso sia. Ma a Roma, fin dalla mattinata, invece che cogliere il segnale come una sfida da giocarsi a tutti i costi, qualcuno durante il vertice della Cdl allargato anche ai socialisti di De Michelis avanzava la brillante idea di sacrificare Buttiglione sull’altare del ricatto e assegnare a Roberto Formigoni il ruolo di nuovo commissario italiano. Chi poteva partorire una simile perla di genialità politica se non la componente leghista presenta al vertice – ovvero Roberto Calderoli, Roberto Maroni e Giancarlo Giorgetti – quasi incredula per la ghiotta opportunità di poter contemporaneamente impallinare il “democristiano” Buttiglione ed esiliare in Europa il governatore lombardo garantendosi la candidatura alla presidenza della Regione Lombardia il prossimo anno? Se parlare di mancanza di senso dello Stato per chi vaneggia di Padania e secessione è superfluo, forse il primo ministro dovrebbe segnare con la matita rossa questa delirante lettura in chiave di politica interna di una questione europea su cui ci si gioca una buona fetta di prestigio e credibilità nazionale. Roma attende, ma mentre a Strasburgo il Ppe si attrezza allo scontro del mattino seguente, qualcun’altro gioca in controtendenza: è ancora José Barroso, sempre più malfermo sulle gambe delle sue convinzioni e terrorizzato dall’ipotesi di andare sotto al momento della conta. Alla mezzanotte tra martedì e mercoledì (giorno del voto) l’ex premier portoghese, non si sa imbeccato da chi oltre che dai suoi calcoli, alza il telefono e chiede – per la seconda volta – le dimissioni di Rocco Buttiglione, il quale risponde fermamente di “no” forte dell’appoggio confermatogli poche decine di minuti prima dal vertice del Ppe. Sembra deciso: alle 11 di mercoledì mattina si saprà chi l’avrà spuntata. E, invece, l’indomani José Barroso si inventa, dal nulla, l’ipotesi dello slittamento, con enorme soddisfazione dei socialisti ma soprattutto del gruppo Liberale, al cui interno i “margheriti” di Francesco Rutelli premono per tenere il più a lungo possibile Romano Prodi a Bruxelles. Il quale, infatti, risponde immediatamente “obbedisco” alla scontata richiesta della presidenza di turno olandese di restare come caretaker della Commissione fino alla presentazione della nuova squadra di Barroso a metà novembre. Strana casualità: questo copione era scritto, nero su bianco, sulla prima pagina del Financial Times di lunedì 25 ottobre. Ah, la perfida Albione colpisce ancora? Non proprio. O, almeno, non solo. Gli inglesi, nella fattispecie Tories e Liberaldemocratici, si sarebbero limitati al ruolo di guastatori all’interno di uno scenario più grande e che, paradossalmente, vedeva proprio il giubilato presidente José Barroso nel ruolo di playmaker. Già, perché il premier portoghese ha dovuto – e, forse, voluto – giocare contemporaneamente su due tavoli: quello istituzionale, ovvero la difesa formale dei propri commissari (Rocco Buttiglione compreso) e quello politico, con il destino della sua candidatura nelle mani della grande alleanza, che non è la Gad ma il patto d’acciaio franco-tedesco per far ottenere a Berlino un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu con la tardiva – e un po’ infingarda – benedizione britannica. Già, perché l’idea di un seggio europeo da gestirsi a rotazione avanzata dal ministro Franco Frattini non piace per nulla Oltremanica, poiché interpretata come una manovra destinata a indebolire il ruolo dei seggi permanenti francese e britannico. Meglio, quindi, affidare quel ruolo a un partner tanto strategico quanto oggettivamente spompato, debole, distante anni luce dal potere di veto e di intervento del periodo Kohl: ovvero, inoffensivo, a differenza di un’Italia che nelle intenzioni europee di molti continua ad interpretare il ruolo di mina vagante. Non è un caso che nel pomeriggio del 27 ottobre, il giorno del giudizio europeo, il ministro degli Esteri, Franco Frattini, abbia sentito il bisogno di rilasciare alle agenzie le seguenti dichiarazioni ufficiali a 48 minuti di distanza l’una dall’altra. Eccole. Ore 15.17: «Secondo il ministro degli Esteri Franco Frattini un seggio alla Germania nel Consiglio di sicurezza dell’Onu rappresenterebbe “un macigno assoluto” alle prospettive future di integrazione politica dei 25. Sempre a proposito della riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu, Frattini ha poi dichiarato: “Comprendo che gli interessi nazionali siano molto forti, ma credo che sarebbe persino contraddittorio alla vigilia della firma della Costituzione europea che la Ue non debba avere un seggio unico, che non cancellerebbe quelli di Francia e Gran Bretagna, che può essere gestito a rotazione”». Ore 15.58: «Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha dichiarato che “l’Italia mantiene Rocco Buttiglione” come commissario italiano in Europa». Coincidenze? Credeteci pure, se volete. José Barroso, nel frattempo, resta in sella con un secondo tentativo dopo il pesante first warning. Mentre il destino di Buttiglione, evidentemente, sembra segnato dal “raus!”.
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