La stampa israeliana è come quella italiana. Ma attacca i servizi
Il dibattito in Italia e in Israele si occupa degli stessi temi. Con qualche differenza nei toni e negli argomenti. Un giovane soldato francese immigrato in Israele è in mano ai rapitori e per liberarlo l’esercito israeliano tiene sotto pressione il governo palestinese guidato dai terroristi di Hamas. Il paese segue col fiato sospeso la sorte del ragazzo, le operazioni militari e i costi che queste comportano non solo per gli stessi israeliani. Nello stesso tempo per la strada ci si divide tra quello che Materazzi avrà mai detto a Zidane per provocarne la reazione, il prossimo Gay Pride a Gerusalemme e la bufera che si è scatenata su Moshe Katzav, attuale presidente dello Stato di Israele. L’accusa, che sta travolgendo il presidente, non si fonda su intercettazioni telefoniche più o meno autorizzate e successivamente più o meno smentite, né su voci o soffiate di amici degli amici e neppure su ricevute trovate in appartamenti segreti intestate a nomi di copertura. Niente di tutto questo. Katzav viene accusato direttamente da cinque donne che avrebbero lavorato alle sue dipendenze in questi anni e che lo accusano esplicitamente di molestie sessuali. Il presidente nega e per ora non accetta di rispondere a delle accuse che tuttora non sarebbero state formalizzate e registrate e sulle quali non è stata per ora aperta un’inchiesta. La stampa insiste. Ma nessuno mette in dubbio che i servizi segreti italiani abbiano fatto il proprio dovere nel contribuire all’arresto di Abu Omar.
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