Per la strada

Di Tempi
13 Settembre 2001
«Qui stiamo morendo», l’impiegata di un ufficio del World Trade Center «È assolutamente incredibile: siamo in guerra», per la strada, vicino al World Trade Center

Per la strada

«Qui stiamo morendo», l’impiegata di un ufficio del World Trade Center

«È assolutamente incredibile: siamo in guerra», per la strada, vicino al World Trade Center

«Ho visto persone cadere nel vuoto mentre l’edificio prendeva fuoco. Ho sentito un boato. Era la torre più alta che esplodeva. Era l’inferno», un passante a pochi isolati dal World Trade Center

«Que los maten, a estos hijos de puta», un ispanico di passaggio

Voci d’America

«Il numero delle vittime è terrificante, più alto di quanto ognuno di noi possa sopportare. Ho visto gente in fiamme tuffarsi nel vuoto mentre l’edificio prendeva fuoco. Ho visto la folla che correva terrorizzata calpestando un neonato… orribile, orribile…», Rudolph Giuliani, sindaco di New York

«Questi attacchi sono una dichiarazione di guerra. Il massacro ci perseguiterà per gli anni a venire: non credo che i nostri stili di vita potranno più essere quelli di prima», senatore John McCain

«È stato come l’attacco giapponese a Pearl Harbor del ’41: un atto di guerra. Ma ancora più atroce, perché non ha colpito solo il cuore militare dell’America, il Pentagono, ma anche il cuore civile, i grattacieli di New York», Marvin Cetron, autore del dossier Fbi “Terrorismo 2000”

«Il mio cuore è con le vittime e con le loro famiglie. Come tutti gli americani appoggio la dichiarazione del presidente Bush: useremo tutti i mezzi che abbiamo a disposizione per scoprire gli autori e i responsabili di questa terribile tragedia», Al Gore

«Questo non è come uno che ti attacca e ti rompe un braccio: questa è una provocazione, è tragico nelle conseguenze eppure non è importante dal punto di vista strategico», Edward Luttwak, a Porta a Porta

«Non è un attacco isolato, un attacco da un’ambasciata, ma un attacco integrato: qualsiasi organizzazione che sia dietro a questo deve avere grandi risorse, non è un attacco che si prepara in un retrobottega… sono d’accordo con i senatori che hanno detto che è peggio di Pearl Harbor», Henry Kissinger

Voci dal mondo

«Colpito dall’indicibile orrore degli attacchi terroristici di oggi contro persone innocenti in diversi luoghi degli Stati Uniti, voglio esprimere a lei e ai suoi concittadini la mia profonda partecipazione e la mia costernazione nella preghiera per la nazione in questo momento buio e tragico», Giovanni Paolo II

«Noi condanniamo completamente questa grave azione… siamo del tutto scioccati. È incredibile, incredibile, incredibile», Yasser Arafat

«Saremo capaci di rispondere alla sfida di coloro che vogliono distruggere ogni nozione di civiltà», Nicole Fontaine, presidente del Parlamento europeo

«Questi atti di barbarie rappresentano un’intollerabile aggressione contro la democrazia e sottolineano il bisogno per la comunità internazionale e per i membri dell’Alleanza di unire le loro forze per combattere la piaga del terrorismo», Generale George Robertson, segretario generale Nato

«I barbarici atti terroristici contro gli innocenti ci provocano ira e indignazione», Vladimir Putin, presidente della Russia

«Immensa è la commozione per i mostruosi attentati negli Usa», Jacques Chirac, presidente della Francia

«Quello che è successo in America è una dichiarazione di guerra all’intero mondo civile», Gerhard Schroeder, cancelliere tedesco

Opinioni dal mondo arabo

«È inevitabile. Malgrado le loro intenzioni, gli americani si troveranno fisicamente coinvolti nel conflitto mediorientale. E poi cosa succederà, specialmente alla luce della determinazione americana di proteggere la propria gente?». Forse, dopo l’incredibile tragedia di Manhattan, queste parole di Uthman Tynes comparse sull’ultimo numero del settimanale giordano The Star, scritte pochi giorni prima dell’attentato, assumono l’immagine spettrale di una profezia che il senno di poi mai avrebbe voluto vergare. Il mondo arabo è nell’impasse più totale. Mentre i leader frenano vistosamente, invitano alla calma e si affrettano a proclamarsi innocenti o a stringersi attoro agli Stati Uniti con gesti pubblici, in molte, troppe strade del mondo arabo (strade che a volte giungono fino agli angoli delle grandi città europee) si è festeggiato, cantato e ballato, felici per la profonda ferita inferta al “Grande Satana”. Se molte testate arabe sembrano fotocopie di quelle occidentali che, da un capo all’altro del pianeta, compresi la Cina e il Giappone, si levano in un corale monito di condanna, accade pure che certi giornali governativi dei regimi fondamentalisti più retrivi, o di Paesi profondamente antioccidentali (dal Sudan all’Irak), parlino di altro. Come se nulla fosse successo.

L’analisi I

«Forse adesso nei posti chiave del Paese avremo dei veri capi, gente in grado di capire che si può solo vincere o perdere, mai chiamarsi fuori dalla lotta». È un irritato Michael L. Ledeen quello che alla 1,15 del pomeriggio di martedì si scaglia, dal sito Internet del settimanale newyorkese National Review fondato e diretto da William F. Buckley Jr., contro certi uomini dell’apparato statunitense, a suo avviso perfettamente incapaci 1) di rendersi conto dei fatti, 2) di assicurare gli standard minimi di sicurezza ai punti nevralgici del Paese. In effetti, un po’ tutti si sono chiesti come nel Paese più grande, ricco, tecnologico e potente del mondo sia possibile dirottare due aerei schiantandoli su altrettanti enormi grattacieli, per poi ripetere l’operazione, a un’ora dal primo attacco, con un terzo velivolo, che, apparentemente non visto, si lancia diritto come un fuso sulla iperblindata sede degli Stati Maggiori delle forze armate statunitensi; e tutto questo senza che nessuno se ne accorga.

Per l’analista politico statunitense — esperto di terrorismo internazionale —, il presidente Bush deve correre al più presto ai ripari intervenendo col bisturi, se necessario pure con l’accetta, sui vertici dell’intelligence nazionale. Ipotizzando la matrice islamica, dietro lo scempio delle Twin Tower vede stagliarsi l’ombra non tanto di Osama Bin Laden, quanto quella di Saddam Hussein. Com’è possibile, si chiede Ledeen, che la “guerra infinita”, ancorché segreta, di quest’ultimo contro gli Stati Uniti sia stata negli anni sostanzialmente ignorata? Perché non si abolisce una volta per tutte la provvisione che impedisce l’impiego di agenti segreti con licenza di uccidere — «quel pio pezzo di carta voluto dal rispettabile Jimmy Carter» — che da decenni frustra il controterrorismo statunitense? Le radici di tutta la questione affondano per Ledeen nell’Operazione “Desert Shame” — “Vergogna nel Deserto”, irridendo alla “Tempesta nel Deserto”, “Desert Storm” —, che i consiglieri di Bush padre, soprattutto Colin Powell e Brent Scowcroft, frenarono prima che si potesse giungere all’eliminazione diretta del rais irakeno, cioè alla risoluzione di una buona parte di quei problemi che forse stanno alla base di quelle decine di vittime americane morte senza nemmeno sapere il perché. «Il presidente dovrebbe mostrare al mondo di essere tagliato da una stoffa differente — afferma Ledeen — spostando subito l’Ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme e togliendo le capziose restrizioni imposte alla Resistenza irakena, dunque portando il confronto con Saddam direttamente sul suo territorio».

L’analisi II

«Abbiamo appena cambiato mondo. Niente sarà più come prima» è il commento del filosofo francese Paul Virilio.

E di seguito ha aggiunto: «È il primo atto di terrorismo globale che prefigura il terrorismo nucleare. Entriamo nello sconosciuto. Come Pearl Horbour che ha segnato l’entrata americana nella seconda guerra mondiale, Hiroshima che ha segnato l’inizio del dopo guerra, questo attentato segna il cambiamento di un’epoca: impossibile immaginare il dopo, è un avvenimento storico di una gravità assoluta. Siamo entrati in guerra e questa volta non si tratta più di un atto di terrorismo ordinario, si tratta di un mutamento della guerra. Abbiamo conosciuto la guerra, la guerriglia, il terrorismo, una certa decomposizione della guerra in frazioni multiple». Ma i tragici avvenimenti di New York e Washington «ci fanno entrare, purtroppo, in una nuova forma di guerra dove tutto è possibile».

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