La strada della pace è sacrificio, non vuota presunzione
L’Italia non è belligerante, non fa la guerra, ma non rifiuta la solidarietà all’alleato americano. D’altra parte, il nostro mondo – il mondo europeo – è con l’America: certamente non con Saddam. E questa è un’opzione in cui la neutralità è impossibile per motivi culturali, economici e civili, che vanno ben oltre la scelta, che può essere giudicata (e che io giudico) sbagliata, degli Stati Uniti. Pretendere di essere diversi da quello che si è, di non avere i legami che si hanno, è astratto, ipocrita e tendenzialmente violento. (…)
Noi facciamo parte del mondo libero, che non è il mondo perfetto, ma il mondo dove l’imperfezione può essere corretta, perché accettata in una ricerca del bene che avviene per approssimazione. Da tale punto di vista, le agitazioni promosse dall’opposizione, e soprattutto la strategia prolungata di scioperi proposta dal sindacato, debbono essere attentamente valutate. Se, da una parte, manifestano la legittima e – ripeto – secondo me, giusta avversione nei confronti della guerra; dall’altra, non concorrono certo alla necessità di lavoro e di unità di cui il Paese, mai come oggi, ha bisogno per “tenere” nella precarietà e nella drammaticità dei tempi. Non si può non notare che la società italiana appare intossicata dalla faziosità, dal settarismo e da uno stillicidio di atti violenti, che non fanno presagire nulla di buono. Non possiamo limitarci a volere che gli americani non facciano la guerra; la pace dobbiamo costruirla anche noi, qui. (…)
Come diceva Mounier, “la pace non è la virtù degli imbelli”: richiede il sacrificio di lottare per l’ideale in cui si crede, costruendo e lavorando non per distruggere, ma per rinnovare quello che c’è. Richiede un’identità forte e provata, cioè cosciente del valore della propria tradizione, di ciò che si vive, di ciò che si ha, come contributo al bene di tutti. Altrimenti la convivenza civile e lo sviluppo di una nazione possono essere messe in pericolo dalla diversità di opinioni, blaterate e rivendicate in modo esasperato per vuota presunzione.
Giancarlo Cesana, Corriere della Sera, 25 marzo 2003
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