La strana coppia
Il “cuneo rosso”, immagine poetica presa in prestito dal famoso quadro di Kandinsky, è il concetto che qualcuno vorrebbe far passare per classificare in base alle vecchie regole della Prima Repubblica la variabile riformista rappresentata dall’ingresso nella giunta regionale lombarda dell’ex sindaco di Milano, Piero Borghini. Come dire, una chiazza di rosso – seppur mondato dall’eredità comunista, quasi un’operazione da clause 4 britannica – nell’oceano azzurro del Pirellone. Così non è, invece. E non tanto per una questione meramente nominalistica, quanto per il fatto che l’esperimento lombardo è qualcosa di più che va oltre la semplice ingegneria genetica applicata alla politica: è l’officina di ciò che sarà, l’ipotesi sempre meno irrealistica di un’aggregazione dei riformisti di destra e sinistra (ma meglio sarebbe dire laburisti e conservatori, alla britannica) che vada al di là delle mere logiche di schieramento e delle categorie kantiane del parlamentarismo. Inutile negare – e non per niente il primo a dare atto della bontà dell’operazione del governatore lombardo è stato indirettamente il presidente ulivista della Provincia di Milano, Filippo Penati, secondo il quale «parla a un mondo che dovrebbe essere il nostro» – che Roberto Formigoni con la sua decisione abbia spiazzato tutti, alleati riottosi, nemici interni ma soprattutto l’opposizione, quella Gad convinta di avere una sorta di monopolio naturale e intangibile dell’area riformista e terzista lombarda. Così non è, visto che nella città di Filippo Turati e di Bettino Craxi qualcosa sembra muoversi in una logica che non vede più precluso al centrodestra il bacino elettorale e intellettuale dei professionisti liberali e della borghesia “illuminata”. Una cosa è infatti la delusione o l’anti-berlusconismo di maniera, un’altra la consapevolezza che le sfide politiche del futuro si baseranno più sul fare che sul dire. «Questa sfida parte dall’esigenza di far nascere qui in Lombardia, dove tutto nasce prima, un centro politico riformista che tenga insieme la tradizione cattolica e laico-socialista», dichiara Piero Borghini prima di scomodare Baudelaire per affermare che «per difendere queste tradizioni, bisogna innovarle come ha fatto Blair. Formigoni non è Blair, ma certamente lo spleen è lo stesso». L’assioma su cui si regge la scelta formigoniana, d’altronde, è tanto semplice quanto terribilmente complesso, quasi eversiva, per un’Italia che ancora vive la politica nell’incubatrice di Tangentopoli. La società lombarda – e quella italiana, se qualcuno non se ne fosse ancora accorto – ha bisogno urgente di riforme: cioè di riorientare il welfare verso i giovani, le donne e i disoccupati (si leggano al proposito gli scritti di due liberal Ds come Michele Salvati e Nicola Rossi), ridurre la spesa pubblica e perciò i dipendenti pubblici, chiudere con l’assistenzialismo verso il Sud, la Confindustria, i sindacati, ridurre le tasse, praticare il federalismo fiscale, riformare la Costituzione e le istituzioni, mettere al centro delle politiche gli utenti, non gli addetti, i cittadini, non i lavoratori. In altre parole: spezzare la trama corporativa – il partito della rendita – che tiene il paese inchiodato a terra e impedisce di governarlo, diminuire l’oppressione che una potente amministrazione pubblica esercita sui cittadini, sui consumatori, sulle imprese, sul Parlamento, sulla concreta applicazione delle leggi. Queste necessità sono fortissime in Lombardia, la cui economia è fortemente aperta ed esposta al mercato mondiale. Sennò si accelera il declino. Formigoni sa bene che il passaggio dalla necessità di riforme alla domanda di riforme non è automatico: la struttura corporativa della società cosiddetta civile oppone resistenze robuste, con le élite politiche ben felici (ed interessate) ad amplificarne gli umori e le pulsioni conservatrici. I riformisti sono minoranza. Formigoni sa che la Casa delle Libertà è sempre meno la fucina operosa delle riforme che Berlusconi ha provato, suo malgrado, a costruire in questi anni. E perciò si muove, non da oggi, con il metodo del “patchwork positivo”, con l’idea di un “riformismo del fare” di antica origine cattolica verso un’area migliorista, socialista, laica, liberale, cattolico-liberale, che ha perso l’ancoraggio a forze politiche storiche e quindi la rappresentatività, ma che ha conservato la nostalgia per un paese migliore e dispone della cultura e degli uomini per progettarlo nei fatti. Per Borghini «la scelta di Formigoni rappresenta una dimostrazione di forza personale impressionante cui sarebbe bello dare un seguito lanciando una lista del riformismo socialista da collegare al governatore nelle prossime regionali». E a sinistra, cosa si dice? Fatto salvo il mea culpa tra l’amaro e il preoccupato di Filippo Penati, nulla. Chiosa quindi Borghini: «Spero almeno che abbiano e trovino la forza di reagire, non tanto al mio caso ma alla valenza strategica dell’operazione formigoniana, che rischia di spostare a destra e per un bel pezzo il concetto di riformismo». Più o meno della stessa opinione è anche Antonio Polito, direttore de Il Riformista, secondo il quale «la mossa del presidente lombardo ha il pregio, in un contesto che vede l’apertura delle danze per quanto riguarda le “liste personalizzate”, di assumere un significato e un obiettivo dichiaratamente politico, a differenza della mera personalizzazione del potere fin qui manifestata dalle analoghe iniziative in preparazione nel Lazio o in Puglia. Includendo un esponente proveniente dal mondo riformista meneghino che alla città ha dato negli anni grandi sindaci, Formigoni con la sua lista si candida a lanciare un messaggio a quel vasto mondo di elettori del Polo ormai incerti o delusi, ma non per questo pronti a riconoscersi nella patrimoniale voluta da Bertinotti ed Epifani». Ma il giudizio di Polito non si ferma qui e, anzi, va ad abbracciare anche un orizzonte politico più vasto e di più ampio respiro. «Per Forza Italia il sì di un Borghini a Formigoni da una parte mette a disagio tutta l’ala ex socialista del partito, che si vede progressivamente svuotata di capacità d’interlocuzione e rappresentanza. Dall’altra, conferma invece le intuizioni di chi, come Maurizio Sacconi, ha tessuto una tela magari avvicinandosi direttamente alla Compagnia delle Opere e alle imprese piuttosto che estenuarsi nella lotta interna al partito contro l’ala ex democristiana». Conclusione? «A una prima, sommaria lettura, per il centrosinistra la lista Formigoni potrebbe risultare assai più indigesta del previsto. E, di conseguenza, a Berlusconi assai più utile di quanto inizialmente temuto». Di parere quasi opposto è un altro ex socialista ed ex sindaco di Milano, Paolo Pillitteri, secondo il quale «un Borghini non fa sempre primavera». Per il condirettore de L’opinione, «il recupero di un personaggio come Piero Borghini, già sindaco di Milano, già presidente del Consiglio regionale, di provenienza ex Pci, rientra di certo nel tentativo formigoniano di allargare la sua maggioranza verso sinistra e, in questo senso, va in controtendenza rispetto al sindaco di Milano, Gabriele Albertini che, peraltro, non ha alcuna intenzione di aprire a destra o a sinistra o, soprattutto, al centro. In Lombardia, quella che vota(va) in massa il fenomeno Berlusconi, si avverte da qualche tempo un’aria di delusione, una certa sensazione di disincanto. è, come dire, la stagione del nostro scontento. Eppure, la Cdl, nel disastro organizzativo che la caratterizza, ha almeno questo di bello: che uno come il governatore lombardo, che di certo conta, si alza una mattina, ha un’idea e la mette subito in atto, senza sentire nessuno, men che meno il leader massimo, figuriamoci gli altri, di Fi o della stessa Cdl. Fa bene? Fa male? Lo vedremo». Ma se l’interrogativo formalmente resta, Pillitteri in cuor suo sembra già sapere quale sarà l’epilogo della vicenda: «Per ora, la mossa formigoniana, più che a una sinistra – a cominciare da quella neogovernativa di Penati, presidente della provincia di Milano – sostanzialmente attendista e apparentemente indifferente, ha dato la scossa all’interno del centrodestra, alla Lega soprattutto che minaccia di correre da sola, e ai non pochi “socialisti” dentro Forza Italia». Non la pensa così Lodovico Festa, condirettore de Il Foglio, secondo il quale quella di Formigoni «è una mossa politicamente intelligente, anche perché Borghini è una persona di qualità in grado di parlare a molti ambienti della società milanese e lombarda. Questa nuova ipotesi apre nei fatti degli spazi riformisti all’interno del centrodestra». Quindi un’esperienza apripista e non una mera eccezione che conferma la regola degli steccati? «Ripeto, Borghini non è certo un personaggio politico secondario: il suo valore aggiunto è che al di là di quanti voti possa raccogliere personalmente, è un uomo che parla a uno spezzone ampio di società milanese, crea un “contatto”, diventa tramite. E questo può essere un buon inizio, se l’esperienza proseguirà, per stabilire un rapporto tra due aree, due componenti, che fino ad oggi non si parlavano». Sarà vera gloria? Solo il tempo potrà dirlo. Nella sua quarta lezione sulla libertà attiva, Lord Ralf Dahrendorf diceva che, se non vogliamo che il tema della povertà e dell’ineguaglianza trovi come naturale sbocco in prima istanza l’opting out – ovvero la negazione delle condizioni dominanti – e in seconda la delinquenza attraverso un processo di individualizzazione del conflitto, bisogna rispondere alla domanda che lo stesso Dahrendorf si pose facendo riferimento alla frase – «Non siamo mai stati così bene» – pronunciata nel 1957 dal premier britannico MacMillan: «Chi sono questi “noi” che non sono mai stati così bene?». Non vorremmo che, invece, i sedicenti riformisti di casa nostra guardando alla “sfida del Pirellone” si preoccupassero unicamente di un altro opting out: quello degli elettori, pronti a dire addio alle vecchie divisioni ideologiche a favore di una scelta di buon senso in nome del bene comune. Anche – e soprattutto – questo è riformismo.
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