La strana etica della “giustizia globale”

Di Esposito Francesco
19 Luglio 2001
A volte la causa della giustizia internazionale non ammette ipotesi di pacificazione

A volte la causa della giustizia internazionale non ammette ipotesi di pacificazione. A volte. È il caso dell’ormai 85enne ex dittatore cileno Augusto Pinochet, accusato di aver organizzato l’assassinio di 75 avversari politici nell’ottobre del 1973: il generalissimo l’ha scampata (e tra molte polemiche) solo perché troppo malato per sostenere un processo. Oppure quello del boia di Belgrado, Slobodan Milosevic (curiosamente tanto condannato oggi in Italia quanto corteggiato ai tempi della vendita di Telekom Serbia). Altre volte, nei molto telegenici supermagistrati internazionali sembra prevalere il disinteresse, quando non un certo bon ton progressista. Lo si è visto con Erich Honecker, – soprannominato Bis-Marx in assonanza col nome del Cancelliere di Ferro von Bismarck, artefice della riunificazione tedesca dell’Ottocento – custode di quel Muro di Berlino che fece 943 vittime (40 bambini) e ultimo leader della Repubblica democratica tedesca dove era ministro di polizia Erich Mielke, famigerato capo della Stasi. Nel novembre del 1992 avrebbe dovuto affrontare un processo a Berlino, ma preferì riparare in Cile dove da poco si è spento circondato dal sostegno dei compagni (e per lui nacquero pure “comitati di solidarietà”). Lo si vede con Fidel Castro che da 40 anni tiene un paese sotto il giogo della dittatura. In effetti, quello cubano è uno dei pochi popoli a poter ancora godere dei benefici del socialismo reale: uno stipendio di 20mila lire al mese, libertà di opinione controllata dal regime, persecuzione degli oppositori, stato onnipresente e infine l’onore di essere nella top ten del turismo sessuale. Ma tant’è, a qualcuno Cuba piace così (chiedere a Bertinotti, Jovannotti, Manu Chao, ecc.). Per non parlare della nomenklatura del partito comunista cinese, dai responsabili del massacro di Tienanmen fino a Jang Zemin. Eppure quella Cina riuscita a sfuggire alla condanna della Commissione Onu per i diritti umani nell’aprile dell’anno passato (col sostegno, ma guarda un po’, di Cuba, Russia, Indonesia, Pakistan, e altri simili “alleati”), con 1781 esecuzioni capitali solo negli ultimi 3 mesi, 260mila persone detenute nei campi di “rieducazione” per reati ideologici, decine di monaci tibetani e cattolici in catene, s’è guadagnata la nomina a sede delle Olimpiadi 2008. Oppure certi leader del mondo arabo (non ultimo il colonnello Gheddafi, sempre sfuggito alle accuse di terrorismo), i vari amnistiati del Sudafrica, tra cui lo stesso F. W. De Klerk, o la Cambogia, dove a Phnom Penh (e non al Tribunale internazionale dell’Aja) si svolgerà l’annunciato processo ai responsabili dei “campi di morte” dei Khmer rossi (1 milione e 700mila vittime), mentre al governo siedono gli ex collaboratori di Pol Pot…

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