LA STRANA SONNOLENZA EUROPEA SULLE ELEZIONI IRANIANE
In una sera afosa del luglio milanese, a sentire i telegiornali sembrerebbe che l’Iran sia come la Francia. A Parigi c’era stato il ballottaggio tra Chirac e l’improponibile Le Pen? E a Teheran abbiamo quello tra il presidente Rafsanjani e lo sfidante temibilissimo e reazionario Mahmud Ahmadinejad. A Parigi c’è andata bene, sembrano dire, mentre a Teheran ha vinto il peggiore. A questa ricostruzione, forse inevitabile quando si deve raccontare una notizia in pochi secondi, mancano però alcuni particolari. Come la selezione dei candidati da parte del regime, che ha impedito alle candidate donne di presentarsi, come il ruolo che il Consiglio dei Guardiani esercita e che non ha corrispondente oltralpe. Ma soprattutto come il programma nucleare, che presto consentirà al regime degli ayatollah di potersi dotare di armi nucleari, mica pizza e fichi. Il clima di normalizzazione con cui viene trattata questa notizia ci culla con l’idea dolce e tranquillizzante che si sia di fronte a un già visto, a qualcosa che si conosce e che si può facilmente gestire, che le minacce di distruggere Israele e di punire Washington siano un banale esercizio vocale. Ci addormentiamo pensando ai dialoghi sempre di pace intavolati dai diplomatici europei e non ci disturba il sonno la decisione annunciata immediatamente dallo zar Vladimir Putin di proseguire con la costruzione delle centrali nucleari nel Golfo Persico. Che la nostra sveglia suoni prima che sia troppo tardi.
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