La strategia di Bush l’africano

Di Rodolfo Casadei
17 Luglio 2003
Il voto afro-americano? Il terrorismo? Il petrolio? La missione africana di Bush è più ambiziosa: raccogliere consenso intorno al progetto di ordine mondiale americano

L’ha fatto per il voto afro-americano alle prossime presidenziali». «Per il petrolio». «Per un esercizio di pubbliche relazioni dopo i danni di immagine della campagna irakena». «è parte della guerra infinita al terrorismo». Ipotesi e illazioni sui significati della missione africana di G. W. Bush – cinque paesi in cinque giorni, un ritmo per nulla africano – continuano a rincorrersi anche nei bilanci ad una settimana dalla conclusione del periplo. Su due fatti però le certezze sono assolute: primo, Bush junior, primo presidente americano repubblicano ad aver messo piede in Africa (Bush padre scese in Somalia solo per salutare le truppe che partecipavano alla sfortunata missione Restore Hope), è il capo di Stato Usa che sta facendo più di tutti per il continente nero; secondo, il bilateralismo esce confermato dal viaggio africano come il dogma della politica estera di questa Amministrazione.
Negli ultimi dodici mesi Bush ha annunciato un programma da 15 miliardi di dollari (dieci volte più del programma precedente) per combattere l’Aids nel mondo che beneficerà principalmente l’Africa; ha stabilito di aumentare dai 10 miliardi di dollari attuali ai 15 miliardi nel 2006 la cifra totale degli aiuti americani ai paesi poveri, ed anche in questo caso il grosso dell’incremento (versato nel Millennium Challenge Account) andrà ai paesi africani; ha esteso al di là delle scadenze prefissate i benefici dell’African Growth and Opportunity Act, la legge commerciale vantaggiosa per l’Africa varata dall’amministrazione Clinton dopo il viaggio africano di quest’ultimo, che attualmente permette ad una trentina di paesi di esportare i propri prodotti tessili in America senza pagare nessun dazio. Naturalmente questi provvedimenti devono superare il vaglio del Congresso, che potrebbe effettuare tagli e riduzioni; e comunque c’è già chi ha iniziato a criticare Bush per un aspetto o per un altro delle varie iniziative. Resta tuttavia il fatto che un presidente abituato a far seguire i fatti alle parole non potrà assistere inerte al ridimensionamento delle politiche che ha deciso.
Per quanto riguarda la conferma dell’approccio bilateralista degli Usa, va notato che proprio negli stessi giorni della missione di Bush si svolgeva a Maputo, nel Mozambico confinante con uno dei paesi destinazione del viaggio (il Sudafrica) e molto vicino ad un altro (il Botswana), il summit dell’Unione Africana, l’organismo pan-africano che soprattutto per ispirazione di Gheddafi ha preso il posto della vecchia Organizzazione per l’Unità Africana (Oua). Bush non l’ha degnata nemmeno di un saluto. Washington non assegna più un significato strategico ai processi di unificazione continentale: rischiano di condizionare e rendere poco efficace la cooperazione. In Africa come nel resto del mondo, la preferenza va alle “coalizioni di volonterosi”.
Al di là delle varie ipotesi interpretative, la missione africana di Bush è un nuovo test dell’ordine internazionale imperniato sull’egemonia americana che è l’opzione strategica dell’Amministrazione. Il presidente ha chiaro che tale obiettivo non può essere perseguito solo con la potenza (come in Afghanistan e Irak), ma ha bisogno anche di consenso. E quest’ultimo va conquistato soprattutto attraverso un’intelligente generosità: aiuti abbondanti a chi lo merita perché collabora nella lotta al terrorismo, pratica la democrazia e governa decentemente l’economia. Bush applica il metodo democratico a livello internazionale: cerca il consenso degli stati e dei loro popoli al suo progetto alternativo al multilateralismo stile Onu cercando di dimostrare e convincere che funziona meglio. I fatti diranno se ha ragione.

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