La Terza via porta al centro
«L’errore politico dei governi di sinistra è stata l’incapacità di modernizzarsi abbastanza. La Terza Via aveva due priorità. La prima era la riforma del mercato del lavoro e del sistema di protezione sociale, in modo da mettere l’accento sulla creazione di impiego. La seconda era la necessità per la sinistra di affrontare con efficacia i temi tradizionali della destra, come la delinquenza e l’immigrazione. A sinistra chi si allontana dalle alleanze di centro per radicalizzarsi, perde». Anthony Giddens, padre nobile della Terza Via, ex direttore della London School of Economics e guru del New Labour di Tony Blair ha le idee chiare su quale sia l’unica via d’uscita per un reale processo riformista: un’agenda europea del progressismo non “post” ma “up-to-date” rispetto alla Terza Via originaria e una rinnovata spinta riformatrice che renda irreversibile il processo di armonizzazione tra background progressive e intervento negli ambiti storicamente abbandonati al monopolio della destra o dei “moderati”.
«A mio giudizio noi non siamo in un periodo post-Terza Via, o almeno non lo siamo stando alla definizione che io ne do. Per quanto mi riguarda la Terza Via non è mai stata qualcosa di rinchiuso in un recinto, non significava solo Clinton, Blair, Schroeder, ecc. La ritenevo e la ritengo un più ampio programma intellettuale e di policy-making che continua ad avere una sua vitalità e una sua rilevanza. Questo perché riguarda la modernizzazione della democrazia sociale in un’epoca di grande cambiamento, tema che ritengo non attuale ma attualissimo. Molti di questi cambiamenti sono largamente legati a fenomeni interni – come la denatalità, l’invecchiamento progressivo della popolazione, la crescita dell’individualismo nella sua accezione socialmente deteriore, il cinismo politico e la conseguente disaffezione verso la cosa pubblica. Altri invece sono eminentemente esterni, come l’immigrazione, lo sviluppo di un mercato globale più integrato e la crescita di Cina, India e Brasile. Detto questo, la problematica della Terza Via resta cruciale: come creare un’economia competitiva in queste condizioni, continuando a sostenere l’idea di una società solidale e inclusiva. Questa questione implica continue riforme, è chiaro, un processo progressivo e sistematico. Non è un caso che le nazioni che hanno fatto meglio negli ultimi anni sono quelle che hanno goduto di politiche dichiaratamente riformiste. Germania, Francia e Italia, invece, sono i tre grandi under-performers, la cui situazione socio-economica si sta avvicinando drammaticamente al punto di non ritorno».
Lei prima ha fatto riferimento a Schroeder e alla Germania in termini negativi: come giudica politicamente il risultato del voto tedesco? «Ciò che succederà in Germania – e di conseguenza in Europa, visto anche il peso economico di Berlino nell’Unione – dipenderà molto dallo sviluppo della situazione attuale, ovvero se il post-elezioni si trascinerà in uno stallo senza fine o se questa instabilità porterà a nuove elezioni e all’emergere di una vera e genuina attitudine nazionale verso le riforme. Il problema sta alla radice. Molte nazioni hanno unicamente riformato i propri sistemi di welfare e mercato del lavoro dopo periodi di crisi. è stato così per i Paesi nordici tra le fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. è stato così per la Gran Bretagna e l’Olanda, che hanno avuto un lungo periodo di relativo declino economico prima che la pressione salisse a un punto tale da rendere ineluttabile un processo di riforma. Per Germania, Francia e Italia la questione è differente, per il semplice fatto che i loro sistemi sono totalmente insostenibili, anche nel breve termine. Quindi, a questo punto di snodo storico e politico, i cambiamenti devono avvenire per forza e in fretta, a fronte del rischio di una generale stagnazione europea. Schroeder non si è sentito sufficientemente forte per introdurre riforme di sistema durante l’ultima legislatura, il suo intervento è stato debole perché è sopraggiunto sul finire, in ritardo. Nonostante l’imput fosse buono, troppe erano le altre necessità di cui il Paese aveva bisogno. Questo perché occorre coraggio e una visione d’insieme che veda il riformismo come un programma di policy-making in continua evoluzione e, soprattutto, non limitabile ad interventi emergenziali o di breve termine. Non è un antibiotico».
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