LA TERZA VOLTA DI TONY IL GRANDE
Londra. Come preventivato, Tony Blair ha conquistato il suo terzo mandato alla guida della Gran Bretagna. In molti, sia in patria che nel resto d’Europa (con l’Italia fieramente in prima linea) hanno però sottolineato come questa sia da considerarsi una vittoria di Pirro visto il più che sensibile calo nel numero dei seggi ottenuti dal partito laburista. Innegabile, peccato che al netto della pratica ideologia del ‘tiro al riformista’, qualche dato reale dovrebbe tacciare senza sforzo queste critiche pregiudiziali: è il caso di non dimenticarsi, infatti, che nonostante tutto il partito laburista ha tutt’oggi una maggioranza più ampia di quella di cui disponeva Margaret Thatcher nel 1979 e che i Tories hanno meno seggi di quanti ne avesse il Labour guidato da Michael Foot nel 1983, l’anno del tracollo. Perché questa offensiva contro il primo ministro, quindi? Perché questa rincorsa, sostenuta con gioioso disfattismo a livello mediatico, alle dimissioni anticipate e alla staffetta con Gordon Brown al 10 di Downing Street?
A spiegarci qualcosa di più in merito ci pensa Alan Milburn, coordinatore della campagna elettorale laburista incontrato da Tempi nella sede del partito a Old Queen Street, nel cuore di Westminster. «è una situazione bizzarra ma fa parte di una dinamica interna che è nota da tempo. Io posso soltanto dire due cose: ovvero che il primo ministro resterà in carica fino alla fine del suo terzo mandato e che quando ci guarderemo indietro, dopo 12 anni di sua attività alla guida del paese, non potremo che constatare come sotto la sua guida questo paese abbia ottenuto il risultato di un’economia stabile, una società più giusta e una grande operazione di riforma per rivitalizzare e razionalizzare i servizi pubblici. Penso che gli stessi Conservatori, oggi alla ricerca di una leadership, dovranno constatare di aver sbagliato completamente strategia, strizzando l’occhio a destra invece che al centro. Mi pare molto strano, comunque, questo tiro incrociato contro il primo ministro quando il leader del secondo partito nazionale ha dovuto dimettersi per il risultato fallimentare che ha ottenuto nonostante i buoni sondaggi e la presunta liability personale di Tony Blair: se c’era un’occasione per loro di tornare al governo era questa, se c’era un’elezione rischiosa per il primo ministro era questa. Sappiamo tutti come è andata a finire».
In effetti, viste da Londra, le elezioni britanniche sembrano qualcosa di siderale, fuori dal mondo. Camminando per le strade del centro come spostandosi in periferia, giovedì 5 maggio appariva come una giornata normalissima: tutti al lavoro, traffico, negozi aperti. Soltanto i cartelli gialli con la scritta ‘polling station’ attaccati ai segnali stradali per indicare i seggi ricordavano come si trattasse di un giorno speciale, il giorno del giudizio per il tanto vituperato Blair e per la sua scelta di rovesciare il regime di Saddam Hussein. Come nel 2001 l’affluenza è stata bassa, il 61 contro il 59,5 per cento, ma questa da una quindicina d’anni a questa parte è divenuta un’abitudine quassù, nonostante il netto aumento del voto postale: in Gran Bretagna esiste infatti l’istituto dell’absentee ballot, ovvero la possibilità di avvalersi del mezzo postale o di votare per interposta persona delegata.
Quest’anno sono stati circa 6,1 milioni di inglesi a scegliere questo metodo di voto, il 13,8 per cento dell’elettorato totale, contro il milione e 400 mila persone di quattro anni fa: fastidio o scomodità del recarsi al seggio? Sicuramente ci troviamo di fronte a un’ormai cristallizzata indifferenza di gran parte dei cittadini verso i processi elettorali, siano essi locali, nazionali o europei, causata da una crescente disaffezione, specialmente tra i giovani, nei confronti dei grandi partiti tradizionali, disillusione nei confronti del governo Blair da parte della working class, l’impressione di una eccessiva somiglianza tra i programmi dei big three e la diffusa convinzione che il risultato finale del voto sarà comunque scontato, cioè la sindrome del ‘non sarò io a cambiare la storia’.
Per qualcuno siamo di fronte a una sorta di mob rule, con una fetta di società che va dal 40,5 al 59 per cento in grado di decidere dei destini anche della minoranza relativa che non vota mentre altri vedono questo disinteresse motivato dall’enorme potere decisionale di cui godono corpi non eletti – come la Banca d’Inghilterra – su materie di fondamentale importanza per il Paese: gli strateghi e gli analisti parlano di una benign dictatorship at work.
subito al lavoro
Comunque sia, una volta scrutinati i voti e comunicati i risultati ci si mette subito in moto: il premier designato si reca il giorno stesso dalla Regina per ottenere il mandato a formare il nuovo governo e tornato a Downing Street convoca i ‘ministri anziani’ per dare vita al rimpasto. Domani, a una settimana dal voto, Blair terrà il primo discorso a Westminster: gli elefantiaci tempi italiani quassù sono un miraggio. Anzi, un incubo a cui sfuggire. Prosegue Alan Milburn: «Alla luce del risultato ottenuto possiamo lavorare per porre in essere il nostro nuovo programma di riforme con maggiore impulso e contemporaneamente garantire una maggiore attenzione alle materie del vivere quotidiano, le daily issues, che stando al giudizio di molti elettori il governo ha trascurato sul finire del suo ultimo mandato: parlo di pensioni, potere d’acquisto, lotta alla criminalità e all’immigrazione clandestina. Oggi le critiche di molti deputati e la loro richiesta di dimissioni nei confronti di Tony Blair rischia di porre a rischio questa grande sfida che ci attende: lo ritengo assurdo e unfair, visto che sono stati eletti presentandosi in nome di un programma unico e chiaro che ora devono rispettare. Serve grande unità, poiché l’ottimo lavoro di squadra che ha visto Tony Blair e Gordon Brown spalla a spalla per tutta la campagna elettorale è stata la chiave della nostra vittoria. Spero che questo spirito di unità prosegua, visto che oltre a garantire grandi risultati si basa su una convergenza di visione sul futuro e sui valori della Gran Bretagna. è stata una dura battaglia ma abbiamo vinto. Innegabilmente».
Ma sarà vero, l’unità trionferà sul personalismo di Gordon Brown? Nonostante l’ottimismo di Alan Milburn, a Londra si parla già di uno scacco in tre mosse di Blair alla minoranza interna e allo stesso Brown costruito su un sottile gioco di equilibri e di coincidenze temporali e politiche. Dal 6 all’8 luglio prossimi, infatti, la Gran Bretagna ospiterà la riunione del G8 a Gleneagles e sarebbe quantomeno irrituale presentarsi con un primo ministro cambiato in corsa a così poco tempo dalle elezioni generali. Contemporaneamente, dal 1 luglio, Londra assumerà il semestre di presidenza dell’Unione europea, appuntamento quantomeno delicato visto che alla fine di questo mese il referendum francese sul Trattato costituzionale potrebbe porre la pietra tombale sul progetto europeista.
Per completare il suo piano, poi, Tony Blair ha bisogno di guadagnare tempo soltanto fino al prossimo novembre, quando il Labour si riunirà per il proprio congresso annuale. A quell’appuntamento, infatti, il premier è intenzionato a presentarsi dimissionario come leader del partito ma non come primo ministro: ovvia la candidatura unica e scontata del Cancelliere a successore per la leadership interna, che Blair vorrebbe avvenisse addirittura per acclamazione diretta. Il bagno mediatico e di consenso garantito da una staffetta plebiscitaria, con l’ala Old Labour convinta di poter conquistare in questo modo posti di potere e una maggiore porzione di influenza all’interno del partito, porrebbe infatti Brown nella condizione di dover raffreddare un po’ le sue mire di trasloco dall’11 al 10 di Downing Street, visto che forzare la mano dopo una vittoria politica (seppur di Pirro) del genere significherebbe innescare una guerra totale dagli esiti tutt’altro che scontati. Dalla sua, infatti, Tony Blair ha un’arma in più: entro l’inverno Gordon Brown sarà costretto ad alzare le tasse, come ricordava impietoso David Smith sull’ultimo numero del Sunday Times. Una crescita di pressione relativamente contenuta ma dal significato politico chiaro, dopo l’anno da ‘cicala’ targato 2004: e chi vuole come nuovo primo ministro uno che ti mette le mani in tasca?
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