La tragedia e la farsa
Sarà Hugo Chávez l’erede di Fidel Castro? Da tempo il líder máximo in persona presenta come tale il leader bolivariano, e quest’ultimo ha utilizzato al massimo l’investitura per accreditarsi come nuovo idolo di un mondo di sinistra radicale e no global che all’inizio lo guardava con un po’ di perplessità. A causa della divisa, del grado di colonnello, e per aver tentato a suo tempo, non riuscendovi, un’operazione che ha il nome molto poco politically correct di “golpe”. La divisa, è vero, aveva l’abitudine di portarla anche Fidel, prima che le recenti vicissitudini sanitarie lo costringessero al pigiama. E consiste appunto nella coincidenza tra i ruoli di leader politico e militare l’essenza di quella figura propria della storia ibero-americana che è il caudillo, e che in Italia fece appunto irruzione dal Sudamerica attraverso la Camicia Rossa di Garibaldi. Salvo poi essere definitivamente screditata dall’uso e abuso che ne fece Mussolini.
All’interno della comune ascendenza caudillista, però, Fidel e Chávez rappresentano due poli opposti. Il primo è infatti il leader civile che mette la divisa dopo essersi affermato come capo di bande armate: come Che Guevara, Pancho Villa, Emiliano Zapata, Augusto Sandino o, appunto, Garibaldi e Mussolini. Il secondo è, al contrario, l’ufficiale che si impone come leader civile passando alla politica dalle caserme: come Perón, Pinochet, Franco o il famoso leader comunista brasiliano Carlos Prestes, in origine capitano. Diverse sono poi le mode ideologiche con cui si è tentato di attualizzare un fenomeno in realtà antico, e risalente ai tempi delle guerre civili di Roma e di Atene. Fidel ha copiato il comunismo sovietico, al costo di mantenerlo in vita anche dopo la sua morte e trasfigurazione in Russia. Perón per parte sua provò a ispirarsi al corporativismo dell’Italia fascista, come d’altronde fece il contemporaneo caudillo brasiliano Getúlio Vargas. Salvo l’essere poi costretti dal collasso dell’Asse a reinventarsi, l’uno con l’etichetta nuova del giustizialismo, l’altro con quella copiata del laburismo. Chávez, infine, mescola la vulgata no global al tentativo in verità un po’ patetico di ridare attualità al pensiero di un tardo-giacobino del primo Ottocento come Simón Bolívar, e ad una rimescolatura di teologia della liberazione. Si tratta dell’invocazione al “Cristo primo socialista”, che però segna a sua volta una differenza rispetto al materialismo ateo dell’ideologia ufficiale cubana.
Va pure ricordato che mentre quello di Fidel resta un partito unico di stampo sovietico, il Venezuela resta ancora formalmente un sistema pluralista. E la sua involuzione autoritaria non consiste tanto in un formale restringersi delle libertà politiche, quanto piuttosto in un progressivo soffocamento del pluralismo economico. Un percorso al termine del quale, se le cose andranno avanti così, in Venezuela resterà il pieno diritto di fondare partiti di opposizione, di votarli, e di criticare il governo. Salvo che chi lo farà non troverà lavoro, avrà problemi a ricevere un passaporto, non avrà accesso a valuta straniera, non riceverà pubblicità, e correrà il rischio di vedersi espropriate casa e proprietà con motivazioni più o meno pretestuose. E non è neanche vero che la proprietà privata in Venezuela si stia restringendo. È stata inventata addirittura una parola, “boliborghesia”, per indicare la nuova nomenklatura di miliardari che stanno facendo soldi a palate grazie a intrallazzi col regime.
Detto ciò, un regime tipo quello del Venezuela attuale per Cuba sarebbe comunque un progresso. E poiché circola da tempo la voce di una possibile “confederazione bolivariana” con Chávez presidente che i due paesi potrebbero costituire dopo la morte di Fidel, c’è qualcuno che vede in questo “compromesso” il possibile sbocco del dopo-Castro. Senonché, fermo restando che delle tre ali presunte della nomenklatura cubana i più deboli appaiono oggi i riformisti come il vicepresidente Carlos Lage o il presidente del Parlamento Ricardo Alarcón, i più vicini a Chávez sono piuttosto i cosiddetti taleban, come il segretario di Fidel Carlos Valenciaga o i dirigenti dei giovani comunisti Hassan Pérez e Otto Rivero. Un gruppo di giovanotti onnipresenti nei media e nell’indottrinamento, che sono ideologizzati all’estremo, e che il presidente argentino Kirchner ha una volta definito «più intrattabili dello stesso Castro», dopo aver cercato invano di ottenere da loro la libertà d’espatrio per una dissidente con parenti in Argentina.
Le pensate suicide di Hugo
Potenzialmente favorevoli alla confederazione tra le due rivoluzioni, insomma, questi giovani ortodossi sarebbero invece i più riluttanti all’idea di convertire il sistema politico dal modello comunista a quello bolivariano, e pretenderebbero piuttosto la sovietizzazione del Venezuela. Al contrario, è la terza ala dei militari e dei tecnocrati vicini a Raúl Castro quella che più potrebbe intendersi con la boliborghesia. Salvo che questi sono invece accreditati di una propensione per un pragmatico autoritarismo liberista alla cinese, e di tutto avrebbero voglia salvo che di impelagarsi nelle crociate terzomondiste di Chávez. Sul fondo, un problema è poi che Chávez ha certamente acquisito un carisma comparabile a quello di Fidel, ma è da dimostrare che abbia le stesse capacità di visione strategica. O meglio, certamente ne ha di più dal punto di vista elettorale, e meno da quello militare. In modo un po’ paradossale, l’avvocato Fidel Castro ha conquistato il potere con le armi dopo essere stato ridicolizzato l’unica volta in vita sua che si era presentato alle elezioni; il colonnello Chávez, all’opposto, è diventato presidente grazie al voto, dopo aver fatto fallire per la propria incompetenza di comandante un colpo di Stato in cui tutti i suoi sodali avevano già raggiunto i propri obiettivi.
Quanto a capacità di agire sulla scena internazionale, però, il mistero è fitto. Anche se qualcuno attribuisce già ai mancati consigli di un Fidel malato la strategia suicida che ha portato Chávez a perdere in modo clamoroso la battaglia per il seggio in Consiglio di Sicurezza.
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