La trappola di Jenin
Da giorni il popolo d’Israele segue alla radio, alla Tv e in ogni trafiletto di giornale, le vicende dell’operazione Jenin. Ognuno si chiede ossessivamente cosa sia successo in quella che appare dalle immagini in Tv come un cumulo di macerie. Dal momento che vivo qui, che la mia coscienza di ebrea israeliana mi scalpita dentro e che mi è sempre più difficile credere ai giornalisti, decido di controllare personalmente, di interrogare chi è stato lì, chi ha lasciato una famiglia per andare a compiere una missione in uno dei momenti più disperati della storia di Israele. Parlo ed interrogo molti ufficiali, alcuni del mio kibbutz che sono usciti solo per lo Shabbat e anche se tutti i dati sono straordinariamente, esattamente uguali porterò la testimonianza del Maggiore Rafi Lederman, 36 anni, un MbA in ingegneria meccanica, richiamato con 30mila riservisti dall’esercito israeliano per partecipare all’operazione.
Forti con i (terroristi) forti
«Il 50% dei kamikaze suicidi degli ultimi 18 mesi provenivano dal campo di Jenin. Lì sono educati, addestrati e preparati per suicidarsi compiendo massacri tra civili israeliani. Tutti i soldati che hanno partecipato all’operazione, per lo più riservisti, sono persone comuni, ingegneri, insegnanti, impiegati di banca, ragionieri: la destra, il centro, la sinistra e tutti erano consapevoli che questa sarebbe stata una guerra durissima, per difendere la propria casa, per permettere ai propri bambini di non aver più paura di andare a scuola o al cinema. I terroristi ci aspettavano, avevano preparato questa trappola mortale da molto tempo, fidandosi dell’umanità e della morale dell’esercito di Israele, valori che loro interpretano come segno di debolezza. Nei muri, dietro alle porte, nei bidoni dell’immondizia, nelle bombole del gas, c’era esplosivo sistemato in modo che se ne fosse scoppiato uno ci sarebbe stata un’esplosione a catena. I terroristi erano nelle case, la maggior parte delle quali, erano state abbandonate e all’arrivo dei soldati mettevano in moto il detonatore. In ogni entrata del campo c’erano delle buche piene di esplosivo tra i 7 e i 10 kg di tritolo. Il campo si estende su un’area di 600 metri per 500. Il cumulo di macerie, gli edifici “sbriciolati” non è che il centro del campo profughi di Jenin, un’area di 60 metri per 70, tutto pieno di esplosivo e che i terroristi avevano preparato per intrappolarci. Sapevano benissimo, perché ormai ci conosciamo bene, che gli israeliani per stanare i terroristi, non avrebbero usato l’artiglieria pesante, nè un attacco aereo, come un qualunque altro esercito, perché si sapeva che i terroristi avrebbero costretto, di proposito, molti civili a rimanere nelle proprie case. Con un megafono, parlando in arabo, l’esercito israeliano ha esortato i civili ad uscire, assicurando che non gli sarebbe stato fatto alcun male. Così è stato. Ci sono stati due casi in cui, mentre delle donne e dei bambini uscivano da un’abitazione, dal centro del gruppetto 0un terrorista ha tentato di farsi saltare con una cinta esplosiva tra la sua gente e tra i soldati ma è stato bloccato e da un altro gruppo di civili. Un altro ha cominciato a sparare all’impazzata colpendo gravemente due soldati. I buldozer di cui tutti parlano, sono entrati in funzione alla fine per abbattere i pochi muri rimasti in piedi in seguito alle esplosioni causate dai terroristi. Si è dovuto abbatterli perché erano pericolosi e traballanti. La battaglia è stata durissima. Per non colpire i civili abbiamo sacrificato 23 soldati ai quali avremmo risparmiato la vita se ci fosse stato un attacco massiccio senza preoccupazione per le persone che erano ancora nel campo. Abbiamo catturato i terroristi casa per casa, camminando in mezzo a un inferno di trappole mortali e, a parte le case in quei 60 metri per 70 nel centro del campo, tutto il resto è ancora in piedi intatto. I terroristi hanno indietreggiato raggruppandosi al centro del campo, 200 persone in tutto. Alla fine 33 di loro sono usciti e si sono arresi. Ali Safuri e Jamal Halue, capi della Jihad Islamica e Hamas, che sono i mandanti di quei disgraziati che si sono fatti saltare versando fiumi di sangue israeliano e sognando 72 vergini, si sono arresi per non essere uccisi. Coloro che non hanno voluto arrendersi e hanno preferito suicidarsi, sono esplosi con i loro ordigni. È loro che stanno cercando sotto le macerie».
Autodistruzione palestinese
La voce di questo giovane ufficiale che da molti giorni non abbraccia la figlioletta di 5 anni trema: «Io ho una famiglia, tutti eravamo padri di famiglia, gente che è stata richiamata all’esercito per questa operazione dopo un periodo in cui la vita era divenuta insopportabile. Conosciamo il valore della vita, abbiamo compiuto tutti gli sforzi possibili per evitare di colpire gente innocente». I soldati si sono fatti prendere la mano dalla rabbia, dal desiderio di vendetta? Mi risponde con un tono calmo: «Un tipo di combattimento come questo, difficilissimo, lento per non danneggiare e colpire i civili e non mettere in pericolo i nostri soldati, richiede il massimo dell’autocontrollo, di maturità spirituale e responsabilità. Le reazioni forti sono avvenute dove il combattimento è stato forte.
Abbiamo trovato centinaia di chilogrammi di esplosivi e 12 laboratori per preparare ordigni nelle abitazioni dei civili. Non eravamo più sicuri neanche nelle nostre case! Prima di entrare a Jenin abbiamo preparato due generatori per non far rimanere l’ospedale senza elettricità e non abbiamo colpito le strutture, nonostante dalle finestre dell’edificio sparassero sui nostri soldati. «Quanto agli aiuti internazionali – prosegue Rafi – e ai giornalisti non avevamo e non abbiamo nulla da nascondere era semplicemente molto, molto pericoloso e non abbiamo potuto permetterci di mettere a repentaglio la loro vita e a causa loro anche quella dei nostri soldati. L’esercito israeliano non ha rimosso dal campo nessuno dei terroristi uccisi».
C’è un attimo di silenzio. «Il popolo palestinese si è trascinato in una grande tragedia. Stanno cercando di farci apparire come una sorta di Rambo ma la verità è che si stanno distruggendo da soli. Stanno sacrificando donne, bambini inermi».
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