LA TRAVE DEL BUDGET E LA PAGLIUZZA ITALIA

Di Bottarelli Mauro
26 Maggio 2005
I CONTI DEL NOSTRO PAESE VANNO MALE, L'UE CI BACCHETTA: VERO, IN COMPENSO A BRUXELLESNON SI ACCORDANO SU NULLA E SI PREPARANO AL COLLASSO BANCARIO DEL SECOLO. E DEUTSCHE BANK FA IL FUNERALE ALL'EURO

Ma è proprio così vero che l’Italia va male, anzi malissimo, come ci dice con piglio decisionista e severo l’Unione Europea, pronta a rifilarci un early warning o un cartellino giallo di Eurostat a ogni piè sospinto? E sono così virtuosi invece i nostri partner continentali? Premettiamo una cosa: dei nostri conti non c’è di che farsi vanto e la nostra economia ristagna, su questo è inutile cercare scuse. Ma se è altrettanto vero che Francia, Germania e Spagna hanno molto poco da stare allegre, la questione diviene con il passare del tempo il classico caso del cane che si morde la coda. L’Europa cresce poco (eccezion fatta per la Gran Bretagna, che però non ha l’euro, la Bce ed Epifani) ma cosa fanno i capoccioni di Bruxelles per invertire questo trend? Facilitano le procedure, snelliscono le normative, puntano a maggiore flessibilità e liberalità? No, esattamente il contrario. Mentre il Vecchio continente si arrovella sull’esito del prossimo referendum francese per la ratifica della Costituzione ritenendo ancora possibile un salvataggio del sogno europeista in caso di vittoria dei sì, all’ultima riunione dell’Ecofin (il consiglio che raggruppa i ministri economici e finanziari dei Paesi dell’Ue) è emersa la vera faccia della disunione continentale. Chiamati a confrontarsi per la stesura e l’approvazione del budget europeo per il periodo che va dal 2007 al 2013, non esattamente un lavoretto di importanza minore visti i continui richiami alle economie nazionali, i ministri delle Finanze non hanno trovato di meglio che accapigliarsi sulle vecchie, ritrite dispute di fondo lanciando ai cittadini un chiaro e semplice messaggio: questo è il continente dei privilegi e delle rendite da tutelare, non della cooperazione, dello sviluppo e dell’armonizzazione.
Un esempio su tutti. Messo sotto accusa dal premier lussemburghese e presidente del meeting Jean-Claude Juncker per conto di Francia, Spagna e Germania sulla questione del rebate (il rimborso concesso alla Gran Bretagna come compenso al saldo netto tra il dare e l’avere al bilancio comunitario), il Cancelliere dello Scacchiere britannico, Gordon Brown, ha infatti detto chiaro e tondo che una discussione al riguardo avverrà soltanto «contestualmente a enormi tagli ai sussidi comunitari in fatto di agricoltura e spesa regionale». Ovvero, le due voci che vedono Parigi e Madrid in cima alla lista dei beneficiari e che dall’avvento dell’Europa a 25 fanno infuriare i nuovi membri, Polonia in testa. Sardonico Juncker al termine della riunione: «Siamo tutti d’accordo sul fatto che non c’è accordo». Sarà che l’umorismo lussemburghese non è dei più immediati, ma ci sembra che non ci sia proprio nulla da ridere. Il gioco di mediazione cui si sta lavorando per sbloccare l’impasse è a somma zero: l’ipotesi al vaglio europeo per sbloccare la situazione – anche se la data di giugno appare fantascientifica e il prossimo semestre britannico di presidenza non depone a favore di un raffreddamento dei toni – è quella di congelare e calmierare il rebate mantenendolo all’attuale livello di 4,6 miliardi invece che portarlo a 8 come imposto dai patti sanciti, a fronte però di drastici tagli (si parla di 40 miliardi di euro) comunitari ai sussidi per le regioni più povere, la ricerca, i trasporti e l’educazione oltre a un cut plan di 50 miliardi di euro del progetto di rilancio europeo per la competitività. Basterà per chiudere la partita entro giugno?
Difficile, molto difficile. Tanto più che alle barricate poste in essere dal ministro degli Esteri britannico, Jack Straw, arrivato a minacciare senza troppi giri di parole il veto in sede di Consiglio dei ministri per bloccare un budget ritenuto «eccessivo», anche l’Italia pare aver scelto di schierarsi con la cordata sbagliata. Difficile, infatti, porre come argomento di scontro l’ennesima manovra elettoralistica per garantire aiuti a pioggia per il Sud, spesso non utilizzati o utilizzati malissimo.
Ancor meno ridicolo appare l’unico argomento su cui tutti i 25 ministri hanno trovato un accordo: la creazione di un piano di emergenza consistente nello scambio aperto e rapido di informazioni cross-borders tra i membri su eventuali crisi in atto al fine di evitare la loro espansione al continente in una sorta di effetto domino, per fronteggiare un’ipotetica crisi finanziaria a livello europeo. Che allegria, eh? A rendere tutto più cupo ci ha pensato la excusatio non petita del presidente della Bce – la Banca centrale europea – Jean-Claude Trichet, affannatosi a tranquillizzare i cronisti che l’accordo non significa «la presenza concreta di minacce reali in tal senso a medio termine».
Sarà. Comunque sia, non è bello sapere che in sede Ecofin si sta valutando l’ipotesi di una crisi finanziaria a livello europeo sul modello di quella che squassò l’Asia nel 1997-’98 o di quella più limitata che nel 1992-’94 toccò le regioni scandinave. A rendere il tutto ancora più drammaticamente credibile – lasciando in bocca un saporaccio di incombenza – è poi la dinamica scelta per il crisis simulation plan: stando agli studi sarà il collasso di una grande banca operante a livello continentale a far scatenare il downfall generale. Visti i sommovimenti che agitano in queste settimane grandi istituti bancari del Vecchio continente, con Opa che partono e non arrivano, pacchetti che si spostano di mano, carta contro cash, assalti delle banche d’affari a Mediobanca e alla Rcs, non c’è troppo da fidarsi di Trichet e del suo ottimismo. Tanto più che, nonostante i soliti divulgatori entusiasti del verbo comunitario parlino – riferendosi all’accordo -, di nulla più che di un estensione del deal già esistente tra banche centrali e regolatori, sfugge ai più che questa “estensione” vede coinvolti anche i ministri delle Finanze dei 25. Bocciata a larga maggioranza, invece, la proposta di creare un super-comitato centrale — con sede a Bruxelles – che monitorasse tutti i possibili scenari di crisi interni all’eurozona: «I comitati non risolvono le crisi», è stato il giudizio senza appello del capo del comitato per i servizi finanziari dell’Unione, l’olandese Kees Van Dijkhuizen. Che, interpellato dal Financial Times, ha aggiunto: «Speriamo di occupare il nostro tempo con questioni che non ci vedranno mai diretti protagonisti, ma visto quanto accaduto in Asia e in altre parti del mondo non possiamo dire con certezza che questo non succederà mai da noi». Già, non possiamo dirlo. Al netto della salutare previdenza, il fatto che non solo si cominci a pensare a una simile ipotesi ma che si abbia già la certezza della sua causa – un collasso a livello bancario – scatena giustificati sospetti. E qualche cattivo pensiero, se poi un colosso del credito come Deutsche Bank nel suo ultimo outlook agli investitori propone un’analisi in base alla quale proseguendo su questa strada tra 6-8 anni le nazioni europee abbandoneranno l’euro per tornare alle loro valute. In compenso i professorini di Bruxelles agitano la bacchetta contro il deficit italiano e sperano in un oui che arrivi da Oltralpe.

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