La variabile indipendente

Di Bottarelli Mauro
01 Giugno 2006
«La secessione dalla Serbia rischia di consegnare il Montenegro a poteri poco puliti». Miodrag Lekic, ex ambasciatore jugoslavo, parla del suo paese. E della guerra di Prodi

«Io non sono mai stato, nemmeno da diplomatico, un uomo di fiducia di Belgrado ma devo ammettere che riguardo questo referendum ci sono argomenti pro e contro, pur essendo io montenegrino. Da un lato, non si può negare al Montenegro il diritto di farsi Stato, come accaduto per la Slovenia e gli altri paesi della ex Jugoslavia, e ai suoi abitanti il diritto di scegliere democraticamente il proprio futuro. Dall’altro, però, bisogna ricordare che lo status di federazione che legava il Montenegro alla Serbia garantiva effettivamente pari dignità, non lo soffocava e non lo rendeva succube. La mia patria aveva già piena sovranità nazionale sul 90 per cento delle materie in discussione. Inoltre, tenendo conto che l’Ue aveva detto a chiare lettere che sarebbero entrati nell’Unione più velocemente insieme piuttosto che divisi dalla federazione, mi sembra che gli argomenti si bilancino. Anzi, tendano verso la vittoria del “no” poiché la credibilità di questa leadership politica è tutt’altro che granitica, visti i coinvolgimenti della stessa in alcuni scandali legati a mafia e contrabbando, anche con l’Italia».
Miodrag Lekic non è un montenegrino qualunque: l’uomo dall’eleganza britannica e dall’eloquio forbito nato a Bar è infatti l’ex ambasciatore jugoslavo in Italia, l’uomo che il grande pubblico televisivo ha imparato a conoscere per la sua opposizione alla guerra in Kosovo dagli schermi della Rai, ospite pressoché fisso di Gad Lerner e Michele Santoro. Lekic oggi ha detto addio alla carriera diplomatica e insegna negoziato internazionale presso l’università Luiss di Roma. Un privato cittadino che ha voluto raccontare la sua esperienza di ambasciatore nel libro La mia guerra alla guerra, edito da Guerini Editore (394 pagine, euro 20,50).
Il rischio è quello di un altro Kosovo, una sorta di Stato-mafia governato da una classe dirigente poco pulita?
In molti sono convinti che quanto accaduto sia stato controllato da certi poteri che non brillano certo per trasparenza. La popolazione si è spaccata esattamente a metà e questo impone da subito l’apertura di un processo di riconciliazione interno, altrimenti il rischio è quello di una degenerazione dei contrasti come già avvenuto altrove nei Balcani. La componente etnica albanese è stata fondamentale per la vittoria del “sì” all’indipendenza e questo potrebbe voler dire un’altra cosa: o siamo di fronte a una forte autocoscienza statale montenegrina o volevano fare qualcosa in favore del Kosovo e della sua indipendenza. è sotto gli occhi di tutti il fatto che la Serbia senza il Montenegro è ancora più debole e la sua pretesa di mantenere legato a sé il Kosovo perde di appeal, per così dire, anche nei confronti della comunità internazionale. Questo è un altro importante rebus geopolitico, strettamente legato al futuro del mio paese.
Sono passati sette anni dalla guerra: come si sente nel rivedere al governo la quasi totalità delle persone che gestirono il conflitto contro il suo paese, Massi-mo D’Alema in testa?
L’activation order è stato accettato e firmato dal governo Prodi, non da Massimo D’Alema, il quale è subentrato qualche settimana dopo a cose fatte, a guerra sostanzialmente decisa. Cosa poteva fare a quel punto? Non aveva scelta di fronte a una decisione della Nato. L’unico appunto che posso fare è che secondo la Costituzione italiana è il Parlamento che deve decidere la partecipazione a una guerra, e questo non è successo. Di più, è mancata anche la legittimazione internazionale visto che non c’è stato alcun via libera dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. A differenza del Kuwait.

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