La vendetta di Ocalan

Di Ottaviani Marta
01 Novembre 2007
Esasperare la Turchia, allontanarla dall'alleato americano e mettere l'esercito contro il premier Erdogan. I comunisti del Pkk sono usciti dalle loro tane per scongiurare il rischio della pace con Ankara

Ankara
La Turchia spera che questa sia la resa dei conti definitiva. Gli scontri fra il paese della mezzaluna e i terroristi separatisti del Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, si sono intensificati già da alcuni mesi. I guerriglieri si nascondono nel nord iracheno, per la precisione nella Regione autonoma curda del Nord Iraq, governata da Massoud Barzani. Secondo la versione turca, aderente alla realtà, i ribelli varcano il confine per compiere attentati ai danni dell’esercito di Ankara e poi tornano in Iraq, certi di rimanere impuniti. Il risultato sono stati decine di morti fra i soldati turchi, ribelli uccisi dalle incursioni-lampo dell’esercito di Ankara e una situazione che ormai è sull’orlo di scoppiare e che viene guardata con grande preoccupazione dai vicini paesi mediorientali, in primis Siria e Giordania. A questo va poi aggiunta la recrudescenza delle azioni estive del Pkk, che da tre anni a questa parte hanno preso di mira le località turistiche (con relative stragi di innocenti) e perciò gravano pesantemente anche sull’economia nazionale. Nei comunicati stampa i Tak, i Falchi armati per la libertà del Kurdistan, braccio armato del Pkk, avevano fatto sapere che si trattava di azioni mirate, volte ad attirare l’attenzione internazionale sulla questione curda. Che la situazione stesse degenerando, che sarebbe saturata in breve tempo, l’esecutivo islamico-moderato di Recep Tayyip Erdogan lo diceva da un pezzo, chiedendo interventi concreti per isolare i terroristi dal territorio turco. Ma né gli Stati Uniti, né l’Onu, né l’Europa, che, anzi, continua a dormire sonni tranquilli, hanno mai preso sufficientemente in considerazione il problema.
Questo fino a due settimane fa, quando la Grande Assemblea nazionale turca si è riunita e con una schiacciante maggioranza (507 voti favorevoli e 19 contrari) ha autorizzato le forze armate a intervenire oltre confine. Che, tradotto in termini molto spicci, significa il secondo esercito della Nato e storico alleato degli Stati Uniti che decide di fare di testa sua, destabilizzando l’unica zona relativamente tranquilla dell’Iraq, con le relative conseguenze sul piano internazionale. La Turchia già nel 2003 aveva autorizzato incursioni militari in Nord Iraq, ma il contesto interno ed esterno era diverso.
Questa volta Washington appare molto più preoccupata e fa bene. Da parecchio tempo, almeno un anno, l’unico paese della mezzaluna a vocazione europea ha avuto diversi motivi di contrasto con la Casa Bianca e per i motivi più disparati, dai rapporti commerciali con l’Iran al disinteresse totale nei confronti del problema curdo, alla legge sul genocidio armeno. A ben vedere se il vaso trabocca la colpa è tutta proprio di quest’ultimo massacro, operato dai turchi nel 1915, mai riconosciuto e oggetto ancora oggi di un controverso dibattito internazionale. A inizio ottobre, la commissione Esteri del Congresso americano ha votato il via libera preliminare a una legge che definisce apertamente “genocidio” il massacro degli armeni. Ankara, si sa, è fin troppo sensibile al tema. I 30 militari turchi uccisi in settembre, una situazione sul confine iracheno insostenibile da tempo e la rabbia per la mossa dell’alleato d’oltreoceano hanno portato alla votazione sull’attacco in Nord Iraq, che rischia di diventare un vero e proprio punto di non ritorno. In attesa della Conferenza dei paesi che gravitano nell’orbita nord-irachena, in programma per i primi di novembre a Istanbul, si continua a sparare. Incursioni temporanee via terra e via aria da parte turca e, dall’altra parte, i ribelli del Partito dei Lavoratori del Kurdistan che non depongono le armi e tengono in ostaggio otto militari della Mezzaluna. La richiesta di tregua condizionata del Pkk è stata duramente respinta dalla Turchia, che si rifiuta di trattare direttamente con loro perché significherebbe legittimare l’esistenza di un’organizzazione terroristica.
Dal punto di vista puramente teorico, la Conferenza di Istanbul dovrebbe contribuire a togliere una delle peggiori spine nel fianco di Ankara: la questione curda. I curdi vengono considerati il popolo senza terra più numeroso del mondo: 30 milioni di persone dislocate, nell’ordine, in Turchia, Iraq, Iran e Siria. Per descrivere in modo esaustivo la loro storia bisognerebbe partire dal XIII secolo. Però per comodità è bene iniziare dal trattato di Losanna del 1923, quando gli impegni presi dal precedente Trattato di Sevres (1920) riguardanti la creazione di un Kurdistan indipendente fra le quattro nazioni furono cancellati. Per la Turchia la questione curda inizia da quel momento.

Un conflitto da 40 mila vittime
La minoranza, circa 12 milioni di persone, è attualmente rappresentata in Parlamento dal Dtp, il Partito della Società democratica, che conta 20 parlamentari su 550. E, se si parla con i suoi dirigenti, la posizione ufficiale è unanime: i problemi fra il governo di Ankara e la minoranza sono iniziati con la fondazione della Repubblica nel 1923. La mancanza di interventi, unitamente a condizioni economiche precarie, ha favorito la creazione, nel 1984, di un’organizzazione terroristica, il Pkk, a opera di Abdullah Ocalan, attualmente detenuto sull’isola di Imrali, in mezzo al Mar di Marmara. Il loro obiettivo, o almeno quello del braccio armato, è la creazione di uno Stato curdo indipendente sul territorio turco.
La loro è una guerra silenziosa, che in 33 anni ha provocato quasi 40 mila vittime, balzata solo recentemente e con prepotenza agli onori delle cronache, per il precipitare della situazione. Proprio adesso che potrebbe essere troppo tardi. I turchi vivono con l’incubo degli attentati del guerriglieri. A Istanbul e Ankara, per entrare in un centro commerciale, bisogna passare sotto i metal detector. Nel cosiddetto Kurdistan turco, nel sud-est del paese, che ha come capitale morale Diyarbakir, in primavera, quando la guerriglia del Pkk si intensifica, le strade sono punteggiate da posti di blocco. I passeggeri delle auto o degli autobus che vi transitano, sono obbligati a fermarsi e non di rado vengono perquisiti.

Quando il golpe fermò il dialogo
Negli anni Sessanta e Settanta la minoranza curda aveva avviato comunque un dialogo per il riconoscimento di alcune libertà fondamentali. Dialogo che però il colpo di Stato militare del 1980 ha spazzato via, insieme all’assetto democratico del paese. Lo spiega molto bene Sebahat Tunnel, deputata del Dtp (che peraltro, nonostante l’immunità parlamentare, è sotto processo in Turchia per “sostegno a organizzazioni terroristiche”). «La Costituzione attuale – spiega la Tunnel a Tempi – è datata 1982 e fu redatta in seguito al golpe. Il popolo curdo ha sofferto molto da quella data perché nel testo il concetto di nazionalità non consente altre alternative se non l’essere turco. Quello che noi chiediamo è il riconoscimento delle nostre specificità etniche, linguistiche e culturali. La situazione che si è venuta a creare è negativa per il popolo curdo e il popolo turco non si merita di vivere in questo modo».

L’occasione persa (di proposito?)
Le manifestazioni in Turchia sono proseguite per giorni, e adesso anche i leader politici più nazionalisti temono ripercussioni sulla popolazione curda. Amhet Türk, segretario del Dtp, ha esortato i guerriglieri del Pkk a deporre le armi, pur senza definirli con l’appellativo che compete loro, ossia terroristi.
Dubbi, in Turchia, ne sorgono molti. Soprattutto uno: perché il Partito dei Lavoratori del Kurdistan ha scelto proprio questo momento per inasprire la guerriglia? Da mesi Erdogan dimostrava una certa insolita apertura alle richieste del Dtp, soprattutto adesso che nel paese è alto il dibattito sulla nuova Costituzione, che dovrebbe essere approvata in via definitiva entro il 2009. Il premier e il partito curdo la vogliono cambiare, anche se per motivi diversi. Al leader islamico moderato sta a cuore soprattutto l’indebolimento dei poteri dell’esercito, che in Turchia conta ancora molto e al quale Erdogan e il presidente della Repubblica Abdullah Gül non vanno molto a genio per via del loro passato politico legato alla destra ultraconservatrice di marca islamica. È naturale, allora, che ci si chieda perché i guerriglieri abbiano deciso di portare la Turchia sull’orlo dell’intervento armato proprio ora che i curdi, pur se a costo di lunghe ed estenuanti trattative, erano vicini a portare a casa un risultato importante e storico per il loro popolo.
Viene spontaneo pensare che l’obiettivo primo in questo momento non sia la causa della libertà, ma destabilizzare il paese della mezzaluna dal suo interno. Del resto è molto meglio combattere contro l’esercito, che sulla questione curda ha posizioni ultranazionaliste e che in caso di intervento armato potrebbe dare molti grattacapi al governo, piuttosto che con un politico astuto come Erdogan, disposto a trattare con i parlamentari del Dtp. O almeno su questo scommetterebbe chi la pace non la vuole.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.