La verità

Di Rodolfo Casadei
18 Novembre 2004
Ma quale jihad cristiano. Ma quale marea fondamentalista evangelica e omofobica. Con Bush ha vinto un’America di relazioni umane solide perché non indifferenti alla Verità

«Ad ogni elezione presidenziale, i commentatori americani se ne vengono fuori con una storia che dovrebbe spiegare il risultato, e la storia deve avere due caratteristiche. In primo luogo deve essere completamente sbagliata. In secondo luogo deve confermare i liberal nella convinzione che loro sono moralmente superiori a quelli che li hanno appena sconfitti. Negli anni passati la storia era centrata sui Maschi Bianchi Arrabbiati. Quest’anno la storia ufficiale è che schiere di votanti omofobici dei valori morali si sono catapultati alle urne per portare in vetta G.W. Bush. Questa teoria lusinga certamente i liberal, e certamente è sbagliata». L’articolo che si apre con questo arguto incipit non è apparso sul Weekly Standard, settimanale dei neoconservatori americani, o sotto forma di editoriale sul Foglio di Giuliano Ferrara. No: è opera di David Brooks, giornalista liberal, ed è stato pubblicato sul New York Times, quotidiano liberal che ha appoggiato la campagna elettorale di J.F. Kerry a corpo morto. Ma mentre in America la sinistra ha avviato una riflessione razionale sull’esito delle presidenziali, e ironizza su chi si attarda nelle intrepretazioni esorcistiche, in Europa continuiamo ad affogare in una marea di titoli e servizi giornalistici, soprattutto televisivi, che attribuiscono la riconferma di Bush ad un soprassalto fondamentalista cristiano dell’elettorato e alle tinte religioso-apocalittiche che il presidente avrebbe impresso alla guerra al terrorismo dopo gli attentati dell’11 settembre. Due settimane fa gli affezionati spettatori de “La storia siamo noi”, programma notturno di Rai Educational, la struttura posta sotto la sciagurata direzione di Giovanni Minoli, hanno dovuto soffrire il castigo di un réportage volto a dimostrare che negli Usa un elettorato fanatico ha portato al potere un invasato che per accelerare la fine del mondo ha fatto e farà guerre in tutto il Medio Oriente. Nel corso della trasmissione abbiamo appreso, in un crescendo sottolineato da una colonna sonora che alternava i “Carmina Burana” al “Requiem” di Verdi e ad altre musiche altamente drammatiche, che in America 60 milioni (diconsi 60 milioni) di persone sono convinte che la battaglia di Armageddon (che segnerà l’inizio degli ultimi tempi della storia) sia imminente e per questo hanno votato un presidente guerrafondaio come Bush. Il quale è convinto, anche grazie alle manipolazioni di una setta ebraica infiltrata fra i suoi collaboratori, che Dio gli abbia affidato la missione di combattere militarmente il Male. Quel Dio che Minoli e soci rappresentano come un minaccioso fulmine che esplode nella notte, immagine simbolo che ritorna una dozzina di volte nel corso del documentario.

Le vere statistiche su evangelici e valori morali
Gli agit-prop di Rai Educational non sapevano ancora che il secondo mandato di G.W. Bush sarebbe iniziato con le dimissioni proprio di John Ashcroft, l’unico vero evangelical presente nel suo governo. E probabilmente non avevano letto l’articolo di David Brooks né le indagini statistiche del Pew Research Center e di Rasmussen Reports. Questi due stimati istituti di sondaggi avevano entrambi previsto che Bush avrebbe vinto col 51% dei voti contro il 48% di Kerry e hanno evidenziato alcuni aspetti molto istruttivi del recente voto, che in gran parte smentiscono l’interpretazione apocalittica.
L’equivoco sull’interpretazione della vittoria di Bush è nato sull’onda di un sondaggio promosso dai network televisivi. All’uscita dei seggi è stato chiesto agli elettori quale fosse il fattore che aveva maggiormente influenzato il loro voto, e la risposta più opzionata fra quelle offerte alla scelta è stata “i valori morali”, col 22% delle preferenze. Sei giorni dopo Rasmussen Reports ha condotto un sondaggio analogo, ma al posto di “valori morali” ha messo “temi culturali come il matrimonio fra persone dello stesso sesso e l’aborto”. Questa opzione ha raccolto soltanto il 10% delle scelte, ed è risultata la quarta su cinque. Hanno avuto maggiori preferenze “problemi nazionali come la sicurezza sociale e la sanità” (11%), “l’economia” (26%) e, di gran lunga al primo posto, “la sicurezza nazionale (41%)”. Fra coloro che hanno votato per Bush, il 56% ha dichiarato di averlo fatto soprattutto in nome della sicurezza nazionale, solo il 14% in nome della priorità dei valori culturali.
L’altro mito che le indagini serie hanno subito sfatato è quello della marea evangelica che si sarebbe abbattuta sulle urne, condizionando in misura decisiva a favore di Bush l’esito della contesa. Il Pew Research Center (di orientamento democratico) ha condotto il suo sondaggio alla vigilia del voto (27-30 ottobre). Ne è risultato che i probabili elettori evangelici sarebbero stati il 23% di tutti i votanti, cioè appena due punti percentuali in più di quanti erano stati nel 2000 (21%); un incremento d’altra parte compensato dalla maggiore crescita degli elettori che si definiscono “secular”, cioè non religiosi, passati dall’8% del 2000 all’11% di quest’anno. Non c’è dubbio che il presidente uscente abbia preso più voti fra gli americani che vanno in chiesa una o più volte alla settimana, e meno fra quelli che ci vanno poco o per nulla. Ma la tesi secondo cui Bush dovrebbe la sua rielezione al voto massiccio di un esercito di fanatici ignoranti e superstiziosi (che rigetta in massa l’evoluzionismo, come enfatizza l’inviato del Manifesto Marco D’Eramo) è semplicemente insultante. Se si prende in considerazione il livello di formazione degli elettori, si scopre che Bush avrebbe vinto fra i laureati, fra chi ha frequentato l’università senza laurearsi e fra i diplomati delle medie superiori; Kerry prevale solo ai due estremi dello spettro: fra i laureati con specializzazione e fra chi ha un titolo di studio inferiore al diploma delle medie superiori.

Sempre meno pregiudizi verso gli omosessuali
Un altro mito da sfatare è quello dell’ondata omofobica che avrebbe favorito la vittoria di Bush: negli undici stati in cui contestualmente alle elezioni presidenziali si sono tenuti referendum sulla questione del matrimonio omosessuale Bush non ha registrato un aumento dei consensi significativamente maggiore di quello che si è verificato negli altri stati (in 45 stati su 50 il presidente è andato meglio di come era andato nel 2000). Bush ha conquistato i voti di collegio in tutti gli stati dove si è svolto il referendum tranne che nell’Oregon; ma anche nell’Oregon, che ha votato per Kerry, il matrimonio omosessuale è stato bocciato, anche se con una percentuale inferiore a quella degli altri stati. In realtà sul tema delle unioni fra persone dello stesso sesso l’opinione pubblica americana si è spostata “a sinistra” negli anni: all’uscita delle urne solo il 25% degli elettori si è dichiarato favorevole ai matrimoni gay, ma un 35% ha dichiarato il suo sostegno all’istituto delle unioni civili. Ciò significa che negli Usa esistono due maggioranze trasversali piuttosto solide: una contraria ad estendere l’istituto matrimoniale agli omosessuali (la pensa così non solo l’83% dei repubblicani, ma anche il 46% dei democratici, contro il 44% di avviso contrario), e un’altra favorevole all’istituzione di unioni civili che sarebbero un’occasione anche per gli omosessuali (se sommiamo il 25% e il 35% di cui abbiamo detto sopra). Questo quadro della realtà trova conferma quando lo si raffronta con altro dato: solo il 36% degli elettori chiede a Bush di nominare alla Corte suprema soltanto giudici contrari al matrimonio gay; la maggioranza (48%) pensa che dovrebbe nominare giudici dei due orientamenti.
Ciliegina sulla torta, pur essendosi messo al servizio, secondo alcuni illuminati osservatori, di un complotto giudaico, Bush avrebbe conquistato appena il 24% del voto degli ebrei americani contro il 19% delle elezioni del 2000; gli è andata meglio col voto afro-americano, dove almeno ha raddoppiato la percentuale dei consensi (dal 9% del 2000 al 18% di oggi).

Ha vinto l’America che crede
Se si vuole capire la natura del consenso confluito su Bush, è su altri dati che bisogna concentrare l’attenzione. Partiamo dal ritratto sociologico dell’elettore di Bush. Scopriamo che ha fra i 25 e i 34 anni (58%), è sposato (56%), ha figli (56%), vive in area rurale (56%) o nei sobborghi urbani (52%), va in chiesa una (55%) o più volte (68%) alla settimana, è d’accordo con l’intervento militare in Irak (83%), ha militato nelle forze armate (56%) ed è convinto che gli Stati Uniti stanno vincendo la guerra contro il terrorismo (79%). Insomma, l’americano elettore di Bush è un uomo impegnato in rapporti stabili, fondati su una Verità riconosciuta più grande delle determinazioni umane e che si manifesta nelle leggi di natura; per questo è determinato a difendere questi rapporti e attraverso di essi la possibilità di aderire alla Verità anche con la forza se necessario. Come ha scritto Giancarlo Cesana, «Bush è riuscito a rappresentare in termini più convincenti il preambolo della Dichiarazione di Indipendenza, cui nessun americano (neanche Kerry) vorrebbe rinunciare: “Noi crediamo che queste verità siano evidenti, che tutti gli uomini sono stati creati uguali e dotati dal loro Creatore di diritti inalienabili, tra i quali la vita, la libertà e la ricerca della felicità”. L’America continua a riaffermarsi come un paese che crede. Crede in sé, perché crede in qualcosa di più grande di sé; (…) il sostegno a Bush incarna proprio questa grande carica ideale, ritenuta giustamente più forte anche degli sbagli eventuali».

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.