La visione francese: Ue troppo filo-Usa
Parigi. Ascoltando le parole di Jacques Chirac e leggendo i principali quotidiani francesi viene da chiedersi se in Francia ci si rende davvero conto di cosa significhi la riunificazione dell’Europa avvenuta sabato 1° maggio. Il 29 aprile Jacques Chirac, in una insipida conferenza stampa, dopo frasi di rito come: «questa Europa (…) rimane più che mai una opportunità per noi e per il nostro avvenire», ha accennato alla “visione francese dell’Europa” che è «innanzitutto una comunità di valori e di principi, prima che una comunità d’interessi».
Una accusa trasparente a quei paesi che vedrebbero nell’Unione solo un’opportunità economica. Peccato che lo stesso Chirac aggiunga: «legittimamente i francesi si chiedono che cosa porti loro, concretamente, l’Europa». E dev’essere per salvaguardare i “valori” e i “princìpi” che nello stesso discorso Chirac ha ribadito che non vuole venga imposto alla Francia “il rigore” del Patto di stabilità e nemmeno un “eccessivo aumento” del bilancio dell’Unione che per la verità, proprio su impulso della Francia, nel periodo 2007/2013 passerà dall’1,24 all’uno per cento del Pil, stringendo i cordoni della borsa e limitando di conseguenza il sostegno economico ai dieci paesi che sabato sono entrati nell’Unione. Rincarando la dose Le Figaro si chiede se «bisogna temere un afflusso d’immigrati», come se da vent’anni almeno nell’Unione non entrasse di tutto. Ma evidentemente polacchi, ungheresi, lettoni e così via sono “temibili”. Ed è sempre Le Figaro a chiedersi se a causa dei nuovi arrivati “criminalità e corruzione aumenteranno”, e conoscendo usi e costumi della politica francese viene voglia di fare del sarcasmo. Anche Libération considera “gli entranti” più interessati al portafoglio che a una “Europa potenza capace di tenere testa agli americani”. Una “influenza americana” riassunta bene dal titolo «Polonia: l’indefettibile amica degli Yankees».
Senza parlare delle critiche alle scelte di politica economica dei nuovi arrivati, considerate troppo liberali. Sembra ci si dimentichi che la maggior parte di quei paesi, escludendo Cipro e Malta, percepiscono gli avvenimenti non come un allargamento “burocratico” ma come una riunificazione dell’Europa della quale si sentono parte integrante e dalla quale erano stati esclusi per cinquant’anni, nell’indifferenza e nell’ignavia della maggior parte degli intellettuali e dei dirigenti politici che, colpiti da una lunga ibernazione ideologica, consideravano quei paesi come perduti per sempre dietro la “Cortina di ferro”. Morti e sepolti. Ma l’incubo è finito e quei paesi sono “risorti” grazie sopratutto alla determinazione degli americani, che hanno combattuto e vinto la “Guerra fredda” spingendo all’implosione il sistema totalitario comunista sovietico, che tanti estimatori aveva sia in Francia che nel nostro paese. E forse è proprio questa, la colpa di polacchi, ungheresi, cechi, slovacchi, lituani, estoni, lettoni, sloveni: il loro essere vivi è testimonianza della vergogna di chi ha preferito chiudere gli occhi.
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