La vita che si insinua fra le rovine di un paese raso al suolo in un istante di trecento anni fa
Vista dall’alto, Noto Antica mostra ancora la cinta delle mura, mura forti a proteggerla, quassù sull’altopiano dell’Alveria, tra Siracusa e Capo Passero. Bastioni possenti, e una torre di guardia maestosa. Qui regnarono Ruggero il Normanno, e gli Angiò. Una città potente, già ai tempi antichi “civitas latinae conditionis”, città dell’Impero. L’aveva costruita su quell’altura, dice la leggenda, Ducezio, re dei Siculi, cinque secoli prima di Cristo: lassù, lontana dal mare, per proteggerla dalle incursioni dei Greci. In mezzo a due profonde gole, con quelle fortificazioni orgogliose, la antica Netum doveva apparire ai suoi abitanti la più sicura delle città. Alle pendici per secoli si seppellirono i morti in una grande necropoli, in una tomba per ciascuno. Come si fa in una comunità stabile e protetta, certa di restare per sempre dentro le sue mura.
Ma quel giorno, l’11 gennaio 1693, a nulla servirono i cavalieri e le lance. Dagli spalti le sentinelle non avvistarono alcun nemico all’orizzonte. Tutto era in pace, quando in un istante in un urlo di abisso la città fu squassata nelle viscere. Come un cavallo non domato che scuote la groppa e disarciona il cavaliere, così le faglie dell’Alveria si scrollarono la città e le sue mura di dosso. E un istante dopo l’acquietarsi del tuono, ci fu solo silenzio a Noto Antica.
I pochi rimasti vivi rifondarono la loro città altrove, verso il mare. Alcuni, legati ai loro morti rimasti lassù, continuarono per anni a tornare. Ma poi gli ultimi superstiti morirono, e olivi e edera ricoprirono i ruderi.
Oggi, in questo pomeriggio splendente di maggio, entri dalla Porta – un arco imponente, il solo scampato a quel giorno. Cammini per le strade della città annientata in un silenzio assoluto. Tra le crepe dei muri, tra i poveri resti delle case morte cardi e piante selvatici si sono trionfalmente ripresi la città che fu degli uomini. Il profumo dei fiori del Mediterraneo si fa struggente al tramonto. Degli uomini, qui sono rimaste sbiadite lapidi, desolate rocche a sorvegliare un orizzonte senza più Saraceni. Ma questo odore aspro e dolce di erba sembra il fiato di una vorace voglia di vivere del creato. Gli uomini passano, sembrano dire i gelsomini rigogliosi, noi continuiamo per sempre. E che ne è, ti domandi, in questa meraviglia inebriata di fiori, della moltitudine sconosciuta che qui è morta in un istante? Che facce avevano, e a che cosa stavano giocando i bambini? L’orizzonte verso il mare si fa viola e grigio di foschia. Che occhi avevano le quindicenni di Noto Antica, e cosa sognavano? Nella quiete enigmatica di una città distrutta, si fa implacabile la domanda del nostro comune destino. Il vento fra le pietre, e i corvi in cielo. E un Dio nascosto ma in ogni cosa immanente che aspetta ancora, paziente, che si impari a sperare.
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