La vita (e la morte) all’ epoca dei Talebani

Di Tempi
11 Ottobre 2001
Il Rawa, l'Associazione Rivoluzionaria delle donne dell'Afghanistan, è nato a Kabul nel 1977 per difendere i diritti umani delle donne afghane e la giustizia sociale

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Il Rawa, l’Associazione Rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan, è nato a Kabul nel 1977 per difendere i diritti umani delle donne afghane e la giustizia sociale. Fondato da un gruppo d’intellettuali donne guidate da Meena – assassinata nel 1987 a Quetta, in Pakistan, da agenti afghani dell’allora Kgb in connivenza con i fondamentalisti di Gulbuddin Hekmatyar -, il Rawa è decisamente orientato a sinistra.
Sul sito Internet www.rawa.org, pubblica decine d’immagini: alcune scioccanti, altre raccapriccianti.Anzitutto sulla condizione femminile (foto 1/a): la donna nella versione che dell’ Islam hanno dato gli studenti delle scuole coraniche di Kabul, semplicemente, non esiste.
Per esempio quella di Mazar-e-Sharif (foto 3/a), cittadina dove alle donne non resta che mendicare nelle strade. La maggior parte di loro ha infatti perduto qualche parente maschio durante il massacro di circa seimila persone compiuto dai talebani nell’agosto 1988. O quella di Zahir (foto 2/a) che ha nove anni ed è orfano. Suo padre, Mohammad Yousif, è stato ucciso dai talebani nel 1996 all’interno della macelleria di cui era padrone. Con la madre e la sorella più piccola, vive elemosinando briciole di casa in casa. E infine quelle dei famosi Budda, i Budda di Bamyan fatti esplodere dai talebani in marzo e poi rivenduti a pezzi sbrecciati a Peshawar, in Pakistan, da certi loro intermediari (foto 4/a-5/a): magari ad acquirenti britannici – come George Bristow, noto commerciante di manufatti dell’Asia Centrale, intervistato dal “Sunday Telegraph” all’inizio di aprile -, i quali per l’occasione sembrano godere di una curiosa sospensione della “fatwa” che li giudica odiati nemici occidentali da abbattere senza pietà. E infine ancora scene di miseria e malattia (foto 6/a) di una popolazione costretta a fuggire cercando rifugio nel vicino Pakistan, ospiti di campi profughi dove “non c’è molta differenza trail vivere e il morire” (foto 7/a. Di queste immagini ne proponiamo un’antologia significativa. Giusto per quelli che “siamo tutti uguali”.

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1/b.
L’immagine è un fotogramma di un filmato realizzato, il 26 agosto scorso a Kabul dal Rawa, grazie a una telecamera rigorosamente nascosta. Due talebani dell'”Amro bil mahroof”, la polizia religiosa del regime di Kabul incaricata di “promozione della virtù e prevenzione del vizio”, picchiano pubblicamente una donna per aver osato togliersi, appunto in pubblico, il burqa, il vessatorio abito blu che copre dalla testa ai piedi chi lo indossa.


2/b.
Se sei donna, prendere un taxi in Afghanistan senza essere accompagnata da un parente stretto di sesso maschile equivale a commettere un peccato grave. E allora viaggi nel bagagliaio come un animale.


3/b.
Alle donne afghane toccano anche le fatiche fisiche più pesanti. Che debbono immancabilmente svolgere solo vestite come lebbrosi da tenere a distanza.


4/b. 5/b. 6/b.
Nella scala sociale non contano alcunché e nella famiglia sono solo serve d’infimo grado. Per questo le donne afghane possono essere costantemente umiliate e pesantemente vessate in pubblico senza che ciò desti stupore.

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1/c.
A metà maggio 1999, dopo aver soffocato a Herat un tentativo di putsch da parte del movimento “Hezb-e-Wahdat” sostenuto dall’Iran, i talebani hanno avviato una massiccia campagna di terrore anti-sciita. Con crudeltà spettacolare.

2/c. In Afghanistan, chi viene accusato di terrorismo (e di aver causato una vittima) finisce così. Se non fosse tragico, sarebbe ironico.


3/c.
Agosto 1998: coperto da una maschera rosa, un uomo accusato di omicidio viene giustiziato dal padre della sua vittima. Poi una squadra di chirurghi, resi irriconoscibili da maschere di colore blu, amputa le mani destre e i piedi sinistri di due uomini accusati di rapina, precedentemente anestetizzati.


4/c.
Donne afghane in burqua: come una mandria controllata dal pastore.

5/c-6/c-7/c. Un’esecuzione pubblica “educativa”. Allo stadio di calcio di Kabul, davanti a migliaia di persone, il 17 novembre 1999 muore “Zarmeena” (di lei si conosce solo questo appellativo). Madre di sette figlie, era accusata di aver ucciso a martellate, due anni prima, il marito nel sonno per una disputa familiare. La fonte è un miliziano talebano. Il boia le spara tre colpi di kalashnikov e, quando la donna si accascia al suolo, dagli spalti una folla di uomini, donne e bambini giunti sul luogo dopo aver ascoltato gli annunci “pubblictari” di Radio Shariat grida: “Dio è grande”.

Per maggiori informazioni è possibile visitare il sito:
http.//www.rawa.org

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