La vita è un dono (da non mettere ai voti)

Di Lorenzo Scintillani*
05 Maggio 2005
I BAMBINI FARMACO SONO IL RISULTATO DI UN'IDEOLOGIA «DENEGRATRICE DELL'ALTERITà» DICE CATHERINE LABROUSSE-RIOU, EMINENTE GIURISTA LAICA FRANCESE

«È lecito (o illecito) fabbricare embrioni umani per la ricerca, senza ricostituire un’umanità duale fatta di soggetti e di non-soggetti di diritto?». Questa e altre domande si poneva, agli inizi del decennio trascorso, Catherine Labrusse-Riou, professoressa di Diritto privato alla Sorbona, eminente personalità laica francese e autric di numerosi saggi su biotecnologie riproduttive e diritto di famiglia e delle persone. Già su queste pagine (Tempi, 10 marzo) si era rilevato come la sua posizione fosse stata (surrettiziamente) interpretata nel libretto La fecondazione assistita. Riflessioni di otto grandi giuristi, distribuito nelle edicole dal Corriere della Sera, in cui le si attribuivano affermazioni contrarie a quelle stampate nei suoi libri (tra cui quelle riportate di seguito tratte da L’enjeu des qualifications: la survie juridique de la personne, “Droits”, 13/1991). La giurista francese, intervenendo nel dibattito sulla fecondazione in vitro in Francia, scriveva: «Non ci si dovrà stupire che si giunga a brevettare l’embrione umano considerato come “grumo di cellule” non destinato a nascere, in mancanza di “progetto parentale”. Se il diritto persiste nel disimpegno morale al quale lo spinge il pluralismo delle opinioni, la libertà cesserà di essere un fine, per non essere altro che un mezzo di produzione, selezione, e redistribuzione. degli esseri umani. (.) La persona scomparirà dalle istituzioni, ci sarà campo libero per la gestione della carne umana».
Recentemente anche l’Inghilterra ha detto sì ai cosiddetti “bambini farmaco” con una pronuncia dell’Alta Corte che ha permesso a una coppia di concepire con la fecondazione assistita e poi con la selezione pre-impianto un embrione sano per salvare il figlio affetto da beta-talassemia. Già nel 1991 la Labrousse-Riou notava che tale espediente «comporta un’onnipotenza denegatrice dell’alterità». E che «questo rinnegamento della persona a vantaggio del prolungamento della vita di un’altra rivela una società antropofaga o incestuosa, dove il vivo tratta il morto in spregio ad ogni legge genealogica». Nell’infuocato dibattito francese degli anni Novanta la Labrousse-Riou puntava l’attenzione sulla vera posta in gioco – «l’embrione umano, ridotto a materiale di laboratorio, da un lato e, dall’altro, valorizzato come essere desiderato» -, constatando come «la sua autonomia dipende dalla buona volontà degli adulti». E, contro «scienziati militanti che reputano scientificamente giustificata una soglia che faccia passare l’embrione dalla cosa all’essere», la giurista sosteneva che «è un assurdo artificio, perché l’essere è o non è; dall’inizio della vita alla morte, esso è in via di compimento e di sviluppo». Ai giuristi quindi il compito di «definire lo statuto degli embrioni in vitro, dei quali va preservata la qualità di soggetti di diritto, allo scopo di affermare la persona in atto, anche se il suo corpo non è che in divenire».

l’eugenetica alle porte
Il giurista, in quanto uomo responsabile verso il destino suo e degli altri, non può non porre la domanda estrema: volete introdurre la schiavitù (dolce) per legge? Perché questo significa dire che il concepito è una nullità giuridica. Sostenere che non ha diritti è come dire che non è persona, è come dire che non è, e che se ne può fare ciò che si vuole. Allora è vero che «ciò che si tratta di istituire non è un limite alla scienza ma un limite al suo ambito di competenza». Perché la scienza non può dire che cos’è l’uomo. Non può dirlo neppure il diritto ma, almeno, può fornire le categorie con cui “resistere” – come auspica la Labrousse-Riou – alle pretese di una scienza che si afferma non più come “sapiente” ma come “potente”. In una recente conversazione l’illustre giurista ha avuto modo di precisare che la legislazione in vigore in Francia ha modificato in profondità la materia relativa alla procreazione assistita, trasformando la fecondazione in vitro in uno strumento di accesso alla ricerca sugli embrioni, e aprendo le porte alla selezione eugenetica. L’esperienza francese ha qualcosa da insegnarci?

* Docente di Diritti dell’uomo nell’Università del Molise

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