La vita è un sogno almodovariano nell’era della verdad zapatera
Madrid. Di primo acchito, la Spagna zapateriana non sembra diversa dal quadrilatero in cui si rispecchia da un trentennio la sua aspra e gaudente democrazia. Divisa tra l’anima nazionalista-cattolica e quella repubblicana-anticlericale. Tra l’Almovodar dell’infanzia trascorsa nelle scuole di preti e suore, e l’artista maledetto di oggi, benedetto dal successo della cultura dell’allegro moralismo risentimentale e da una sconfinata fiducia nelle chiese del capriccio relativista.
battaglia di brand linguistici
Davanti alla chiesa di Medinacelis ci sono i soliti mendicanti. Dentro c’è la consueta ressa di pellegrini che come acqua traboccante in un collo di bottiglia risale una delle navate per andare a impetrare miracoli alla statua di Cristo. Appena dietro l’angolo della Basilica c’è lo storico Palace Hotel, il banchetto matrimoniale, la consacrazione dell’amore, la forza di Mammona. A Piazza del Sol il caldo secco sveste le ragazze e impollina la notte di donne scolpite nelle creme e nel fitness. Quattro passi lungo il calle e siete a Casas Patas, casa del Flamenco, dove pessimi drink per turiste yankee dal seno turgido solo perché rifatto, trovano perfetta consolazione nelle nenie gridate che fanno correre il teatro delle chitarre e le gambe dei ballerini. A Madrid si fuma ancora, ovunque. Negli alberghi, negli aereoporti, in taxi, nei ristoranti. A Madrid il caffè costa un euro e 25. Ma la benzina verde ne costa uno solo, come in Italia non è mai successo mai, nemmeno il giorno stesso in cui entrò in vigore la moneta Ue. A Madrid c’è, di primo acchito, la solita movida. Ci sono, sempre in figura di calli e piazze straripanti di luminarie, folle e locali aperti fino a tarda notte, la bellavita e il benessere cresciuti sotto il felice regno di Aznar. Non è cambiato niente. Se non la ridondanza euforica e pagana impressa alla città dalla frenesia bisessuale del marchio Zap. Bisogna ritornare al Prado, alla visita guidata di una Maria che ve lo illustra con appassionata diligenza filologica, per riscoprire il segno di un percorso dove il tempo dell’uomo è fatto come “las meninas” di Velázquez. Un tempo gentiluomo che si allontana nel vano luminoso della porta dello studio di un pittore di corte intento a ritrarre davanti a una grande tela l’infanta e il suo seguito di damigelle e di nani. Un tempo in cui l’arrivo improvviso del re e della regina, idealmente collocati nella stessa posizione dello spettatore e dunque nello specchio che sta alle spalle dell’artista, interrompe la posa. E tutti, dal pittore alla principessa, s’inchinano davanti al potere. Velázquez stava dipingendo esattamente ciò che vediamo adesso. Dentro e fuori quella sua fantastica tela. Dove grande è la tensione tra i fatti e le interpretazioni. Dice Giuliano Ferrara che a Madrid è stato invitato da una piccola e fiera compagnia ciellina per ragionare di relativismo e dissenso laico in una Spagna che più che aver rotto la tregua tra Chiesa e Stato sembra si sia fatta fatta dividere e mettere in tasca dalla prepotenza mediatica. «L’irruzione di Zapatero nei tre giorni che cambiarono la Spagna avviene nel segno del trionfo dell’interpretazione sui fatti dell’11M. L’interpretazione era più importante del fatto, le bombe islamiste e le loro 298 vittime. Quello che mi è sembrato sicuro di aver colto nella campagna verdad y paz, “verità e pace”, è che la battaglia delle intepretazioni fu vinta dal Psoe e perduta dal governo di Aznar. Io non sono stupito di questa circostanza. Le battaglie di interpretazione vengono vinte da chi è più forte nel sistema dei massmedia, dei giornali, delle riviste, del linguaggio televisivo. Non è molto importante chi possiede questi strumenti. Importante è il linguaggio, la forma, il brand».
VERDAD Y PAZ
Siamo ancora là a quella guerra per immagini dei giorni 11-13 marzo 2004. La battaglia umana e politica che si sta giocando oggi in Spagna rimane decisa dalle interpretazioni che, allora come oggi, sembrano avere il completo sopravvento sui fatti. «Che un bambino cresca meglio con una madre e con un padre piuttosto che con due madri e con due padri è un’affermazione dogmatica», sostiene ad esempio l’Umberto Eco di Madrid, il venerato scrittore Mario Vargas Llosa. Il quale, pur essendo un esponenente della chiesa del dubbio metodico è per altro assolutamente certo che «non ci sono ragioni, se non il pregiudizio inveterato, per non consentire il matrimonio e la possibilità di adottare bambini a quelli che praticano l’amore in un modo che solo l’ignoranza, la stupidità, l’oscurantismo dogmatico e distorti fantasmi dell’inconscio hanno demonizzato definendolo “anormale”». La manifestazione degli ottocentomila contro il matrimonio gay? Una sceneggiata organizzata dal clero sessuofobo e omofobo l’ha definita l’organo governativo El Pais, il quotidiano più venduto in Spagna, analogo alla nostra Repubblica. I fatti? Occorre avere la forza mediatica, gentilmente sostenuta dal potere, per cancellarli, mentire, ridurli a caricature.
«Oggi in Spagna non bisogna contraddire Zapatero e i suoi grandi elettori del gruppo Prisa-El Pais» ci dice sarcastico Pedro J. Ramirez, fondatore e direttore del secondo giornale spagnolo, il laico e collegato all’italiana Rcs-Rizzoli quotidiano El Mundo. Gruppo editoriale a cui proprio venerdì scorso la riforma zapateriana del sistema radiotelevisivo ha sbarrato la strada alla competizione sul mercato Tv. Durissimo l’editoriale domenicale di Pedro J.: «Zapatero è fino ad oggi personalmente responsabile della dinamica da Caino che ha messo in marcia, riarmando con tutti i missili di ultima generazione, una macchina tritacarne umana come il gruppo Prisa». In effetti, mentre a El Mundo viene impedito l’accesso alla tv (rinviando al 2010 l’entrata sul mercato della sua Veo tv, digitale con trasmissione in chiaro) a Jesus Polanco, patron di El Pais, Zapatero ha già regalato un impero mediatico: il quasi monopolio del circuito radiofonico e una televisione Canal plus, che da analogica a pagamento, ora potrà trasmettere in chiaro i servizi informativi e mantenere il business della piattaforma cinema e calcio a pagamento.
Ramirez si indigna del prezzo che El Mundo sta pagando per gli scoop che sul finire degli anni ’90 inchiodarono e portarono alla sbarra per corruzione e uso terroristico del potere politico il clan dell’ex leader e premier socialista Felipe Gonzales. Ha ragione Ramirez a lamentare che in questo modo il governo di Zap. ripaga El Mundo delle sue controinchieste sugli attentati dell’11M e delle molteplici contraddizioni, depistaggi, deviazioni di poliziotti e servizi legati all’area socialista denunciati nelle ricostruzioni fatte dal giornale dei tre giorni fatidici che trasformarono la prevista vittoria del Ppe di Aznar (che nei sondaggi aveva almeno tre punti di vantaggio sul Psoe ancora alla vigilia delle stragi di Atocha) nell’inatteso trionfo di un politico eletto segretario del Psoe quasi per caso. Ma come ammette lo stesso Ramirez: «Zapatero naturalmente aiuta il suo Signore», saldando la cambiale che aveva sottoscritto a Polanco nei tre giorni che le radio del Gruppo Prisa-El Pais si mobilitarono fino al punto di interrompere le cronache delle partite di calcio per invitare la popolazione a scendere in piazza e ad assediare le sedi del Ppe in nome di “verità e pace”.
LA ROAD MAP ANTICLERICALE
Naturalmente oltre al potere bruto c’è anche del pensiero nella strategia zapateriana. Il sacerdote e intellettuale madrileno Javier Prades ritiene che le sue riforme siano suggerite da una doppia pretesa. «Da una parte cercano di rilanciare il tentativo sessantottino di rivolta contro il padre – nel senso più ampio della parola: rivolta contro tutto ciò che precede e che è dato di realtà – dall’altra vogliono superare la transizione politica spagnola e la Costituzione del ’78». Con il risultato che è la stessa democrazia, uscita dalla dittatura grazie a un patto di non aggressione tra cattolici e socialisti, oggi a essere minacciata».
E così Zapatero avanza come una schiacciasassi. Da una parte impone un vero e proprio regime di controllo dell’informazione, dall’altra realizza una raffica di provvedimenti che paradossalmente stanno facendo della Spagna socialista il paese più liberista nel mondo. Dopo le leggi sulla violenza in famiglia, il divorzio rapido, la regolarizzazione di 700 mila immigrati clandestini e la rifoma del sistema radiotelevisivo, oggi, 30 giugno, il parlamento approva definitivamente il matrimonio e le adozioni gay. Non solo. Zapatero riapre il capitolo guerra civile, fa rimuovere i monumenti franchisti, riscopre i fantasmi dell’anticlericalismo, progetta la riscrizione dei libri scolastici, minaccia di espellere dalle scuole l’insegnamento della religione. Ultimissima, prepara per l’autunno una riforma del sistema scolastico che punta a mettere sotto il controllo discrezionale di commissioni statali l’accesso al circuito delle cosiddette “scuole convenzionate” (scuole di iniziativa sociale, in maggioranza cattoliche ma anche di estrazione cooperativistica laica e socialista, che rappresentano quasi il 40 per cento del sistema pubblico spagnolo).
DISEDUCAZIONE FAMIGLIARE
Cristina López Schlichting, giornalista della catena radiofonica cattolica Cope e portavoce del movimento degli ottocentomila scesi in piazza a Madrid per protestare contro la legge sul matrimonio gay, ci spiega che sono sofisticati questi dei piani alti della Moncloa. Il governo starebbe infatti studiando un provvedimento che vuole impedire alle famiglie di fare donazioni alle scuole convenzionate. «Dunque le famiglie sarebbero affidabili quando pagano la discoteca e magari lo spinello ai figli, ma non lo sono più se elargiscono alle scuole risorse per acquistare libri o computer. Un’assurdità che credo farebbe insorgere la stessa base popolare socialista». Naturalmente il messaggio sotteso alla mordacchia immaginata dagli zelanti funzionari zapateriani per la scuola convenzionata è quella di ogni preteso stato etico: la famiglia naturale è incapace di educare correttamente la prole e dunque è necessario che sia lo Stato a farsene carico. Peccato che ai giovani spagnoli lo Stato stia regalando tutti i diritti possibili, eppure il loro malessere cresce. Secondo i dati dell’Osservatorio Europeo delle droghe e delle tossicomanie, la Spagna è, ad esempio, leader in Europa nella distribuzione e nel consumo delle droghe. E lo stesso ministro della sanità spagnolo Elena Salgado ha recentemente ammesso che «la Spagna ha i maggiori indici di consumo di cocaina e cannabis in età compresa tra i 14 e il 18 anni che si registrano in tutta l’Unione Europea».
I “RATZINGERIANI”
Comprensibile che la Chiesa spagnola sia preoccupata e guardi all’epoca zapateriana come a una occasione di sfide drammatiche ma anche stimolanti, una presenza non più soltanto reattiva e sulla difensiva. In questa prospettiva i movimenti cattolici rappresentano una vera novità nel panorama della società spagnola. Essi si interrogano sulle ragioni per cui l’educazione cattolica tradizionale si è dimostrata un fallimento. E oggi intraprendono una presenza negli ambienti sociali che tende offrire risposte realistiche e razionali alle inquietudini e ai bisogni del tempo presente. Recentemente, questi cattolici che anche in Spagna chiamano “i ratzingeriani”, hanno elaborato un manifesto. Si intitola “Tempo di educazione” e vorrebbero provocare una mobilitazione in difesa della libertà educativa. Lanciato alla tre giorni di Encuentro Madrid – meeting promosso da Comunione e Liberazione – il manifesto è stato subito accolto con favore dalla Conferenza episcopale e sottoscritto da dieci delle più grandi associazioni sindacali, famigliari, studentesche e di insegnanti cattolici spagnoli.
COME TI AFFONDO LA PENISOLA IBERICA
Nel giardino delle delizie del brand Zapatero, Bosch collocherebbe un fiorellino che esce dall’ano di uno delle sue belle allegorie della creazione, con le sue amenità e piacevolezze sessuali. E infatti la Spagna socialista sembra spiegare ammiccante al resto dei cittadini europei, qual è il segreto che garantisce a Zapatero di veleggiare in testa a tutti gli indici di gradimento. «è il piacere, bellezza, e non ci puoi fare niente». Non bisogna però nemmeno dimenticare sorella Nemesi, che al Prado, al piano sopra le meninas di Velasquez, sembra riflettersi nella pittura dell’ultimo Goya. Quello oscuro e mostruoso, che dopo aver raccontato il potere e il martirio laico, vide la sua catastrofe e la rappresentò in una sequela di tele infernali col popolo ridotto a una poltiglia di mostri, e poi niente, il vuoto, un cagnolino che si sporge col muso annaspante nel vuoto e nel delirio. è la fine che rischia di fare il bel Zap, se è vero, come dice perfino il suo estimatore, alleato e missionario laico in Europa, Mario Vargas Llosa, che non si può certo non ritenere uomo politico deciso e coraggioso uno che come Zapatero è riuscito in un solo anno «a cancellare la Spagna dalla scena internazionale», ad allearsi nella politica e nel commercio delle armi armi con il caudillo venezuelano Chávez, a difendere la politica liberticida di Fidel Castro e ad aprire una “linea di dialogo” con l’estremismo nazionalista catalano e basco che tiene sotto schiaffo il governo di Madrid con le armi del ricatto politico e terroristico.
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