La vittoria dei piedi sporchi
Infine hanno vinto gli operai in tuta blu. In barba alla sinistra zapaterista che non può amare per davvero uno come Gattuso. Quelli con i calli ormai non piacciono più a lorsignori. Esteticamente un po’ così, villosi e poco aggraziati, quando va bene strappano appena la pacca sulle spalle. Compatiti…
Infine hanno vinto i già condannati di Calciopoli, quelli che dovevano rimanere a casa perché moralmente guasti. I Lippi, i Buffon, i Cannavaro. Già, Cannavaro. Che, fosse stato per certi direttori che provengono dritti dritti dagli anni Settanta, il cognome del miglior difensore del mondiale sarebbe finito in pagina scritto con la K. Kannavaro come Kossiga. La solfa è sempre la stessa. Sfregiato al punto giusto. Lascia stare che poi, visto come si stavano mettendo le cose in campo, partita dopo partita, si è assistito a piccole correzioni di rotta. Perché una certa dose di furbizia non ha mai fatto loro difetto. Potevano permettersi di stare alla finestra a guardare con sospetto un paese legittimamente in festa avvolto orgogliosamente nel tricolore? Certo che no. Il solo Piero Sansonetti, vecchia lince, direttore del rifondarolo Liberazione, giusto prima della finale sbottava orgoglioso in un antico impeto di antifascismo militante, prendendosela con lo scempio dei troppi tricolori per le strade che gli ricordava gli anni in cui quelle bandiere erano presenti solo nei cortei della destra missina. Per farlo contento bisognava far girare la voce e convincere gli italiani a scendere in piazza con la bandiera rossa per festeggiare il quarto titolo mondiale. Un modo di fare che gli appartiene secondo la più triste tradizione. Come insegnano il 25 aprile e il 1° maggio, le feste comandate, secondo tutti i Sansonetti di questo stivale, devono rimandare unicamente a quel colore. Invece l’Italia che si è destata, non è stata agli ordini, ha scelto di cantare l’Inno di Mameli con quella voce che si ritrovava, di abbracciare a distanza i propri eroi che ce la stavano mettendo tutta per non naufragare nel clima cattivo degli ultimi due mesi.
LA PALLA è ROTONDA
No, non ha vinto l’Italia di Francesco Saverio Borrelli. Di Guido Rossi che fa di tutto per comparire al centro della scena. Delle intercettazioni che non se ne può più. Dei soliti sospetti. Dei menagramo. Di chi tirava addirittura a che la Nazionale italiana facesse un salutare passo indietro. Una rinuncia al mondiale. Un atto di contrizione. Un beau geste, insomma. Così carino. Così pulitino. Tutto così perbene che ancora fa venire l’orticaria. Ma va là.
Come ha avuto ragione l’ottimo Francesco Cossiga a menare fendenti a questo corteo di belli senz’anima. Smunti. Professionisti dell’interrompere sul nascere un’emozione che sa di popolo, di facce, di storie quotidiane. Che si perdono dietro a duelli imbarazzanti tra un Veronesi normale e una Rossanda molto sofisticata per uno Strega qualunque. Altro che Coppa del Mondo. Nessuna sorpresa, comunque. D’altronde il quotidiano comunista su cui delizia con inchiostro di saggezza la sempre amata Rossana è quello che al debutto italiano dichiarava di tifare per il Ghana. Perché si sta sempre e comunque dalla parte dell’Africa. A parole, of course. E dall’appartamento parigino. Nella seconda partita, seguendo lo stesso filone, si doveva stare dalla parte degli Stati Uniti. E lì si è fatta più dura. Seppur a rigor di logica, sul campo, prima di giocarsela, gli Usa non possono mai competere al football con l’Italia. L’impianto ideologico, già di per sé sconclusionato, ha preso a vacillare. Li ha seppelliti una risata. E i gol dei nostri.
Insomma, ciascuno dal proprio fortino, conduceva la battaglia annichilente. Dagli agli azzurri è stato il grido di battaglia. A casa questi esempi di negatività, espressione di un calcio moribondo. Rancido. Pieno di schifezza e di tristezza. Ci hanno rubato un sogno. Non ci riconosciamo più in questo calcio. Dov’è il pallone raccontato da Osvaldo Soriano o dal terzomondista Gianni Minà? Vedrete che di questo Mondiale fregherà nulla a nessuno. Un fuoco di fila da ammazzare un toro. Non gli azzurri. Che avevano un’occasione d’oro di rispedire al mittente tali iatture che non ci hanno pensato su due volte. D’accordo, non sono stati sempre bellissimi. Ma a tratti hanno regalato giocate importanti. E intorno a simili manifestazioni di bellezza si è costruito un rapporto. Saldo. Ferreo. Tra loro e con gli italiani che, sempre più stupiti e affascinati da quell’umile voglia di arrivare in fondo, cedevano all’amore. Alla passione.
Il popolo ritrovava la piazza. La occupava ebbro di gioia. Si riscopriva una cosa sola a celebrare un fatto di bellezza regalato da uomini. Non da stinchi di santo. E neppure da giocatori che qualcuno proverà un po’ retoricamente ad innalzare all’altare profano, spacciandoli per bravi ragazzi. Magari lo sono. Ma non è questo il punto. Sono uomini, perbacco. Come ha detto bene in un raputs di eleganza il compagno Gattuso: «Questa è una Nazionale che ha due coglioni così». In una stagione in cui prevale dappertutto la mezza misura, la zona grigia, il paludato, l’ibrido, non può non far piacere questa sana e vivaddio un po’ scorretta rivendicazione. Il calcio è il calcio. Altrimenti si accomodassero pure… C’è sempre il curling che attende aficionados. O l’ennesimo romanzo di Camilleri per respirare di nuovo quel clima di sano giustizialismo che piace tanto ai Travaglio boys. Dove al suo Montalbano farebbe dire pensieri morali, precisi precisi, circa una certa tentazione di mettere la museruola al corso della giustizia sportiva. Che guai se per un Grosso qualsiasi ci scappasse l’amnistia come chiede qualche democristiano di lungo corso. Insomma, ci vuole rigore per mettere in castigo la memoria dei meravigliosi calci di rigore. Il Mondiale è finito, suvvia. L’inno alla gioia pure. Si serrino i ranghi e riprenda in fretta il discorso interrotto per colpa di quel gruppo maledettamente unito in Germania e di quel popolo che si è sentito, toh, felice. Gli adulti come i ragazzi. “Papà è bellissimo”. Ci pensino Gabriele Polo o il solito Flores D’Arcais a spiegare loro che si è trattato di un incidente di percorso. Non sarebbe male ascoltare la risposta del pueblo unido che ne ha le tasche piene di notti della repubblica.
In Germania è successo un imprevisto. Laddove la realtà si è divertita a scherzare intellettuali di lungo corso prigionieri di un pregiudizio che abbaglia. Come è vero che la realtà smentisce sempre chi si diletta, con aria compiaciuta, nel tirarla di qua o di là. La fregatura per costoro è sempre in agguato. La palla è rotonda. Anche questa volta il popolo non li ha serviti.
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