La volpe e le biotecnologie (i verdi,la disinformazione e un dev.tempi.it)

Di Tempi
26 Luglio 2000
Editoriale 29

Prima che del loro genoma si impadronissero tutti i partiti e tutte le lobby (anche le meno virtuose), anni addiettro i Verdi hanno avuto un certo peso politico. Non dimentichiamo che, in Italia come in Germania, dimostrandosi molto sensibili ai problemi che avrebbero dovuto affrontare gli sceicchi arabi se ci fossimo liberati (almeno in parte) dalla dipendenza dall’oro nero, i Verdi hanno trovato ingenti risorse ideali, e probabilmente anche finanziarie, per sostenere e vincere una lunga e dura battaglia contro il nucleare. Senza l’esitenza dei Verdi forse l’Inter non avrebbe avuto Moratti e la consorte Milly non sarebbe oggi una crocerossina ambientalista. Che i migliori amici della natura siano i petrolieri e le multinazionali della chimica, produttrici di sementi, concimi e anticrittogamici?

C’è poco da ridere, avete letto le notizie a proposito delle biotecnologie applicate all’agricoltura?

Non c’è quasi stato giornale, a sinistra come a destra, che non si sia accodato ai ministri Mattioli e Pecoraro Scanio per salire sulla pilotina Green Peace e di qui portare l’assalto a quella prezzolata e plutogiudaicomassonica commisarria svedese Margot WallstrÖm, colpevole di aver richiesto la fine della moratoria europea sui prodotti geneticamente modificati (OGM). Neanche fosse una parata dell’orgoglio gay, tutti in piazza, sulle prime pagine di giornali e tv, a sostenere i nostri gagliardi ministri ecologisti che annunciavano l’eroica e (per 24 ore sembrò) vittoriosa resistenza italo-europea all’imperialismo transgenico yankee. Il TG1, appena liberato dall’oscurantismo grazie a certi sofferti editoriali del suo neodirettore cosmopolita e, almeno per un giorno, inneggiante a un’Italia che non poteva non dirsi tutta un po’ checca, ha sciorinato per l’occasione OGM un servizio di apertura sul TG di prima serata (identico a quello che con più pudore La Repubblica ha cucinato il giorno dopo a pagina 17) di efficace disinformacja: due pezzi per documentare l’indiganzione dei ministri Verdi e le apprensioni di sedicenti associazioni consumatori, più uno su “mucca pazza”, che non c’entra niente (è un virus, non un gene modificato quello che spappola il cervello dei bovini contagiati) con gli OGM, ma che tutti i media (compreso l’autorevole Corriere della Sera, che per ben due giorni metterà insieme nei titoli di prima mucca pazza e biotech) assoceranno al caso dei prodotti transgenici. Perché tanto luddismo (come ben vede anche Cossiga) sulle biotecnologie? Ci dite perché li chiamate “cibi Frankestein”? Ci mostrate una sola prova scientifica della nocività dell’agricoltura biotecnologica, mentre continuate a riversare su milioni di ettari di coltivazioni, milioni di tonnellate di anticrittogamici, concimi, addittivi chimici? Ci volete spiegare una buona volta perché rifiutate una tecnologia che, come spiega tutta la letteratura scientifica in proposito, non solo non disturba la natura, ma introduce in essa un fattore di miglioramento che se moltiplicato su vasta scala risolverebbe il problema della fame nel terzo mondo?

Ora non occorre essere come questo giornale che, (purtroppo) senza essere pagato dalla Monsanto, attenendosi a un’antica lezione di certo illuminismo nostrano – ricordate i Verri e i Beccaria di quel primo documento di giornalismo italiano che fu la rivista “Il Caffè”? Bene, se ne vada a compulsare nelle biblioteche un articolo del 1764, sull’importanza “dell’agricoltura artifiziale” – prima di giudicare ha cercato anzitutto di capire, conoscere e spiegare in articoli come stanno realmente le cose (articoli che, informiamo i lettori, si potranno ora utilmente consultare e far circolare liberamente nell’archivio elettronico dev.tempi.it). Basterebbe un minimo di buon senso critico per capire che, come nel caso della mobilitazione anti-OGM, le proteste dei Verdi spesso prescindono dalla onesta considerazione dei fatti e tendono a trasformare in sonante moneta (e in arma politica di ricatto) una religione dell’ambiente non di rado intollerante (perché non è che gli esseri umani sono fuori dalla natura e, come forse alcuni ambientalisti pensano di se stessi e pretendono però imporre a tutti i cittadini, hanno rubato il posto ai bambù o alle blatte; non è che, come vorrebbe farci intendere qualche fanatico epigono di Piero Angela, le grandi civiltà dei cani e dei termitai sono mai esistite o sono state mai estinte dai conquistadores, ovviamente cristiani).

E allora come si spiega, direte voi, la popolarità del “dagli untori delle multinazionali biotech”? Ce lo ha spiegato qualche esperto, anche su queste pagine: come nella favola della volpe e l’uva, un po’ per ignoranza, un po’per batter cassa, il rifiuto della troppo acerba ricerca biotecnologica può diventare il prototipo di nuove operazioni di consenso di massa, ottenuto ad esempio agitando nell’immaginario collettivo la paura di scienziati Frankestein che nel segreto dei loro laboratori lavorerebbero per i profitti del capitalismo e l’avvelenamento di noi consumatori (col paradosso che, sempre gli stessi scienziati, vengono poi dipinti come salvatori dell’umanità se invece che applicarsi all’agricoltura le loro ricerche si applicano alla manipolazione di embrioni umani o all’eliminazione di vecchi malati o di imperfetti – secondo il cliché del mite nazista dell’epoca – nascituri).

E’ interessante assistere al sempre più maliconico declino del senso critico nell’informazione italiana. Per questo bisogna fare tanti sinceri auguri a ogni un nuovo giornale che nasce sull’idea che c’è molto da. Specie se in modo così perentorio e impegnativo si chiama Libero.

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