La zona d’ombra
Vuoi vedere che quel cattivone atlantista di Edward Luttwak ci ha proprio beccato denunciando su Il Foglio le ambiguità delle Ong, il loro ruolo tutt’altro che positivo e risolutore nei contesti di guerra e soprattutto la loro natura non esattamente francescana?
Maccartismo anti-volontariato? «Partendo dal presupposto che mi sembra paradossale che a muovere un’accusa di neocolonialismo verso le Ong sia uno come Luttwak, sostenitore delle ingerenze umanitarie in tutto il mondo, le ambiguità c’erano e in alcuni casi ci sono ancora», spiega a Tempi Giulio Marcon, che non è un liberista selvaggio ma il presidente del Consorzio italiano di solidarietà (Ics) e che alle organizzazioni non governative ha dedicato un saggio da insider (L’ambiguità degli aiuti umanitari, 9 euro, Feltrinelli, anno 2002) raccontandone pubbliche virtù e vizi privati. «Nel mio lavoro, pubblicato nel 2002 ma scritto alcuni mesi prima, ho messo sotto la lente d’ingrandimento alcune di queste ambiguità, emerse principalmente dopo il Ruanda e la guerra in Kosovo. Era chiaro, almeno a me, come molte organizzazioni fossero “cadute” in un tranello politico, ovvero si prestassero attraverso il loro lavoro a un’opera di strumentalizzazione politica dell’aiuto umanitario che non di rado scadeva nell’implicita accettazione dell’opzione militare. Il Kosovo, in questo senso, è lampante: l’emergenza umanitaria degli albanesi in fuga divenne, di fatto, la patina di presentabilità dell’attacco Nato». A oggi, Luttwak ha poi così torto? «Devo dire che la situazione generale è migliorata, quantomeno da un punto di vista della coerenza: prima dell’intervento in Irak si raccolsero attorno a un tavolo tutte le Ong interessate e lo fecero in base all’accettazione totale di tre punti: no alla guerra, no a finanziamenti dai governi che hanno fatto la guerra, no alla collaborazione con i militari. è un passo avanti…». Sì, sì, ma mi sembra che lei due anni fa fosse un po’ più cattivello: oggi parla di strumentalizzazioni in cui le Ong cadrebbero ma nel libro sembra denunciare la mancanza di buona fede iniziale di molte organizzazioni. Ci ha ripensato? «No, come in ogni campo anche in quello delle Ong c’è chi lavora bene e chi lavora male e questi ultimi sono ancora presenti: sia a livello comportamentale che di iniziative, le tendenze negative non mancano. è innegabile che in Irak ci siano state Ong che si sono prestate mani e piedi a una vera logica colonizzatrice…». Diplomatico, ma vediamo cosa ha scritto – nero su bianco – Giulio Marcon non più di 24 mesi fa. «Come anticipato la politica della cooperazione allo sviluppo si è progressivamente indebolita a favore dell’aiuto umanitario. Tale politica è stata alimentata dalla crescente disponibilità di risorse finanziarie, nonché dalla nascita di nuovi organismi internazionali incaricati di finanziare e organizzare questo tipo di intervento. Tra i tanti vale la pena citare gli organismi delle Nazioni Unite e l’Echo (European Community Humanitarian Office, guidato con piglio da manager da Emma Bonino), che a partire dal 1992 è stato lo strumento operativo dell’Unione Europea per gli interventi umanitari nelle situazioni di emergenza: Echo è intervenuto fino a oggi in 128 Paesi, ovvero tutti gli Stati del mondo esclusi quelli sviluppati! La struttura europea ha utilizzato in questi anni un budget di quasi 10 miliardi di euro, drenando progressivamente e definitivamente fondi alle attività di cooperazione e sviluppo. Negli ultimi dieci anni le emergenze umanitarie sono passate da una ventina a oltre sessanta. Per qualcuno, però, l’emergenza è generalizzata e perenne: si interviene ovunque, come fa Echo, senza un piano preciso né una reale finalità. In questo contesto, anche le Ong che operano nell’emergenza si sono organizzate dandosi nel 1992 un coordinamento europeo denominato Voice (Voluntary Organizations in Cooperation in Emergencies). Ormai oltre il 65% di tutto l’aiuto umanitario mondiale viene veicolato tramite le Ong».
Secondo The Economist quello dell’umanitario è un vero mercato: solo 5,5 miliardi di dollari (a parte i fondi dei donatori pubblici) raccolti dalle Ong nel 1997 e una fiera annuale (Aid and Trade) a New York delle imprese specializzate – che secondo il settimanale inglese sarebbero duemila – in forniture umanitarie. Tutto questo costruito su un falso, o quantomeno un’esagerazione artefatta strumentale non all’aiuto ma al proprio mantenimento sul mercato del cosiddetto “non mercato”. Ma se le Ong fanno di tutto per accrescere il loro potere e la loro posizione di predominio nel sempre fiorente mercato della disgrazia, anche i media e la pubblicità recitano una parte fondamentale nel teatrino della bontà a buon mercato. La moltiplicazione di eventi mediatici e programmi televisivi, di spot umanitari e mailing accattivanti ha debordato in modo impressionante attraverso la semplificazione delle disgrazie mondiali e un efficace marketing per la vendita del prodotto (ovvero il finanziamento dell’azione umanitaria). Del perché ci siano le disgrazie, di chi sia la reale responsabilità non si parla quasi mai: sul poster come negli spot resta solo la faccia sofferente del bambino di turno che ti sollecita la commozione (attraverso i trucchi e i ricatti della colpevolizzazione e dell’emozione) e ti invita a mettere acriticamente mano al portafoglio. Una fiera a buon mercato delle indulgenze umanitarie. Un ricatto morale splendidamente definito da Michael Maren, per il quale «l’obiettivo di questi messaggi non è di farci pensare alla fame o alla povertà ma sollevarci dal fardello di doverci pensare». Vado in pari con le ingiustizie del mondo con soli 200 euro all’anno: non male, quasi come un patto col diavolo ma molto meno impegnativo. Come già detto, complice di questa deriva è una larga parte del mondo dei mass media che in questi anni ha inseguito la spettacolarizzazione, la banalizzazione se non addirittura l’invenzione ad hoc delle dimensioni delle tragedie umanitarie, spesso a favore della sempre vincente mercificazione del dolore e della raccolta di fondi umanitari nel mondo. A questo proposito Alez De Waal, di Human Rights Watch, ha raccontato pubblicamente il dialogo tra un giornalista televisivo e un medico somalo. Eccolo. «Egli mi disse: “Prendi i bambini più gravemente malnutriti”. Io chiesi: “Lei va in un centro di alimentazione con mille bambini. Duecento stanno male, e alcuni di questi stanno molto male. Perché lei seleziona proprio i duecento, o il più piccolo numero di quelli che sono gravemente malnutriti?”. Il giornalista rispose: “Faccio questo per raccogliere i fondi”. Io dissi: “Così lei racconta bugie per spingere la gente a sborsare denaro?”. Dopo di che lui rimase in silenzio». Questa la logica imperante. Così, per esempio, avviene anche per il “grande business” della lotta all’Aids, emergenza non certo dell’ultima ora. Basti ricordare cose accadde nel 2001, anno che ha sancito una vera e propria svolta al riguardo: in quell’anno si tenne il processo di Pretoria che coinvolse le multinazionali farmaceutiche, si aprì un infuocato dibattito sul tema dell’accesso ai farmaci e soprattutto gli indicatori parlarono chiaramente di un peggioramento delle percentuali riguardanti il contagio e il numero dei morti. Nel mese di luglio, al “famigerato” G8 di Genova, l’imperialista George W. Bush decise quindi di staccare un sostanzioso assegno – seguito dagli altri “grandi” – da destinare alla ricerca e all’assistenza dei malati di Aids, proprio mentre nelle strade del capoluogo ligure i manifestanti devastavano tutto in nome anche della lotta alla peste del 2000 (capofila era Vittorio Agnoletto, oggi eurodeputato di Rifondazione ma all’epoca leader della Lila, Lega Italiana per la Lotta all’Aids). Contestualmente agli stanziamenti genovesi le istituzioni internazionali (dalla Banca Mondiale alla Commissione Europea) si diedero da fare per stanziare fondi e inaugurare nuove budget lines per le Ong. Come per miracolo, anche grazie all’effetto magico dell’interesse dei media e dei donatori, televisioni e giornali furono invasi da spot e pubblicità appositamente pensati per la nuova emergenza: soltanto in Italia una quindicina di organizzazioni non governative che fino ad allora non avevano mai – e ripetiamo mai – avuto nulla a che fare con la lotta all’Aids si riconvertirono divenendo d’incanto specialiste nel settore. L’effetto Genova era stato calcolato, i progetti da finanziare erano già pronti: bisognava soltanto attendere il momento più adatto per muoversi.
Ma oltre a una spiccata predisposizione all’opportunismo, molte Ong sposano una filosofia e una linea di intervento che nei fatti causa effetti dannosi all’interno delle stesse situazioni in cui intervengono al fine di sanarne le pecche maggiori. L’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha denunciato, ad esempio, come il 45% dei medicinali spediti nella ex Jugoslavia durante gli anni della guerra fossero scaduti o inservibili, a testimonianza del fatto che – in questo caso – questo sistema di aiuti sia perfettamente congeniale alle eliminazioni delle eccedenze e a procurare qualche corposo vantaggio fiscale proprio alle multinazionali farmaceutiche che la gran parte delle Ong critica ferocemente a ogni pié sospinto. Niente di scandaloso, soltanto che al crollo della patina ipocrita del disinteresse segue anche quello della logica stessa di aiuto economico: i vantaggi, in effetti, vanno in principal modo nella direzione delle imprese di partenza. Gli aiuti stanziati infatti sono spesi in primo luogo nel paese donatore nell’acquisto dei beni necessari (siano essi alimenti o medicinali): per quanto riguarda l’Italia la percentuale è di ben il 54% dei soldi stanziati. Parlando poi di effetti negativi dell’aiuto umanitario non possiamo non citare i tre principali. Il primo riguarda il fatto che, nel caso delle guerre, gli aiuti hanno talvolta alimentato e fatto perdurare i conflitti civili, rafforzando i sistemi di economia mafiosa o illegale e le bande coinvolte direttamente nelle guerre. E parliamo soltanto dell’Africa: in Bosnia-Erzegovina durante la guerra i croato-bosniaci pretendevano il 27% dell’assistenza umanitaria attraverso la cosiddetta Herceg-Bosnia. Gli aiuti, quindi, alimentano una vera e propria economia di guerra, vantaggiosissima per tutti coloro che conducono un conflitto. Secondo, nel caso di condizioni socio-economiche drammatiche gli aiuti corrompono il già precario tessuto sociale contribuendo a distruggere la debole economia locale con la creazione di un mercato parallelo degli aiuti controllato dall’Occidente e dai sistemi mafiosi locali. Questo perché gli aiuti creano dipendenza, assuefazione: sono una droga economica che crea economie drogate. Basti pensare alla Somalia degli anni Ottanta e Novanta, dove gli aiuti all’epoca ammontavano a quasi il 50% del Pil del paese. Un dato allucinante che Ryszard Kapuscinski commentò così: «Campi profughi i cui abitanti sono sempre più numerosi e sopravvivono solo grazie agli aiuti dei paesi industrializzati. Essi sono incapaci di intraprendere una vita diversa perché sono stati abituati a ricevere questi aiuti e a dipenderne passivamente… Stiamo creando, attraverso questo folle meccanismo delle cosiddette organizzazioni umanitarie, un problema per l’umanità, liquidando la classe contadina e rendendo l’umanità sempre più dipendente dalle burocrazie delle cosiddette organizzazioni umanitarie». Questo introduce il terzo aspetto negativo, ovvero la potenziale legittimazione della violazione dei diritti umani che gli aiuti inducono soprattutto per quanto riguara i profughi. Nelle situazioni di conflitto i profughi sono uno “strumento” per ottenere aiuti e quindi – nonostante le tante “condizionalità”, come vengono chiamate in gergo e gli incentivi alle politiche di rientro – i governi dei paesi aiutati possono essere interessati alla permanenza dei rifugiati il più a lungo possibile in quella condizione, attraverso dei “campi forzati”. è il caso del Burundi, il cui governo dittatoriale nel 1999 ha creato oltre cinquanta campi intorno a Bujumbura. Scrisse ancora al riguardo Kapuscinski: «Più di 350mila persone (l’80% della popolazione di Bujumbura), in maggioranza hutu, sono state obbligate con la forza dall’esercito ad abbandonare le loro case senza preavviso per trasferirsi nei campi. Come ricompensa, nel 1999, il Burundi ha ricevuto 42 milioni di dollari in assistenza umanitaria e la Banca Mondiale ha concesso al governo nel 2000 un credito di 35 milioni di dollari per “stabilizzare l’economia”». Attenti ai buoni.
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