L’Africa di Al Qaeda
Un team di esperti militari inviato in Mauritania in gennaio per addestrare agenti dei paesi del Sahel nella lotta al terrorismo islamista; dettagliate notizie di intelligence su centinaia di membri di Al Qaeda e gruppi affini trasmesse dai servizi segreti libici a quelli americani nel contesto dello spettacolare accordo globale fra Gheddafi e Washington; la richiesta inoltrata da Colin Powell al presidente kenyano Mwai Kibaki per la creazione di una base militare Usa nel nord del Kenya, nelle vicinanze del confine con la Somalia, che diventerebbe la gemella di quella affittata dai francesi agli americani nella loro ex colonia Gibuti, col consenso del locale presidente musulmano Ismael Omar Guelleh, dall’aprile 2002: non ci sono dubbi, l’Africa sta diventando base logistica e terreno di caccia di terroristi di Al Qaeda ed affiliati da parte dei corpi speciali dell’esercito Usa.
Cosa spinge gli americani a dare importanza ad uno scenario tradizionalmente periferico, com’è quello africano? Il fatto che l’Africa, in particolare la costa orientale che scende dal Sudan fino al Mozambico, presenta tutte le caratteristiche per diventare un eldorardo terrorista: lunghissime frontiere terrestri e marine prive di controllo, apparati di sicurezza inefficienti o corruttibili, popolazioni islamiche in conflitto coi loro vicini o col governo centrale e facilmente strumentalizzabili da organizzazioni provenienti dalla vicina penisola arabica. La miscela di questi fattori ha già prodotto effetti devastanti: 224 morti negli attentati alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania nel 1998, 15 morti nell’attacco all’hotel Paradise di Mombasa, di proprietà israeliana, nel novembre 2002. Nella stessa regione molte altre minacce sono state sul punto di concretizzarsi, anche di recente: nel giugno scorso l’ambasciata Usa a Nairobi ha rischiato un nuovo attentato, stavolta con un camion bomba, come ha confessato Salmin Mohammed Khamis, terrorista kenyano successivamente arrestato; in novembre l’ambasciata Usa a Khartum, da poco riaperta, ha dovuto chiudere i battenti per la minaccia di un attentato di Al Qaeda, confermato dai servizi di sicurezza sudanesi; infine tre settimane fa il ministero del Tesoro Usa ha accusato l’affiliata tanzaniana dell’ente caritativo saudita Al Haramain Islamic Foundation di aver progettato attentati contro hotel internazionali sull’isola di Zanzibar.
In passato gli Usa avevano concentrato la loro attenzione sulla Somalia, sul punto di essere investita da un’operazione come quella in Afghanistan a causa della presenza di Al Ittihad, un gruppo armato islamista in contatto con Al Qaeda. La Somalia continua ad essere tenuta sotto osservazione: l’esplosivo degli attentati del ’98 e i due missili Strela del fallito attacco ad un aereo israeliano decollato dall’aeroporto di Mombasa nel novembre 2002 sono arrivati da lì; e in territorio somalo sono stati segnalati più volte gli autori di entrambi gli assalti, in particolare Fazul Abdullah Mohammed, il responsabile del network di Al Qaeda in Africa orientale. Tuttavia la Somalia è un riparo meno sicuro di quanto si potrebbe credere: nel marzo 2003 Suleiman Abdalla Salim Hemed, uno degli attentatori del 1998, è stato catturato a Mogadiscio da armati di una milizia e consegnato agli americani. I signori della guerra somali controllano, a modo loro, il territorio e non chiedono di meglio che poter concludere affari con Washington: nel maggio scorso gli Usa hanno acquistato da Hussein Aidid, figlio del defunto Mohamed Farah Aidid, 40 missili Strela al costo di 400 mila dollari per evitare che finissero in cattive mani. Kenya e Tanzania sono giudicate maggiormente a rischio per ragioni sociologiche: le loro popolazioni costiere sono costituite da musulmani cronicamente in conflitto con i rispettivi governi centrali; sospette organizzazioni caritative saudite si prendono cura di loro (il Kenya ha recentemente espulso il presidente di una di esse, cittadino sudanese); la repressione cieca delle autorità kenyane dopo gli attentati (centinaia di arresti senza motivo) ha avuto un effetto controproducente, radicalizzando gli animi. Oggi sul banco degli imputati del processo per la strage di Mombasa, il primo processo contro terroristi islamisti in terra africana, ci sono quattro accusati, tutti kenyani.
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