PER L’AFRICA IL SOLITO TEATRINO
Sia chi ha accolto con entusiasmo l’accordo fra i ministri delle finanze del G8 per la cancellazione di 40 miliardi di debiti esteri di 18 paesi poverissimi, quasi tutti africani, alla vigilia del summit di Gleneagles, definendolo “storico”, sia chi ha reagito con scetticismo, giudicando la remissione un affare di “spiccioli”, dovrebbe ricordare a un fatto. Trent’anni fa il Pil pro capite dell’Africa era il doppio di quello dell’Asia. Trent’anni di aiuti, di campagne per la remissione del debito, di accordi preferenziali fra la Ue e l’Africa, di megaconcerti umanitari, di iniziative per il commercio equo e solidale hanno prodotto una situazione nella quale oggi è il Pil dell’Asia a essere il doppio di quello africano. Oggi ci sono 11 paesi africani che hanno un reddito inferiore a quello che avevano nell’anno della loro indipendenza. Il Congo ha un reddito pro capite inferiore a quello del 1960. La Nigeria, gigante petrolifero, ha lo stesso reddito pro capite che aveva nel 1975. Tutto fa pensare che anche l’iniziativa del summit 2005 del G8 produrrà gli stessi deludenti risultati. Il debito cancellato impegnando potenziali preziose risorse che si potevano destinare agli aiuti si riformerà rapidamente, e fra 10-15 anni saremo di nuovo qui a parlare del debito estero africano.
Non è sbagliata la cancellazione del debito, è sbagliato il modo in cui la si sta facendo. Non si capisce perché i paesi del G8 debbano assumersi l’onere di estinguere una voragine di debiti che si è creata a causa di prestiti fatti non da loro, ma dalla Banca mondiale. La quale sarebbe in grado di sopravvivere ad una rinuncia a recuperare i prestiti elargiti e alla loro trascrizione nella colonna delle perdite. Il sistema dei prestiti va sostituito con un sistema di doni da elargire ai meritevoli in base a precise condizionalità politiche ed economiche. Ma questo non viene fatto perché l’Africa cesserebbe di essere una photo opportunity per politici, cantanti e attivisti in cerca di visibilità sfruttando le disgrazie altrui.
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