L’agguato della ragione
Nel 1979, quando Giovanni Paolo II fece la sua prima visita in Inghilterra e Irlanda, era in prima fila a gridare “White man go home”. Era membro del National Army, gruppo ultranazionalista filoprotestante che predicava la cacciata degli immigrati dal suolo britannico e dei cattolici irlandesi dall’Ulster. «Non che fossi realmente protestante; dal punto di vista religioso ero agnostico, non mi importava nulla, Dio non era una cosa interessante. Ero semplicemente ferocemente anticattolico».
Joseph Pearce oggi è un insigne studioso e ha all’attivo importanti biografie di G.K. Chesterton, Oscar Wilde, Hilaire Belloc e J.R.R. Tolkien. Inglese di nascita, ma americano d’adozione, insegna all’Ave Maria University, il college statunitense che si propone di educare i giovani con princìpi in accordo alla fede cattolica. A separarlo dall’altro se stesso che inveiva contro “l’uomo vestito di bianco” c’è molto più di un oceano.
Da dove nasceva questo anticattolicesimo?
Vivevo in un quartiere della periferia di Londra, in quegli anni c’era stata parecchia immigrazione pachistana, c’erano stati dei problemi: volevamo che la zona – e l’Inghilterra – tornasse a essere “casa nostra”, come lo era stata prima.
E i cattolici cosa c’entravano con questo?
Direttamente, nulla. Ma avevo imparato da mio padre che erano nemici dell’Inghilterra, che obbedivano al capo di uno Stato straniero. Mia nonna materna era un’irlandese cattolica; quando mio padre vedeva un rosario in casa lo buttava fuori dalla finestra. Ogni anno festeggiavamo il 12 luglio, l’anniversario della sconfitta dei cattolici di Giacomo II nel 1690. Poi non bisogna dimenticare che erano gli anni dell’Ira, c’era una guerra in corso e i cattolici erano i nemici. Così quando il Papa è venuto a Londra ero in piazza a urlargli di tornare a casa.
E poi è finito in carcere.
Non per quello, ma per una pubblicazione in cui incitavo all’odio razziale. Mi sono fatto sei mesi. Ho passato in cella il mio ventitreesimo compleanno. Ero fiero, mi sentivo un prigioniero politico. Quando uscii la condanna mi dava prestigio agli occhi degli altri, ricominciai a scrivere con più violenza. Qualche mese dopo mi beccai un’altra condanna, questa volta a un anno. Però stavolta dietro le sbarre mi domandavo cosa ci stessi a fare. Non ero più il fanatico di prima.
Cos’era successo nel frattempo?
Come scrive C.S. Lewis, un ateo che vuol rimanere tale dovrebbe stare attento a quel che legge. Io non lo ero stato abbastanza. Avevo ceduto alle insistenze di un amico che mi consigliava di leggere i libri di Chesterton e di Belloc.
Come ha fatto a convincerla a leggere autori di questo genere?
Vede, noi eravamo fieramente anticomunisti, ma non eravamo per la globalizzazione capitalista. Amavamo la “vecchia Inghilterra”. Anche Chesterton e Belloc ne tessono le lodi, così mi feci convincere a prendere in mano i loro libri. E mi ritrovai coinvolto in una lotta senza quartiere, con la testa e con il cuore. Perché quando cominciai a leggere Chesterton mi sentii mancare la terra sotto i piedi: aveva ragione, tutte le mie letture – pubblicazioni razziste, antisemite, anticattoliche – non mi aiutavano a trovare un punto debole nelle sue argomentazioni. Se la testa era vinta, però, il cuore non voleva cedere: era amaro, pieno d’odio, non poteva piegarsi a quel nuovo mondo. Poi, un giorno, un compagno di cella mi diede un rosario. Sapevo che era “la roba dei cattolici”, ma a parte quello non sapevo nulla, né l’Ave Maria, né il Padre nostro. In quelle condizioni non era facile usarlo… Mi inventai quella che chiamai “preghiera disarticolata”: facevo passare i grani del rosario e mi rivolgevo a Dio come potevo. Cominciai a cambiare, le risposte a cui Chesterton mi aveva introdotto non si fermavano più alla testa, scendevano al cuore.
Cosa accadde quando uscì di prigione?
Ho cominciato a darmi anima e corpo alle lettura e alla diffusione delle opere prima di Chesterton, poi degli altri grandi convertiti cattolici (o cristiani, ma con una sensibilità cattolica, come C.S. Lewis). Se ci pensa, è veramente un disegno provvidenziale che nell’Inghilterra protestante, all’avanguardia nel cedimento di fronte al relativismo e al nichilismo moderni, sia fiorita questa serie di grandi convertiti, dal cardinal Newman a Chesterton, da Lewis a Tolkien. Ed è sorprendente la trama di rapporti fra questi uomini, che sono arrivati al cristianesimo leggendo i libri gli uni degli altri. E io mi sono dedicato a far conoscere ad altri il loro pensiero; esattamente come nel romanzo Le avventure di un uomo vivo, di Chesterton, quando Eames, il professore nichilista, minacciato con una pistola da Innocenzo Smith su una finestra del collegio di Breakespeare, riscopre la bellezza della vita, e consiglia a Smith di serbare i proiettili che gli restano per altri che pensano come lui.
Perché ritiene che il pensiero di Chesterton sia così incisivo?
Perché è il campione del paradosso. Perché grazie all’arte del paradosso, contraddizione apparente, svela le contraddizioni reali del pensiero moderno. Il paradosso è l’unico modo per attaccare il fondamentalismo relativista in cui siamo immersi; un fondamentalismo radicalmente intollerante, che rifiuta di impegnarsi in un dibattito con i suoi avversari, semplicemente li esclude, li squalifica. Io dico sempre che Chesterton è il campione dell’ortodossia dinamica, cioè del pensiero vero che nasce costantemente dall’esperienza, dalla vita. Perché al discorso relativista o nichilista non si può contrapporre un altro discorso, ma solo la forza dell’esperienza.
Come giudica l’insistenza del Papa nel rivendicare il valore della ragione.
La Chiesa ha sempre difeso il valore della ragione, Chesterton esalta la capacità della ragione di conoscere realmente le cose. Ma oggi viviamo in un’epoca post-razionalistica, in cui la gente, la maggioranza della gente, non usa più la ragione. E quindi è insensibile ai ragionamenti. Oggi le persone non si conquistano coi discorsi, ma solo col potere della bellezza. Solo un fascino può ridestare anche il gusto del pensiero. Le faccio un esempio. Una volta feci una conferenza sul film Il Signore degli anelli. C’erano trecento persone, che erano state affascinate dalla pellicola; e ho potuto spiegare loro tutti i significati cristiani della storia, due ore di teologia, senza che volasse una mosca. Se avessi proposto una conferenza sulla dottrina cristiana non avrei raccolto un decimo di quei ragazzi.
E come è finito, lei così inglese, in America?
Perché dovevo mangiare – sorride sornione -. Mi ero appena sposato e avevo bisogno di un guadagno più regolare. Negli Usa vendevo dieci volte tanto i libri venduti in Gran Bretagna, così pensai che era meglio promuoverli lì. Anche io prima avevo un’immagine negativa dell’America, per me si riduceva tutto all’idea edonista della vita diffusa da Hollywood o da Mtv, o alla politica estera che si dice cristiana ma non tiene conto delle indicazioni del Papa. Poi ho scoperto che l’America vera è quella dell’interno, conservatrice, attaccata ai valori della tradizione, della famiglia. È questa che compra i miei libri…
Ora ha cominciato anche a insegnare all’università.
Sì. E anche questa è una bella storia della provvidenza. Tom Maughan era un immigrato irlandese, poverissimo. Cominciò come pizzaiolo, poi aprì una pizzeria sua, poi arrivò a essere padrone di un’intera catena di pizzerie. Poi lesse Mere Christianity (Il cristianesimo così com’è, nella traduzione italiana di Adelphi, ndr) di C.S. Lewis, decise che aveva guadagnato abbastanza, e che era ora di fare qualcosa per la propria anima. Pensò così di vendere le pizzerie e investire il ricavato in un’opera buona. Ma pensò anche che l’opera più buona fosse educare bene la gioventù, perché solo con l’educazione si può ricominciare a fare un popolo. E siccome oggi le università cattoliche negli Usa sono quello che sono, decise di fondarne una nuova. Così nel 1997 a Naples, Florida, è nata la Ave Maria University. Aveva dodici allievi. Ora ne ha quattrocento, e contiamo in una decina d’anni di arrivare a due o tremila.
Molti, ma sempre pochi su trecento milioni di americani…
Non ha importanza, basta una minoranza convinta per cambiare una cultura, esattamente come hanno fatto gli altri. Poi abbiamo incominciato in dodici, e questo è un buon inizio… E soprattutto, il successo non è opera nostra, ma un miracolo che Dio fa, se vuole. Lo sa che anche mio padre, quello che buttava il rosario dalla finestra, un paio d’anni prima di morire è diventato cattolico?
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