L’aglio e l’olio come cavolo mi pare
Mi ritengo un esiliato culinario. Negli States dall’82 i miei piatti, come me, hanno assunto un apprezzabile accento americano anche se la mia cucina e lingua madre rimangono sempre l’Italia e l’italiano. Ho pensato parecchie volte di tornare, mi mancano gli amici, la famiglia, il paesino e soprattutto l’ispirazione gastronomica che solo i prodotti tipici della tua terra ti sanno dare. Poi, come spesso capita, entra un connazionale nel mio locale: lo servo, lo scruto, l’ascolto. E mi ricordo perché sono rimasto qua: in Italia non c’è bisogno di me, tutti sono chef. Dal calzolaio al dirigente, dal postino al banchiere tutti ti sanno come migliorare la tua salsa al pomodoro, come si fa la pasta frolla più friabile, il coniglio più tenero, le linguine più al dente. Il salamino del loro paese è sempre più buono del tuo, dove trovare il formaggio giusto lo sanno solo loro e non ti azzardare a paragonare il tuo pesce con quello che loro acquistano al porticciolo. E poi devi misurarti con la mamma di ogni italiano: «Si, questa suprema di fagiano con fegato grasso e tartufi è buonissima, certo che però come la fa mia madre…». Tutti, ma dico tutti, hanno un segreto per gli spaghetti all’aglio e olio; taglia l’aglio di striscio, di sbieco, a fettine trasversali, a rondelle, a tocchetti, lascialo intero, schiaccialo leggermente con la pentola, spaccalo in due. «La destrezza di uno chef si vede da come fa gli spaghetti all’aglio e olio». Yeah right, e la capacità di uno scienziato nucleare si vede da come bolle una pentola d’acqua. Anche per questo, anche per colpa dell’aglio e olio rimango qua. Qua la gente, l’aglio e olio te lo lascia fare. Quando glielo cucini ti ringraziano a non finire, ti stringono la mano, soprannominano il loro primogenito “spaghetto”. Qua son libero di trinciare l’aglio come cavolo mi pare, senza timore, insicurezza o inibizione. Mi sento libero, cucino dunque sono, insomma è freedom.
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