L’AMABILE IMPERFEZIONE DI MILANO

Di Longo Elisabetta
02 Giugno 2005

Vivere a Milano, visitarla, ammirarne la bellezza, e insieme la storia, non bastano per poter dire di amarla. Perché, per amare davvero qualcosa, in modo completo, bisogna essere innamorati anche dei suoi difetti, e Doninelli, nel suo libro, fa proprio questo, ce li illustra tutti. Il crollo delle aspettative è infatti una lunga descrizione, una grande fotografia, a volte un po’ stinta, un viaggio tra vie e palazzi, che parte dal centro, e lento si dirama verso la periferia.
La città non è più dei milanesi, e questo è il dato da cui partire. è «senegalese in periferia, cinese nel semicentro, giapponese al centro», bisogna rassegnarsi. Mentre gli abitanti cambiano, e le razze si confondono, i monumenti, le case e i pezzi di storia disseminati per strada, la stabilizzano.
Doninelli si sofferma sugli uomini, sulle abitudini, su come a Milano «fare è sinonimo di vivere», e come la povertà sia avanzata insieme con la ricchezza. E poi gli edifici storici. La Scala, «il più importante Tempio Pubblico destinato al culto della privatezza». La Stazione Centrale, «che sembra sul punto di cambiare la semantica stessa della parola uomo». I palazzi, quella strana urbanistica milanese, tra antichi portoni e moderni fabbricati periferici. Doninelli fa una descrizione per ogni via, ha sempre attenzione nel tratteggiarle, come via Torino, dalla quale «non si esce, ci si sta, si va su e giù».
Ma qual è la vera radice di questa città? «Il Duomo, anzi, per l’esattezza la Madonnina. Tutti gli sguardi devono poter giungere a quel punto, là devono essere rivolti».

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