L’America si specchia in Abu Ghraib

Di Lorenzo Albacete
13 Maggio 2004
Nulla di tutto ciò che è finora avvenuto in Irak ha turbato il popolo americano più dello scandalo sulle torture dei prigionieri di guerra

Nulla di tutto ciò che è finora avvenuto in Irak ha turbato il popolo americano più dello scandalo sulle torture dei prigionieri di guerra da parte dell’esercito Usa. Il popolo americano appoggia la guerra perché dopo l’11 settembre è giunto alla conclusione che l’american way of life era minacciato da un nemico che sembrava personificare ciò che questo popolo considera il male assoluto: un avversario totalitarista, crudele, ideologizzato, fanaticamente religioso, privo di leggi, anti-cristiano, reticente e senza pietà. In America quasi nessuno sa dove si trovi l’Irak, o quale sia stata la sua relazione con gli eventi dell’11 settembre. Dopo l’invasione del Kuwait, il nome Saddam Hussein è diventato un insulto, e questo bastava. Saddam apparteneva alla “altra parte”, a “loro”, all’“asse del male”. Persino il fatto di non essere riusciti a provare concretamente che Saddam fosse in possesso di armi di distruzione di massa non ha seriamente intaccato il sostegno del popolo americano alla rimozione del dittatore irakeno. La mancanza dell’appoggio europeo ha rappresentato un problema, ma pochi americani si preoccupano delle opinioni europee. Gli Stati Uniti erano sotto attacco, e solo loro erano in grado di rispondere in modo adeguato. Chi non è con noi è contro di noi.
Anche il disastro della fase post-bellica, con il pesante tributo di vite americane, e le rivelazioni di inefficienze fatte da alcuni giornalisti ed ex funzionari dell’amministrazione non hanno indebolito la fiducia del popolo nelle decisioni del presidente Bush. I democratici si domandavano se, nella loro campagna elettorale, dovessero porre l’accento sull’economia o sulla guerra. Il popolo ha continuato a credere che la posta in gioco era la stessa “realtà dell’America”.
È proprio questa fiducia ad essere stata colpita dalle foto e dai video che mostravano le torture sui prigionieri irakeni commesse dal soldati americani. Il “male” aveva fatto la sua comparsa anche dalla nostra parte. Queste immagini hanno scioccato il popolo americano. In verità, non se ne parla molto, ma si vede chiaramente che per molti questa è stata la prima volta dall’inizio della guerra, anzi, dall’11 settembre, che la ragione morale non si trova dalla nostra parte. La moralità e la giustizia sono stati i principali argomenti per la sua politica (non solo in guerra ma anche in altri ambiti), ed è proprio questo che è stato colpito dallo scandalo sulle torture. Ed è ancora questo, e non lo spettro di una prolungata occupazione con molte perdite, che ha resuscitato il fantasma del Vietnam. In realtà, uno dei principali ostacoli per la vittoria elettorale di John Kerry è stata finora l’accusa di crudeltà americane sui civili in Vietnam, che Kerry, veterano di guerra, aveva espresso in quegli anni. Nella presente atmosfera di acceso patriottismo, ogni cosa detta contro le forze militari Usa sembrava inaccettabile alla maggior parte degli americani; ma adesso le fotografie e i video non possono essere negati.
Non molto tempo fa il coraggio e il comportamento delle truppe americane in Irak era sbandierato come l’esempio edificante dei migliori giovani dell’odierna società americana, troppo spesso ignorati dai media, interessati soltanto agli psicopatici studenti-killer delle scuole superiori, ai superbi ed egoisti studenti universitari o ai parassiti delle minoranze. È questa orgogliosa visione del “giovane soldato americano” che è stata macchiata dalle nefandezze degli aguzzini delle prigioni.

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