L’America torna a casa

Di Tempi
22 Dicembre 2000
Più “realismo”, meno “ingerenze umanitarie”. Per i liberal newyorkesi è un boccone difficile da ingoiare. Una chiacchierata con Peter Beinart di “The New Republic”

L’amministrazione Bush avrà meno pretese di egemonia mondiale. Bush ha esordito utilizzando per la politica estera un termine di suo poco politico: “umiltà”. E sembra che la nuova amministrazione Repubblicana cercherà addirittura un modo, il più indolore possibile, per defilarsi pure dallo scenario balcanico. Una completa inversione di tendenza, insomma, rispetto alla stagione del forte impegno clintoniano sulla scena internazionale, ma anche nei confronti della tipica mentalità Repubblicana da Guerra Fredda. Secono Peter Beinart, senior editor di The New Republic — la voce del giornalismo liberal e progressista nordamericano —, gli Stati Uniti stanno davvero voltando pagina. E questo non gli garba per nulla. “Gli europei, gli italiani — domanda retoricamente l’intervistato che momentaneamente si fa intervistatore — saranno contenti di avere un’America meno arrogante, ma allo stesso tempo pure meno presente a livello internazionale?” Beinart non lo chiama “isolazionismo” (una posizione che descriverebbe meglio le proposte politiche di un Patrick J. Buchanan o di un Howard Phillips), ma — citando il nuovo Consigliere alla Sicurezza Nazionale americana, Condoleeza Rice — “realismo”. E anche questo non gli piace un granché. Perché, secondo lui, quello che veramente l’Amministrazione Bush intende è l’idea che i punti caldi del globo davvero rilevanti per gli interessi americani saranno pochi, pochissimi, e dettati eminentemente da ragioni economiche. Dimenticando gl’impegni umanitari. “Non si penserà più — afferma l’opinionista di The New Republic — a Timor Est, alla Somalia, al Ruanda né persino al Kosovo. L’Amministrazione Clinton si è certamente mostrata divisa quanto agli interventi in queste martoriate regioni del globo, ma se non altro era più in sintonia con quella che noi definiamo l’‘idea wilsoniana’ del ruolo degli Stati Uniti nel mondo”. Ovvero, l’idea della “crociata democratica”. Rispetto a questo, Bush jr. è molto più scettico. Fattore che impedisce, secondo Beinart, di descrivere il suo avvento alla Casa Bianca come una sorta di secondo reaganismo vero nomine. Il vecchio presidente-cow boy credeva nella lotta al comunismo internazionale con un enfasi morale che la fine della Guerra Fredda ha cancellato (e reso obsoleta) forse per sempre. “Il mondo è cambiato — osserva Beinart — e Bush cercherà di non lanciarsi più in campagne militari mondiali che non abbiano di mira un concreto (economico) interesse statunitense”. Fine, anche da questo punto di vista, dell’ideologia umanitarista della cosiddetta Terza Via alla Clinton-Blair? “Per la verità, quella è un’idea così vaga che rispondere a tono mi risulta assolutamente difficile…”.

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