L’amico americano
Cos’è l’America? È proprio una bella domanda: un sogno, un ideale, un luogo. È stata per me la domanda più difficile alla quale rispondere durante quest’anno appena passato nel quale, ancora non so se per sfida, per cambiare, o addirittura per un capriccio iniziale, avevo deciso di trascorrere un periodo all’estero, ed esattamente in Usa.
Sei fortunato Giò
La frase che mi è rimasta nel cuore e con cui sono partito è uscita quando ho dovuto salutare i miei amici: ero molto triste, ma un mio amico mi dice: «sei fortunato Giò, perché la tua tristezza è data dal fatto che tu lasci qualcosa e qualcuno che per te hanno un grande valore». Ho capito dopo però che questa frase era una “fine” ad un inizio più grande e significativo. Me ne sono successe molte quest’anno, e ogni volta che riguardo indietro la mente mi si annebbia perché piena di ricordi e momenti vissuti nel dolore, ma seguiti poi da una felicità ancora più grande e impagabile, mai provata, perchè di Grazie, all’interno di un anno che sembrava senza nè capo nè coda, ce ne sono state. Partendo da un grande ideale sfatato, da una famiglia che non era la mia, da una scuola di sola gente indifferente a tutto, di amici che dopo mesi di richieste e domande stentavano ad arrivare… le immagini che più frequentemente mi si raffiguravano nella mente prima di andare a letto erano una mamma che prima di addormentarsi mi pensava, avvenimenti che succedevano in Italia cui appartenevo ma a cui non potevo partecipare fisicamente e una situazione presente che mi rattristava, e tutto questo mi distruggeva.
Io e il mio coach
Il 25 novembre, così, per cambiare aria, per stare lontano da casa e per sfidare me stesso, mi sono iscritto alla squadra di wrestling, la lotta greco romana: fino ai primi due mesi però ho vissuto questa situazione solo come un momento dove tutto mi era concesso e soprattutto dove col mio impegno e con la mia determinazione, sul ring avrei potuto far subire agli altri tutte le pene che io stavo vivendo. Vincevo sempre e quando il coach parlava di me diceva che ero l’unico nella squadra che combatteva senza paura e col desiderio assoluto di vincere. Il problema era che scoprivo ogni giorno di più che un anno così non mi avrebbe lasciato niente, nessuna vera esperienza e che tornato in Italia sarebbe solo stato un grande sogno ormai lontano e passato. Cosa c’era da guadagnarci? Perché ero andato? Perché avevo lasciato tutti i miei amici e, soprattutto, Dio, perché stavo vivendo come un cane randagio? Ho così cercato di attaccarmi a tutte le cose a me più care, gli amici in Italia e la mia famiglia dovendo nel contempo fare i conti con la realtà e quindi trovare una felicità e uno scopo anche nella mia vita americana, tanto più che 5 mesi erano passati e ancora non avevo combinato veramente nulla.
Membro di una nuova famiglia
L’America è un posto semplice e, malgrado ciò che i media fanno passare, povero ma al contempo aggressivo, deciso, fedele alla propria bandiera e alla propria nazione e così, capito questo, ho iniziato a percepire il fascino e la bellezza di questo mondo così lontano dal nostro. Nella famiglia mi sono messo a aiutare la madre con le faccende di casa e a coinvolgerli, soprattutto i fratellini ospitanti, raccontando quello che mi era successo durante la giornata. A scuola cercavo di vivere non come un animale nascosto ma come una persona attiva, e di attaccarmi a quelle poche persone intelligenti con cui avrei potuto condividere ciò che stavo vivendo; così finalmente verso la fine dell’anno ho raccolto i frutti di ciò che così duramente avevo seminato: la famiglia mi trattava esattamente come un membro, finalmente avevo anche io un “vero” amico e per giunta nero, e tutto questo mi aveva suscitato persino una grande ammirazione per l’America.
Mamma, amicizia, destino
Ci sono forse 3 cose che ho veramente imparato: la mamma resta – anche se a 8.000 chilometri di distanza – sempre la mamma; l’amicizia è alla base della felicità dell’uomo e, purtroppo, da soli nella vita non si va proprio da nessuna parte e quindi, finché non si “fanno i conti con il Buon Dio” la vita resterà sempre una tragedia dove l’indifferenza e la disperazione regnano. Il 4 giugno, con una host mother in lacrime, un paio di amici malinconici ed io, triste come non mai, lasciavo ciò che così duramente per un anno avevo costruito col sangue; ho preso l’aereo, destinazione Milano Malpensa. Ero tormentato dalla domanda “e adesso cosa mi aspetta”? Ma quando scendi e trovi una madre in lacrime e una famiglia che ti vuole bene e degli amici che malgrado sia passato un anno sono ancora lì con un’amicizia molto più grande e vera di prima, vai a letto e dentro te dici: “grazie Dio, ora ho capito anche io cosa è ‘sta benedetta America”.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!