L’antinarciso è donna

Di Tempi
15 Luglio 2004
Vive in un monastero di un ordine nato in piena Rivoluzione francese. Com’è che ha un certo possesso, gusto, passione per il mondo, sconosciuti a Narciso? Confessioni di una suora di clausura

Di solito quando apro lo sportello di legno che custodisce la grata, le persone restano basite: «Ma come, una monaca di clausura vestita di rosso! E così giovane poi!».
Proprio tanto giovane non sono e se ne avvedono subito non appena incomincio a raccontare la vita che conduco al di qua della grata. Ma la sorpresa raggiunge il culmine allorché s’accorgono che sei al corrente di molte cose, che ti interessi di arte, cinema, letteratura, oltre che di Sacra Scrittura e questioni strettamente religiose! L’epilogo è inevitabilmente lo stesso: «Io pensavo che le suore fossero fuori dal mondo!».

“Fuori dal mondo”, questa frase mi ritorna nel cuore mentre sono in preghiera e sorrido nel buio: chi è davvero “fuori dal mondo”? Sono davvero dentro al mondo certe vite bruciate dalla superficialità, da amori sbagliati e da abusi di ogni tipo? Sono dentro al mondo quanti rincorrono lavoro, interessi e cose, senza riuscire neppure a godere appieno di quello cui bramano? Non so. Se questo fosse davvero essere nel mondo parrebbe ben triste cosa!

Essere nel mondo per me significa anzitutto essere dentro a se stessi nella verità; significa rispondere con le piccole scelte quotidiane alle grandi domande che si hanno dentro. Il guaio è che oggi, forse, abbiamo smesso di porci le domande importanti. Siamo così immersi in quello che noi, appunto, chiamiamo “mondo” da dimenticare quell’altro mondo, quello interiore la cui potenza è tale da conferire ragione e gusto alle cose di fuori. Cresciamo e ci sviluppiamo a diversi livelli e spesso con grande professionalità, ma accusiamo un po’ tutti perdita di senso e di identità.
Seminari vuoti, case religiose in difficoltà non dicono forse questo? C’è certamente una profonda crisi d’identità cristiana, ma non solo. Il senso stesso dell’essere uomo, il senso stesso della vita è in crisi.
Nei nostri parlatori passano persone di ogni tipo tra cui giovani in ricerca, seminaristi, sacerdoti. Le domande che pongono sono le più varie, ma rivelano uno spaccato fedele dell’inquietudine che investe tutti. È la piaga del relativismo che le strutture educative non riescono a sanare. Lo testimoniano alcuni fallimenti educativi dei nostri seminari. Gli educatori si trovano spesso a formare giovani culturalmente preparati, ma che soffrono di una spaventosa immaturità umana, cosicché l’esperienza di Dio, che ha condotto tali giovani in seminario, è soggetta a tutte quelle turbolenze e incertezze tipiche dell’età adolescenziale.

Non ci sono risposte sicure di fronte a simili problematiche, ci può essere però la via dell’esperienza. La mia dice che è buona cosa ripartire dal silenzio, dalla contemplazione, dall’interiorità.
Mi impressionano alcuni giganti dell’arte: Masaccio, Caravaggio, Rembrandt. Le loro esistenze tormentate hanno molto in comune con l’uomo di oggi, eppure essi hanno saputo “dire Dio” con le loro opere. Essi furono capaci di vivere “dentro”; cercarono di rispondere alle domande che pulsavano nelle loro anime, purificando così il loro cuore e riuscendo misteriosamente a vedere Dio.

Ne parlavo un giorno con un amico sacerdote: «Questo sguardo oggi ci manca! Abbiamo uno sguardo abituato e dunque, per certi aspetti, cieco!».
«Perché non attivarci – è stata la risposta –, perché non ripartire dal dialogo con quel Tu divino che dentro di noi rende luminoso quello sguardo?».
Abbiamo messo così a servizio i nostri diversi ruoli nella Chiesa, rendendone palese la complementarietà.
Don Gabriele, questo il nome del mio amico, lavora nell’ambito della scuola ed è curatore di un sito (www.culturacattolica.it) che vorrebbe essere uno strumento per risollevare nel cuore le domande perdute. Io vivo una vocazione, quella di adoratrice perpetua del Santissimo Sacramento, che mi porta ogni giorno ad affinare lo sguardo alla contemplazione del Bello e del Vero. Ciò che quotidianamente sperimento in preghiera davanti all’Eucaristia non è lontano da ciò che si sperimenta di fronte a un’opera d’arte. Nell’Eucaristia tutto l’umano è presente, ma trasfigurato nel divino, allo stesso modo nelle grandi opere d’arte in certa misura l’umano diviene “incarnazione” del divino.

Dall’unione di queste nostre esperienze è nata una collaborazione arricchente che ha dato diversi frutti, non ultimo quello di delineare delle identità vocazionali precise. è giusto che il sacerdote sia un uomo di trincea, a stretto contatto con le problematiche della gente, tuttavia egli non può dimenticare che la radice del suo essere prete è la testimonianza di quell’Incontro con Cristo che ha cambiato la sua vita. Il legame, anche dal punto di vista operativo e pastorale, con un monastero di clausura rende più evidente questa verità basilare. D’altra parte anche per le monache di clausura il rapporto con i preti o con i laici impegnati “in trincea” è importante. Aiuta a sentire prezioso il giudizio femminile così spesso orientato a porre in risalto la centralità della persona più che le problematiche emergenti.
Il nostro carisma, in particolare, nato in piena Rivoluzione francese, tiene molto a cuore questa reciprocità, questa verità circa la Chiesa-Corpo e, dunque, frutto di unità di carismi e di relazioni. La nostra Madre fondatrice, suor Maria Maddalena, ha voluto i suoi monasteri non sul monte, ma nel centro di una città per offrire all’uomo, avviato verso la frammentazione dell’esistenza, un punto di riferimento sicuro, un centro dal quale ripartire. L’Eucaristia è per la nostra Madre quel sole attorno al quale deve gravitare ogni esistenza, tanto quella delle adoratrici quanto quella dei sacerdoti e dei laici. Solo da questo centro possono partire iniziative profetiche per l’oggi di ogni tempo.

«Ma cosa fai qui tutto il giorno?» è la inevitabile domanda con la quale spesso i miei visitatori si congedano. Vivo alle sorgenti dell’esistenza: è la mia invariata risposta. Vivo nella coscienza che anche me, per dirla con Giovanni Paolo II, è stato affidato l’uomo. Vivo coltivando quella passione per Dio che sola fa divampare nel cuore la vera passione per l’uomo.

MADONNA E’ LIBERTA’
Il principio fondamentale del cristianesimo è la libertà, che è l’unica traduzione dell’infinitezza dell’uomo. E questa infinitezza si scopre nella finitezza che l’uomo sperimenta. La libertà è la salvezza dell’uomo. Ora, la salvezza è il Mistero di Dio che si comunica all’uomo. La Madonna ha rispettato totalmente la libertà di Dio, ne ha salvato la libertà; ha obbedito a Dio perché ne ha rispettato la libertà: non vi ha opposto un suo metodo. Qui è la prima rivelazione di Dio.

Luigi Giussani, in “Lettera alla Fraternità
di Comunione e Liberazione”,
22 giugno 2003

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