L’antinomia franco-britannica

Di Newbury Richard
13 Maggio 2004
Britannici e francesi non potranno mai capirsi. I secondi partono dalle teorie, i primi dai fatti. E il loro pragmatismo è più amico della libertà anche se pare troppo bottegaio

Il direttore di un giornale mi ha chiesto di spiegare perché gli inglesi sembrano refrattari alle teorie. Per gli inglesi l’assurdo è la regola, come dimostra Alice nel paese delle meraviglie, straordinaria opera di filosofia politica contemporanea uscita nel 1867, vale a dire lo stesso anno della magistrale The English Constitution di Walter Bagehot, il quale definisce l’Inghilterra una «repubblica in incognito», nel medesimo spirito di Lewis Carrol.
Gli inglesi hanno una reazione di profondo scetticismo di fronte al pensiero astratto; a differenza degli italiani, i quali, non appena viene menzionata un’idea, sono subito pronti a politicizzarla, gli inglesi, posti di fronte alla stessa idea, tendono a cambiare altrettanto rapidamente discorso. Perché le idee, se non sono discusse all’interno di una struttura istituzionalizzata, creano conflitti e non hanno in sé quella flessibilità pragmatica che permette poi di risolverli. Nella fase rivoluzionaria, tra il 1646 e il 1649, non c’è stato un solo sistema politico, dall’anarco-sindacalismo alla teocrazia millenaristica, al liberalismo e all’assolutismo, che non sia stato sperimentato e discusso con fiumi di inchiostro, ma tutte queste idee sono state poi istituzionalizzate nel modello dibattimentale della Camera dei Comuni.

Se Luigi XIV avesse avuto Newton…
In Inghilterra non c’è una casta separata di intellettuali. I filosofi, secondo gli inglesi, non hanno nulla da insegnare al paese del common sense e delle giurie della common law. Quando Samuel Johnson, la mente più acuta del XVIII secolo, rifiutò la teoria di Berkeley sull’inesistenza della materia tirando un calcio ad una lapide funeraria, non fece altro che esprimere concretamente il disprezzo inglese per un tipo di speculazione inutile e sterile. Gli inglesi hanno chiamato il loro illuminismo “Improvement”, “miglioramento, perfezionamento, progresso”. I philosophes inglesi facevano parte dell’establishment e si occupavano di problemi reali, come la Rivoluzione industriale; non erano imprigionati o condannati all’esilio come i loro corrispondenti francesi, i quali, proprio per mancanza di qualsiasi esperienza pratica, trasformarono le non più rinviabili riforme istituzionali e fiscali del 1789 in un folle bagno di sangue nel quale loro stessi annegarono.
Durante la Gloriosa Rivoluzione del 1688-1689, John Locke, incaricato di redigere il Bill of Rights, era ministro dell’Interno; mentre sir Isaac Newton, nominato capo della Zecca, creava il capitalismo inglese fondando la Bank of England, la borsa valori e le assicurazioni Lloyd’s. In una sorta di nuova Guerra dei Cento Anni, furono proprio queste istituzioni che garantirono alla piccola isola la vittoria sul predominio economico, imperiale e militare della Francia. Newton risolse il problema del debito nazionale sovvenzionandolo in modo tale che le tasse dovettero essere aumentate soltanto per pagare un interesse del 3%. Mentre lo stesso problema portò alla bancarotta Luigi XIV il quale, in virtù dell’assioma «l’état c’est moi», ricorreva a prestiti sul suo credito personale con un tasso d’interesse al 20%.
Se il mondo finanziario era di ispirazione newtoniana, la Costituzione inglese, “non scritta”, era il frutto di Locke e delle sue teorie sperimentate dalla realtà pratica di governo. Il pragmatico “contratto sociale” di Locke doveva creare profitto e garantire protezione agli azionisti. L’Inghilterra doveva diventare una Plc, una Public Limited Company. Il re era il presidente con un contratto a termine. Il primo ministro era l’amministratore delegato. Il Gabinetto era il comitato esecutivo e i membri del Parlamento erano i procuratori autorizzati per gli elettori/azionisti, il numero dei quali aumentava progressivamente fino ad includere i proprietari terrieri, gli industriali, gli operai e le donne. Tutto ciò fu ottenuto in modo pacifico proprio perché non c’era un documento scritto a cui riferirsi, e si apriva così la possibilità di dare risposte pragmatiche in conformità al mutare delle circostanze.

Superiorità della “common law” sul testo scritto
«Dai loro frutti li riconoscerete» dice nostro Signore nel Vangelo secondo Matteo (7, 16). La domanda che gli inglesi fanno sempre è: «Funziona?»; e aggiungono: «Se non è rotto, non ripararlo». La fiducia inglese nel pragmatismo e nell’empirismo ha le proprie radici nelle antiche tribù germaniche che attraversarono il Mare del Nord sulle loro rudimentali navi. Il mare non ha nessun rispetto per i teorici. La common law inglese è basata sull’applicazione pratica del “precedente” alle circostanze presenti. Il processo consistente in una giuria di dodici persone che emanano la sentenza seguendo il common sense sarà sempre superiore a qualsiasi teoria legale, dato che le giurie, rifiutandosi di esprimere una sentenza di condanna, cambiano la legge molto più incisivamente di quanto faccia il parlamento. Il parlamento non ha cambiato il suo atteggiamento nei confronti di ciò che si ritiene osceno; le giurie, rifiutandosi di esprimere una sentenza di condanna, invece lo hanno fatto. Così, la legge è stata al passo con i costumi e viene perciò considerata “giusta”.
Gli inglesi conservano la parola, ma ne mutano il significato. I francesi invece fanno esattamente l’opposto. Senza dubbio, nonostante tre Imperi e cinque Repubbliche, i poteri del presidente (o monarca eletto) Chirac e del re Luigi XIV sono molto più simili l’uno all’altro di quanto lo siano quelli di Giorgio III rispetto a quelli di Elisabetta II. Il pragmatismo ha prodotto una rivoluzione ben più profonda di quella nata dalla teoria.
L’istintiva opposizione degli inglesi all’idea di una Costituzione europea dipende dal fatto che, non appena messa nero su bianco, diventa ridondante, tanto che, per pararafrasare Edmund Burke, un diritto da essa non previsto diventa invariabilmente una colpa. Le parole e le istituzioni sono dotate di una propria vita e di una propria intelligenza. Nell’Oxford English Dictionary, alle parole non viene assegnato un significato; viene invece tracciata la storia della loro costante evoluzione semantica, in virtù della quale ai vecchi significati, sempre conservati, si aggiungono quelli nuovi. L’inglese, proprio grazie al suo continuo sviluppo, costituisce una straordinaria lingua poetica ma anche, in quanto strumento di una nazione di mercanti, una grande lingua di commercio, dato che può essere piena zeppa di “ambiguità creativa”, come nel caso del Good Friday Agreement con l’Irlanda del Nord.
Quando Napoleone definì gli inglesi «una nazione di bottegai», non faceva altro che riflettere il diffuso snobismo del continente per il successo dei pragmatici inglesi, arricchitisi con l’economia di mercato e la Rivoluzione industriale, proprio come oggi lo stesso atteggiamento si rivolge contro gli Stati Uniti. Orgogliosi di essere dei bottegai che reagiscono pragmaticamente alle esigenze del mercato, gli inglesi lo sono ancora di più di essere clienti che usano la loro esperienza, e non teorie altrui, per fare i propri affari: tanto per i beni di consumo quanto per le idee.

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