L’Apocalisse
Cronista parlamentare e stimato saggista, da diversi anni Carlo Panella conduce in prima linea la battaglia per smascherare i regimi islamici e raccontarne la vera realtà a un Occidente accecato da un frainteso concetto di tolleranza. Nel contesto di questa battaglia ha pubblicato Il libro nero dei regimi islamici e oggi dà alle stampe la sua ultima fatica Fascismo islamico. Un libro che già solo col titolo presta il fianco alle polemiche.
«Per essere più precisi – spiega Panella a Tempi -, si dovrebbe parlare di “nazismo islamico”. Nel mondo musulmano si sta infatti affermando con sempre maggior evidenza un’ideologia totalitaria che assomiglia in modo impressionante al nazismo».
Quali tratti comuni vede tra estremismo islamico e nazifascismo?
Bisogna aver chiaro che il nazismo non fu, in primo luogo, una rivoluzione sociale o economica; fu l’utopia della costruzione di un uomo nuovo, di una umanità rinnovata, che aveva al centro l’eliminazione della “zavorra ebraica”. Allo stesso modo nell’islam fondamentalista si sta radicando un’ideologia totalitaria non basata su un’idea di rivoluzione sociale o economica, ma su una visione della storia fondata sull’eliminazione di tutti gli ebrei come elemento fondante dell’Apocalisse. Per il fondamentalismo islamico di oggi – che non è tutto l’islam, è chiaro, e nemmeno la maggioranza, ma ha una forza e una capacità di trascinamento delle folle che ne fa la forza predominante – infatti stiamo vivendo gli “ultimi tempi”, i tempi apocalittici della fine del mondo; e la fine del mondo sarà segnata dalla scomparsa dell’ultimo ebreo dalla faccia della terra.
È una sorta di eresia millenaristica?
No. Questa concezione apocalittica non è un’eresia, una deviazione moderna, ma si fonda su un hadith, un detto che la tradizione islamica attribuisce ufficialmente a Maometto: «L’ultimo giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra e l’albero diranno: “O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me, vieni e uccidilo”». E questo hadith è riportato a chiare lettere nello statuto di Hamas, che poi all’articolo 11 recita: «Il Movimento di resistenza islamico crede che la terra di Palestina sia terra islamica affidata alle generazioni dell’islam fino al giorno della resurrezione. Non è accettabile rinunciare a nessuna parte di essa». Questa follia apocalittica è evidentissima in tutti i discorsi di Ahmadinejad, che in questo momento ne è il portavoce: si sta avvicinando il tempo del ritorno del dodicesimo imam, che segnerà il trionfo dell’islam; per questo occorre sterminare Israele, per questo occorre dotarsi della bomba atomica. E in questo quadro si inserisce anche la sua sfida all’Onu: le Nazioni Unite sono un’organizzazione illegittima, perché affondano le loro radici nella guerra contro il nazifascismo, quindi a favore degli ebrei.
Ci sono altri tratti in comune?
Ce ne sono almeno due. Il primo è l’imposizione di un partito unico, pena la morte. Come per il totalitarismo nazista – e pure per quello comunista – il partito è l’espressione della volontà di Dio, lo strumento per l’affermazione del suo regno sulla terra, chiunque tradisce merita di essere ucciso. Il secondo è il terreno fertile che questa ideologia aberrante trova nelle popolazioni. Le dottrine naziste attecchirono nell’esaltazione della nazione e del popolo tedesco che già circolavano dalla fine del XIX secolo; così oggi questo fondamentalismo apocalittico trova un terreno fertile nel risentimento islamico contro l’Occidente. Attenzione, non voglio dire che l’islam in quanto tale sia fascista; ma che, a differenza di altri che usano il termine di fascismo islamico, come Paul Berman che l’ha lanciato o il presidente Bush, io non credo che sia solo prerogativa di alcuni gruppuscoli: è diventato l’ideologia ufficiale dei due grandi scismi dell’islam dei tempi moderni, quello wahabita del Settecento e quello sciita del XX secolo. Ecco, l’elemento più inquietante è che questa utopia apocalittica ha oggi – come il nazismo settant’anni fa – uno straordinario consenso di massa.
Ma se i dati sono così evidenti, come mai l’Occidente non capisce?
Perché soffre di un terribile strabismo culturale: non riesce a non guardare al problema con gli occhi del laicismo. Solana, D’Alema si occupano del Medio Oriente come se ci fossero in gioco solo dei nazionalismi di tipo europeo, come se il problema fosse lo stato, la patria, la terra. Pensi alla miopia di Fassino, che dice che in gioco ci sono due diritti, quello dei palestinesi e quello di Israele. Gli stessi israeliani peraltro, nella loro sacrosanta laicità, per decenni non hanno capito, hanno finanziato Hamas contro Fatah senza rendersi conto di chi avessero di fronte. Solo dalla metà degli anni Novanta hanno capito che in gioco c’è un fanatismo religioso che cerca l’Apocalisse. L’Occidente ha perso la capacità di comprendere il peso del fattore religioso, e così non capisce più niente.
Perché la scelta di aprire e chiudere il libro con due brani del discorso pronunciato da Benedetto XVI a Ratisbona?
Perché papa Ratzinger ha colto il punto fondamentale della questione, il rapporto tra fede e razionalità. Nel XIII secolo l’islam ha rotto questo rapporto, ha scelto il fideista al-Ghazali contro il razionalista Averroè, che invece è passato in Occidente attraverso Tommaso d’Aquino. Per questo l’islam ha rifiutato la modernità, ha vietato per tre secoli la stampa, ha impedito il formarsi di classi dirigenti avanzate: questo è il suo problema, altro che l’imperialismo occidentale. Ha accolto l’idea del Corano come verità increata, letterale; la teologia islamica in realtà non è che la riflessione sull’applicazione normativa del Corano, svolta da una casta di giuristi autonominatisi custodi dell’ortodossia. Per questo tutto il dialogo interreligioso si basa su un equivoco: da una parte si parla di teologia, dall’altra di leggi; benissimo ha fatto Benedetto XVI a far cessare questa presa in giro. L’unica cosa che si può fare oggi è aprire gli occhi agli occidentali, mostrando loro qual è la vera posta in gioco. E appoggiare, culturalmente e finanziariamente, le minoranze averroiste rimaste in seno all’islam. Perché, anche se piccoli, gruppi musulmani fedeli ad Averroè ci sono, soprattutto in India. Solo questi possono salvare l’islam dalla perdita della ragione.
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